Nel disastro, il giorno dopo
Nel disastro, il giorno dopo

E’ ancora notte, quando alle 4,45 sabato, vigilia di Pasqua, dallo stabilimento di Nologru2000 parte il convoglio di aiuti della città di Civitavecchia. A fare da apripista l’auto dei Vigili Urbani, dietro un tir, un furgone e un pick up, e formata la coda si parte. E inizia il viaggio.
Sembra infinita l’autostrada, ma pagato l’ultimo casello, oltrepassiamo il traforo del Gran Sasso e siamo alle porte del disastro.
Sono le 8.15 quando entriamo a L'Aquila, qui ci aspetta una macchina con a bordo due carabinieri, che ci scorteranno fino a Prata. Intorno a noi ad alberi in fiore e prati già verdi, si alternano alle prime macerie. Sopra di noi il Gran Sasso è tutto innevato. Una meravigliosa quiete dopo la tempesta.
Il lungo convoglio si ferma, le prime difficoltà. Molte strade sono crollate e ampi solchi le attraversano.
Durante la breve sosta, si avvicina a noi uno dei carabinieri. Un giovane ragazzo abruzzese di stanza a Tolfa.
Tutto il territorio è stato diviso in quattro quadranti, e Prata fa parte del secondo. Imbocchiamo una stradina in salita e un gigantesco masso ci blocca di nuovo il cammino. Ma dopo poco riusciamo a ripartire e alle 9,15 il convoglio fa tappa finalmente alla tendopoli di Prata.
La tendopoli si trova rialzata rispetto al paesino. Qui, viste da fuori, le abitazioni, per la maggior parte di un piano, sembrano solo ferite. Ma all’interno, come ci raccontano gli abitanti
Ad accoglierci troviamo un manipolo di giovani volontari della protezioni civile che ci dicono con un bel sorriso
Victor, albanese ma dal 2004 a Prata, guarda i suoi due bambini giocare.
Nel campo gli abitanti cominciano ad uscire dalle tende e una piccola donnina con passo sicuro si avvicina a noi. E’ Vincenza 89 anni e uno spirito da leone. E’ rimasta fino a giovedì barricata nella sua casa.
L’altro campo che raggiungiamo è quello di Arischia, una frazione dell’Aquila. In questa tendopoli ci sono oltre mille persone, di tutte le età. Molti i giovani che senza sosta lavorano dentro e fuori il campo, che è attrezzatissimo. Ci invitano a fermarci con loro a pranzo e ci consegnano un buono da esibire nel punto di ristoro. Giancarlo è un volontario, ma prima di tutto un cittadino, mi parla con gli occhi pieni di lacrime e quando l’emozione prende il sopravvento, smette di parlare.
Al campo, come anche agli altri che abbiamo visitato, è un continuo pellegrinaggio di parenti e amici che cercano i loro congiunti.
Così risaliamo in macchina e torniamo a casa.