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Un parco, una matita e...

Un parco, una matita e...

di A CURA DI AGATA VENTURA, ELIO CARLOS MENDOZA GAROFANI, CLAUDIA LOMBARDO, CLAUDIA VIVO, LORENZO BOSCATO. (22 04 2009)

Come vedono i bambini stranieri il terremoto?
Siamo andati in un parco giochi del quartiere Esquilino, nella Roma multietnica. Abbiamo dato ai piccoli fogli e matite colorate chiedendo loro di raffigurare il terremoto in Abruzzo. Con i loro disegni, la loro immaginazione e le parole dei loro genitori abbiamo ricostruito la percezione della tragedia attraverso gli occhi di un bambino.

“Terremoto in Abruzzo? L’ho seguito in rete.”
Anna ha 13 anni e viene dalla Repubblica Ceca. Ha genitori molto giovani che non parlano italiano. Del terremoto non sanno molto, ma Anna ha seguito l’evento in tv e subito dopo è già su Internet che cerca di documentarsi sull’accaduto. L’interesse di questa ragazzina per un fatto che non ha coinvolto né lei né la sua famiglia è singolare. Quando le chiediamo di disegnarci il terremoto ci guarda un po’ perplessa, scende dall’altalena e si mette a lavoro.


Anche Angelo (14 anni) e Andrea (12 anni), nati in Italia ma di origini asiatiche, hanno seguito il terremoto in televisione. Sono un po’ restii, ma alla fine anche loro si prestano al nostro gioco dei disegni.
Sono tutti giovanissimi, non parlano bene la nostra lingua, ma la notizia del terremoto ha raggiunto anche loro. Giocano in un parco multietnico e i loro genitori non sono pienamente inseriti nella nostra società, ma la rete può essere il rimedio della frammentazione sociale, per chi come Anna ha voglia di sapere.
I genitori della piccola Juliette, nove anni, per non spaventarla non le hanno fatto vedere le immagini del terremoto in Abruzzo. “Gli abbiamo detto che l’Italia è un territorio fragile” ci spiega il padre “e che può capitare che tremi”. La bambina, intanto, sta disegnando velocemente quello che per lei è il terremoto, insieme alla sua sorellina di due anni più piccola “Ai nostri bambini“ proseguono “abbiamo detto che la terra è fatta come delle placche, e che queste a volte si scontrano”. Poi, una volta finito di disegnare, Juliette e la sorellina ci riportano i fogli e tornano a giocare. Sono di Lille, ed è il loro primo viaggio in Italia, meglio non spaventare troppo le bambine, ci spiegano sorridendo i genitori, anche perché a scuola non lo hanno ancora studiato, il terremoto. Genitori che spiegano fin troppo bene il fenomeno naturale ai loro figli, immagine che contrasta con quella di quella madre della repubblica Ceca che ha lasciato che la figlia cercasse tutto su internet. Modi giusti ma diversi di educare i figli. Purtroppo, viene da pensare, nessun bambino nasce con il libretto di istruzioni.

Le opere dei bambini
Palazzi distrutti, alberi spezzati, strade dissestate, gente che urla sono immagini ricorrenti nelle raffigurazioni dei bambini che hanno rappresentato il terremoto in Abruzzo. Il disegno, massima espressione di comunicazione per un bambino, ci permette di constatare la loro visione della realtà più cruda. Dai loro disegni trapela una visione del tutto realistica dell’accaduto. Ma la speranza, unica ragione di un’infanzia perduta, si rispecchia in un elicottero, la sola ancora di salvezza, raffigurato da una bambina della Repubblica Ceca. La stessa salvezza che risiede nell’animo di ogni bambino che spera in una possibile rinascita sociale. La scuola, alta espressione della perdita di socializzazione e della quotidianità, strappata violentemente viene collocata nella parte destra del foglio. Unico elemento esplicitamente segnalato. Bambini, cui i genitori avevano spiegato scientificamente il fenomeno del terremoto, hanno simulato il senso del movimento nella parte alta del foglio. Sensibili e attenti a tutto quello che li circonda, i piccoli sviluppano un atteggiamento solidale nei confronti dei loro coetanei italiani che sono stati i veri protagonisti di un evento così disastroso e sono piuttosto consapevoli dello stato attuale in cui versano molte persone meno fortunate.

Abruzzo, verso una vita normale
I meno fortunati sono qui, a piazza d’Armi. Atterriti da paura, ansia, tristezza, incubi. Perfino dal senso di colpa per essere sopravvissuti. Gli psicologi del PEA (Servizio di psicologia d’emergenza dell’Abruzzo) lo definiscono “trauma da stress” e il rischio è che degeneri in veri e propri attacchi di panico.
Ogni giorno vengono organizzate per questi bambini attività di socializzazione, ricreative ed educative. Si tratta di attività semplici come disegnare e giocare, ma preziose per cercare di ricostruire una vita normale.
A coordinare queste iniziative sono associazioni come Save the Children e altri gruppi di volontariato, in accordo con le ASL locali. All’interno di questi spazi è stato accolto inoltre un team di clown-terapia composto da sei medici e da personale volontario specializzato. Il principio d’azione è semplice: trasformare le paure in emozioni, e quindi in energia positiva. Le associazioni necessitano fin d’ora di garanzie di collaborazione e sostegno per il futuro. Per dare il proprio contributo basta andare sul sito www.savethechildren.it o chiamare il numero verde 800900063.

 


La voce dei bambini riesce a colorare di speranza la tragedia.
Loro raccontano il terremoto utilizzando un linguaggio che supera le differenze culturali.
Il contatto con i piccoli ci ha mostrato infatti che le nostre frontiere spesso non hanno spazio.
Ascoltare i bambini, vedere i loro disegni e vivere con gli occhi dell'Altro ci fa sentire che di fronte al dolore le poche parole dovrebbero essere il silenzio. Diversi professionisti, nei mezzi di informazione, hanno scavato ciecamente nella disperazione; ma abbiamo fatto notizia. Al solito la grande lezione è rivolta agli adulti, senza urlare. E' così che quando gli occhi dell'Altro sono di bambino lo stesso silenzio è miriade di futuro, ricostruzione o voce del verbo ricominciare