La comunicazione messa alla prova
La comunicazione messa alla prova

Affermare che nelle emergenze le routine e le consuetudini più consolidate della comunicazione siano sottoposte ad una radicale verifica è qualcosa di più di una semplice presa d’atto. La forte discontinuità comunicativa ed esistenziale “imposta” alla società una catastrofe naturale, da un disastro tecnologico, o ancora da un attacco terroristico prescrivono anzitutto un radicale ripensamento delle categorie concettuali che servono a descrivere e spiegare, rimettendo seriamente in discussione alcune di quelle certezze che, siamo abituati ad utilizzare per traguardare il mondo.
Le emergenze, da sempre, costituiscono uno dei banchi di prova per testare le prestazioni del sistema della comunicazione e dell’informazione, risorse fondamentali nella gestione delle crisi e nel ritorno alla normalità. C’è un motivo di fondo per cui la comunicazione acquista una particolare centralità nel corso delle emergenze, che rimanda al fatto che essa rappresenta una dimensione costitutiva di ogni relazione umana, l’unico tramite attraverso cui è possibile riconoscersi nell’altro.
Il danno che provoca un terremoto non è semplicemente di natura materiale. Non riguarda soltanto la morte, le ferite fisiche e i beni irrimediabilmente perduti. E’, soprattutto, un danno spirituale: l’onda sismica minaccia di distruggere la casa, luogo e simbolo degli affetti privati, e di far crollare i paesi le città, le chiese e i monumenti, che per definizione rappresentano il teatro delle relazioni sociali, in una parola, la comunità. Il terremoto diventa così la metafora di una diaspora moderna, che tende a forzare l’identità degli individui e i legami familiari e di amicizia entro una socialità “innaturale” come quella delle tendopoli o di residence impersonali ed estranei, ma soprattutto a dissolvere o danneggiare quella fitta di rete di relazioni che è la comunità. Si tratta, per l’appunto, di una rescissione coatta dei legami che legano tra loro le persone, i gruppi sociali e quelle cerchie di connessione che ancorano le comunità ad un territorio più vasto.
Ed è forse questo il principale motivo per cui vale davvero la pena studiare la comunicazione: è la base di ogni relazione sociale, e lavora incessantemente a riunire quello che la catastrofe tende a separare. C’è anche il dovere di una presa d’atto, che interroga gli studiosi sulla validità di formule come la “crisi dei valori” che, per quanto popolare e sbandierata, proprio in occasioni come queste evidenzia i suoi limiti e la sua valenza sovente retorica. La generosità con cui è avvenuta la mobilitazione dei volontari e della solidarietà rende evidente che la società talvolta è di gran lunga migliore di come essa viene raccontata. Ed ancora una volta è la comunicazione a costituire il presupposto per andare oltre l’individualismo, configurandosi come primaria forza organizzatrice da cui si generano aiuto, solidarietà e partecipazione.
Studiare la comunicazione in un contesto come quello di un terremoto significa quindi avere la capacità di allargare lo sguardo, il coraggio di assumerla come luogo della complessità, guardando alla molteplicità di processi sociali che avvengono entro un insieme estremamente differenziato di “circuiti comunicativi”, entro i quali l’interazione interpersonale e il racconto della cronaca appaiono come dimensioni complementari. Ma il fatto più interessante è che questi “gironi” della comunicazione non appaiono mai completamente riducibili o sovrapponibili ai discorsi dei media generalisti piuttosto che al nuovismo delle tecnologie, ambiti su cui si concentra generalmente l’attenzione degli studiosi in tempi di routine.
E’ nei momenti d’emergenza, infatti, che la prospettiva del ricercatore deve necessariamente spogliarsi dai pregiudizi e dagli eccessi di sicurezza, ampliando la sua capacità di visione alla comunicazione interpersonale, alle radio locali e a quelle di nicchia, all’attivismo comunicativo che corre sui link dei blog e dei siti di social networking. A metterli sullo stesso piano è il fatto che l’attivismo comunicativo, al di là dei risultati concreti, in larga parte sottende ad una comune volontà di ricostruire, a partire dal ripristino di questi legami tra gli individui e con la più vasta comunità di cui fanno parte.
L’attenzione sulla rete appare come un punto qualificante, su cui si addensano molte promesse e curiosità. Dalle prime rilevazioni di scenario emerge che proprio dalla rete provengono alcune sollecitazioni culturali meritevoli di un approfondimento. Il “popolo della rete” continua a manifestare un certo elitarismo, ma in conseguenza della accresciuta accessibilità delle tecnologie e della banda, oggi è molto più ampio e “democratico” che in passato. E nel rapporto con le tecnologie si posiziona sostanzialmente a metà strada tra gli stili e le soggettività della comunicazione interpersonale, di cui molti ambienti comunicativi sembrano rappresentare una variante, e i modelli comunicativi che hanno a lungo caratterizzato i media mainstream e la loro capacità egemonizzante.
Gli internauti sono diventati oggi osservatori critici, più che mai autonomi dalle logiche del generalismo, e più pronti a dare voce e corpo ad una vertenza nei confronti di quest’ultimo, centrata sulla domanda di maggiore qualità. Youtube, i blog, Facebook diventano oggi il palcoscenico di una inedita ed aspra vertenza nei confronti di un giornalismo che indugia compiaciuto su dati Auditel e orsacchiotti di pezza raccolti tra le macerie, e che chiede anzitutto più rispetto e sobrietà di fronte al dolore. Cioè più etica e professionalità.
Ma non è l’unico elemento nella vicenda del terremoto che interpella gli studiosi di comunicazione.
I media generalisti hanno mostrato una capacità di mobilitazione che, almeno nelle prime ore, quelle più critiche, non è apparsa del tutto convincente. Per quanto l’evento sia avvenuto in piena notte, c’è indubbiamente stato qualche elemento di inerzia organizzativa se le principali agenzie, il televideo le televisione generalista hanno impiegato quasi un’ora e mezzo solo per capire che la scossa, chiaramente avvertita dai romani, era il segno di una catastrofe di ampie proporzioni.
In questo frangente, la sorpresa è riscoprire che è stata la radio ad interpretare al meglio la sua funzione di punto di riferimento per la comunità durante un’emergenza. E lo ha fatto attraverso le antenne di Radio Rock, un’emittente romana “di nicchia”, con il suo pubblico e uno stile lontanissimo dal generalismo a diventare, dai primi minuti successivi alla scossa, il servizio pubblico, aprendo la diretta ad un crescente numero di ascoltatori, peraltro con caratteristiche molto diverse da quelle della sua audience abituale, fino a diventare un riferimento obbligato, un ineludibile crocevia di notizie, testimonianze e concrete manifestazioni di solidarietà, che almeno in parte ha sopperito alle carenze del sistema “ufficiale” dei media nelle prime ore dell’emergenza.
È utile ricordare che non ci sono soltanto critiche o sorprese: in tutte le crisi c’è sempre un elemento di rinnovamento virtuoso, che sfida aziende e professionisti, impegnandoli a dare un significato più concreto a concetti astratti come “qualità dell’informazione” e “servizio pubblico”. I segnali delle ultime settimane forniscono qualche convincente indizio che il terremoto può segnare un punto di svolta nel modo di fare giornalismo, rimettendo in movimento la cultura dell’inchiesta, che negli ultimi decenni aveva manifestato evidenti segni di declino.
È un piccolo ma importante segno, se si pensa a quanto siano stati forti i rischi di sovrapposizione tra informazione e gossip, approfondimento giornalistico e TV del dolore, tra bisogno di dare un senso al concetto di bene comune e climi culturali di ripiegamento. Questa rinnovata sensibilità per l’inchiesta emerge come fatto di rilevanza politica, e si manifesta come un rinnovato sguardo critico nei confronti delle passate classi dirigenti e dell’etica degli affari, in un epoca di boom delle costruzioni e di furbetti dell’edilizia.
È l’indizio convincente che la cultura dell’inchiesta non era smarrita, ma seriamente messa a rischio da un giornalismo trionfalistico ed edulcorato, del tutto inadeguato nei momenti di crisi e di ansia collettiva. Ma la storia recente insegna che c’è un momento in cui il racconto giornalistico dei disastri entra in crisi: quando l’attenzione cala, si spengono i riflettori e l’ansia di ricostruire non conquista più le prime pagine. Dobbiamo lavorare perché questo limite, umanamente e professionalmente comprensibile, sia elaborato per tempo in modo di non trovarci impreparati a raccontare il difficile ritorno alla normalità. Solo così l’informazione potrà dare una prova pienamente convincente.
È proprio per questi motivi che la Facoltà di Scienze della Comunicazione ha deciso di avviare un gruppo di ricerca sulla comunicazione d’emergenza e sulla copertura giornalistica dell’evento, allo scopo di raccogliere ed elaborare dati sulle prestazioni complessive del sistema dei media e sulle funzioni associate ai diversi canali comunicativi, puntando in particolare ad indagare il ruolo della comunicazione interpersonale e il rilevante contributo della rete come spazio di dibattito e come infrastruttura per la mobilitazione della “società civile”.