L'università che resiste
L'università che resiste

Insegnare e studiare ai tempi del terremoto: la testimonianza di Geraldina Roberti, docente di Sociologia delle comunicazione di massa all'Università dell'Aquila
Quando mi hanno chiesto di raccontare il mio ritorno a L’Aquila dopo il terremoto, la prima immagine che mi è venuta in mente è stata quella delle lunghe file di tende blu che si intravedono già dall’autostrada: ancor prima di uscire al casello dell’Aquila, ci si rende già conto che ogni piazzale, ogni spazio aperto della città è stato occupato dalle tendopoli della Protezione civile. L’impressione che se ne ricava è quella di una città nuova, sorta all’interno di quella già esistente – tra le sue mura rovinate – come simbolo della speranza e della volontà di ripartire immediatamente, senza darla vinta al terremoto.
La periferia dell’Aquila apparentemente sembra aver retto al sisma: solo qua e là si vedono cornicioni caduti e intonaci sbriciolati, ma i palazzi, benché lesionati, sono ancora in piedi; ad impressionare, però, sono le finestre chiuse, le persiane abbassate, l’assenza di vita. La verità è che in quei palazzi non abita più nessuno, la paura di nuove scosse è talmente forte che le persone hanno preferito alla loro casa una tenda, un albergo sulla costa, o un letto a casa di amici. È come se di questa parte della città fosse rimasto solo lo scheletro, mentre la vita che vi scorreva dentro è fuggita altrove, lontano da una terra che continua a tremare.
Spostandosi verso il centro storico, le impressioni cambiano: le macerie aumentano, si intravedono palazzi crollati. Contemporaneamente si percepisce un’atmosfera diversa; ciò che colpisce, nel frastuono di una città in movimento, è l’assenza di voci. Non si tratta di silenzio: le vie dell’Aquila sono piene di macchine, il traffico è continuo, ovunque si scorgono uniformi della Protezione civile, poliziotti, soldati in divisa, ma nessun passante, nessuna persona normale attraversa la città o ne percorre le strade. È come se tutta l’Aquila avesse come allontanato da sé la normalità, l’avesse espulsa per lasciare spazio all’eccezionalità del terremoto. E così i negozi che hanno resistito alla scossa sono comunque chiusi, così come i supermercati e i centri commerciali. Gli aquilani rimasti, però, sono già in attività ed è bello vedere, ogni tanto, un' officina aperta o un’impresa al lavoro.
Due soldati, cortesissimi ma fermi, impediscono l’accesso a Piazza Battaglione Alpini, la piazza della fontana luminosa, come la chiamano gli aquilani, posta in cima a Corso Vittorio Emanuele, la strada che ogni giornalista ha percorso più volte per documentare i crolli all’interno del centro storico della città. Da lontano riesco a scorgere i palazzi ancora in piedi, il mio albergo apparentemente intatto e qualche vicolo deserto.
Arrivata a Coppito, dove si raccolgono le Facoltà dell’Ateneo aquilano che hanno perso la propria sede, mi colpisce il clima di disponibilità che si respira quasi ovunque: chiedo informazioni per capire dove si terrà il primo Consiglio di Facoltà del dopo terremoto e in tanti si offrono di accompagnarmi alla tenda che spetta a noi. Tenere un Consiglio di Facoltà in tenda, la tenda 4 per esattezza, è un’esperienza strana: mentre fuori comincia a piovere e il freddo si fa sentire, non possiamo fare a meno di pensare a chi in quelle tende, pur spaziose e sufficientemente accoglienti, dovrà stare a lungo. A questo punto, però, mentre lo sconforto sembra crescere, mi tornano in mente le parole di una mia studentessa, trasferitasi a L’Aquila da molti anni, con la quale ho parlato due giorno dopo il terremoto: “Sa professoressa – mi ha detto – dagli aquilani ho imparato a resistere. Al gelo e alla neve. E adesso anche al terremoto”.