Ai Ratti va tutto bene
Ai Ratti va tutto bene
Il gruppo al suo tredicesimo anno di attività, svela i segreti del proprio successo riscosso a partire dai concerti “di strada” fino al riconoscimento del grande pubblico.
In occasione della rassegna “Martedì d’autore” promossa dalla facoltà di Scienze della Comunicazione Il gruppo reatino “I Ratti della Sabina” si mette a nudo.
Incalzati dalle domande del responsabile musicale del “Mucchio Selvaggio” Federico Guglielmi e dal giornalista di radio uno Rai Gianmaurizio Foderaro, coordinati da Francesco D’Amato professore di Analisi dei linguaggi musicali della facoltà, tentano di presentare le ragioni di una realtà musicale in continua ascesa.
Sembrano a loro agio anche dietro la cattedra di un’aula universitaria davanti ad una platea di studenti, quasi come sul palco di fronte al pubblico durante un loro concerto.
Sono solo in due malgrado la formazione al completo presenti ben otto elementi, ma, nonostante ciò riescono in quasi due ore di “conversazione” a presentare il loro modo di concepire la il loro “viaggio musicale”.
Viaggio che prende piede quando erano soltanto dei giovani adolescenti con la passione per la buona musica e per una sana amicizia, come in diverse occasioni tengono a precisare.
Infatti proprio l’amicizia sembra il motivo per cui dopo tanti anni di concerti, tour, album e quant’altro la loro band non è deflagrata in tanti piccoli pezzi come molte realtà musicali contemporanee ci hanno abituato a constatare.
“il nostro legame, forse ancora prima di essere una band, è un legame di profonda amicizia” sostengono con forza.
“I Ratti delle Sabina” sembrano non prendersi mai troppo sul serio lo si percepisce nel loro stile, lo si capisce dalla loro musica, Ed anche il loro “logo” che ritrae all’interno di un segnale stradale un gatto stilizzato, confesseranno essere nato quasi per gioco da un esperimento grafico fatto insieme da alcuni esponenti della band,
benché i loro testi trattino anche temi molto seri, la dimensione ludica del loro vivere l’esperienza musicale prende il sopravvento connotando con forza il loro stile inconfondibile e sincero.
Le etichette che per semplificazione si tentano di affibbiare a chi fa musica non sembrano rappresentarli, non riescono a racchiudere la loro essenza musicale, si è parlato al loro esordio di combat folk, per passare poi in anni di maggiore maturità al folk rock: “Ci hanno paragonato per anni ai Modena City Ramblers, e questo non può che farci piacere, ma noi proponiamo le nostre idee senza pensare di dover assomigliare necessariamente a qualcuno, scriviamo e suoniamo la nostra musica e basta…” dichiara Stefano Fiori voce e chitarra della band.
Hanno bisogno del contatto fisico, il calore dei corpi, la partecipazione completa del loro pubblico nei concerti, per questo a volte si esibiscono eliminando fisicamente il distacco del palco scenico esibendosi in mezzo alla gente, la carica emotiva e la forza coinvolgente della loro musica pensano al resto, facendo di ogni loro esibizione live un evento.
Il loro pubblico si è evoluto ed è ormai completamente distaccato dalla semplicistica connotazione territoriale degli esordi, ed ha raggiunto attualmente una più vasta estensione geografica: “Abbiamo sacche di pubblico sparse in giro per l’Italia, e non riusciamo a spiegarci neanche noi il perché, ci sono delle roccaforti anche molto lontane dal nostro luogo di provenienza in cui suonare è per noi come giocare in casa” dichiara Stefano.
Dalla sperimentazione musicale sembrano trarre nuova linfa vitale preziosa per nuove creazioni, che si arricchiscono con l’esperienza accumulata negli anni: “Dopo il primo album ci siamo guardati in faccia e abbiamo provato a mischiare le carte, giri di basso fatti dalla fisarmonica, linee di chitarra eseguite da un violino, mescolare, invertire i suoni, in una parola..sperimentare nuove forme musicali che veicolassero il nostro messaggio” Sostiene con un pizzico d’orgoglio Roberto Billi chitarrista della band.
“Molti gruppi si trovano costretti (dai discografici) a ripetere cose già fatte in precedenza solo per replicare il successo ottenuto, questo a noi non è mai successo ..per fortuna…ci siamo quasi sempre autoprodotti, e quando ciò non è successo ci hanno lasciato la più grande liberta sotto ogni punto di vista”.
Proprio la loro ultima fatica discografica, per la prima volta, infatti, è stata prodotta da una Major che li ha lasciati esprimere la loro arte in completa autonomia, sostiene Stefano: “ il disco era già pronto quando glielo abbiamo presentato non avrebbero potuto anche volendo mettere le mani sul nostro progetto”.
Quando viene toccato l’annoso problema del file sharing ci si aspetta un appello alla “responsabilità” richiesta da chi campa di musica nei confronti degli utenti della rete, ma “I Ratti” sembrano aver fiutato le potenzialità di internet che, se da una parte toglie: (acquisti di cd nei negozi) dall’altra dà: (popolarità ad ampio raggio in un clik), sono informatissimi sul numero di contatti registrati nel loro “Rattoforum” e sembrano incentivare lo “scaricamento” attraverso software P2P la loro musica
“Se comprate il cd al negozio sono contento, ma se lo masterizzate al vostro amico per fargli conoscere la nostra musica non possiamo che esserne felici, perché in questo modo una persona in più conoscerà i ratti della sabina, …insomma ogni forma di pubblicità ha un suo prezzo” dichiara sornione e sicuro di se Stefano.
Insomma, “I Ratti della Sabina” al loro tredicesimo anno di attività si presentano tutt’altro che affaticati e rivendicano una freschezza che molte band contemporanee sembrano aver perso tra un litigio interno o per cause esterne.
Noi aspettiamo impazienti il loro ultimo album in uscita l’8 maggio per rituffarci in quel mondo di funamboli e stramberie in salsa rock che forse solo loro così bene sanno descrivere e inventare.