Marco Solaroli, laureato in Scienze della Comunicazione dopo aver studiato a Bologna e aver redatto la sua tesi di laurea sull’hip hop a Philadelphia, è stato il moderatore del panel sull’hip hop al convegno della IASPM, l'Associazione Internazionale di Studi sulla Popular Music, che si è tenuto a Roma tra il 25 e il 30 luglio 2005 .
Bethany Klein, Russell Tisinger e Jatin Atre hanno delineato tre diversi punti di vista sull’hip hop, inquadrandolo entro il frame della produzione di significati che il pubblico tende ad interiorizzare, alla ricerca di nuclei di significato portanti, su personaggi come Eminem, Puffy, Will Smith e gli Outkast. Emerge un quadro di valori polisemici di cui l’hip hop si fa portavoce.
Marco, si è parlato della polisemia dell’hip hop: la musica hip hop può riprodurre forme di discriminazione o risolverle. Ma chi ascolta, secondo te, quanto è spinto a seguire la poetica dell’artista?
Vedi, il problema è che, a livello storico, l’hip hop come cultura, quindi non solo come espressione musicale, ma come insieme di discipline diverse che andavano dal rap, dal punto di vista musicale, alla break dance, al writing, i pezzi sui muri, al deejaing (le tecniche che usa un deejay per manipolare i giradischi) era un fenomeno molto locale, nato nel Bronx e poi diffusosi in giro per gli Usa, specialmente nelle metropoli e nei quartieri più periferici delle grandi metropoli. Nel momento in cui è iniziato a diventare un fenomeno più popolare, più di mainstream, grazie soprattutto anche ad una serie di strategie industriali messe in atto da équipe di produttori, che si rendevano conto che il fenomeno poteva avere un potenziale comunicativo e quindi economico, la cosa si è diffusa ed ha iniziato ad avere un certo appeal anche su un pubblico bianco, magari di classe medio alta.
E quanto pensi che adesso il carisma così massivo di alcuni di questi artisti possa contribuire a trasmettere messaggi “tranquillizzanti”, visto il periodo caldo che stiamo vivendo?
Vedi, questo è un problema, perché, come dicevamo nel panel di oggi sulla polisemia del rap, e quindi sulle varie interpretazioni che si possono dare della stessa canzone, anche divergenti fra loro, non si è mai sicuri di ottenere una interpretazione univoca e quindi di avere un artista che ti comunica un messaggio di pace o di guerra o di impegno sociale o di semplice intrattenimento, quindi dipende sempre molto dal tuo rapporto con la canzone. Sicuramente, più studi, più capisci la storia della cultura, magari la storia individuale dell’artista, il motivo per cui magari ha scritto quel testo, più traduci le liriche, se magari tu sei italiano, spagnolo o ungherese e più chiaramente puoi avere una comprensione diretta del fenomeno, altrimenti rimaniamo sempre a livello molto superficiale.
Al di là della polisemia dei significati Jatin Atre ha parlato della “funzione civica” di questi messaggi artistici. Secondo te è sensato ricorrervi?
Diciamo che più che dire se è sensato ricorrevi, bisognerebbe capire se esiste veramente, e se questa l’intenzione degli artisti che espongono questi messaggi cosiddetti civici. All’inizio del rap, negli anni ’80, c’era questo filone chiamato “ad message rap”, o comunque il rap più conscio, più politico, in cui praticamente venivano esposti una serie di messaggi impegnati, che però spesso erano di ordine etnico, razziale, magari della popolazione nera che esponeva i suoi problemi. Nel momento in cui l’hip hop si è diffuso a livello internazionale, non ti so dire quanto questo elemento di impegno civico sia rispecchiabile in tutti i paesi; sicuramente, in Italia, in questo momento, sarebbe una cosa auspicabile.
Quanto, secondo te, le forme d’arte possono influenzare la politica?
O quanto possono essere influenzate…Fondamentalmente è un circuito, non è mai una presa diretta, non è un rapporto dualistico; è una serie di elementi che influenzano te in quanto artista, ed una serie di elementi che tu poi influenzi con la tua opera.