Pixel advertising ovvero pubblicità fatta di
pixel. L’idea di costruire siti internet e di venderne tutti i pixel a coloro che desiderino visibilità ha raggiunto una popolarità tale da essere addirittura contraddistinta da un nome, con tanto di
riferimento su Wikipedia, e tale da scatenare uno stuolo di aspiranti milionari o di aspiranti detentori di Guinness per la pagina internet più lunga.
Un “muro” lungo un miglio, è questa l’idea di Travis Smith, uno studente diciannovenne del Savannah College of Art and Design. Il “Mile Wall” si configura proprio come una parete, sulla quale l’affissione è libera e permanente. Dai banner pubblicitari di siti commerciali, dalle smielate dichiarazioni d’amore, alle opere d’arte personali, alle animazioni in Flash.
Il Mile Wall ospiterà qualsiasi “manifesto virtuale”. Uniche restrizioni: no ai banner che pubblicizzano siti pornografici, ai casinò virtuali, alle promesse di facile guadagno, a ciò che potrebbe rendere il muro squallido quanto una parete di una squallida stazione.
Per ora il sito si estende per pochi centimetri quadrati, parte dei quali sono prenotati ma ancora da affiggere, ma Travis Smith è ottimista. Il sito è stato inaugurato il 16 dicembre, non rappresenta una spesa per il suo creatore ed è comunque stato concepito per essere un perenne lavoro in corso, mattone dopo mattone, affissione dopo affissione.
Un dollaro per un riquadro di un pollice per un pollice, questo il prezzo per entrare nel Guinness dei primati dando il proprio contributo per creare la pagina internet più lunga del mondo, per ottenere visibilità e per esprimersi liberamente partecipando ad un progetto di proporzioni chilometriche. Cinquecentomila dollari circa sarà il guadagno dell’arguto promotore, se la parete si estenderà per un miglio.
Non potrà essere considerato un capolavoro di usabilità, i tempi di caricamento riusciranno a scoraggiare anche il più paziente dei monaci certosini, ma sembra testimoniare un trend in espansione.
Riciclaggio di un’idea? Non pochi sono i punti di contatto tra il Mile Wall e l’intuizione che ha fatto di
Alex Tew un milionario. Anche lui studente, anche lui alla ricerca di qualcosa che lo aiutasse a racimolare qualche sterlina per pagarsi l’università. Ed è così che il 26 agosto 2005 viene alla luce la sua
Million Dollar Homepage.
Vendere pixel è una trovata che rasenta l’ovvietà, e forse proprio questa sua immediata comprensibilità le ha garantito un successo incredibile. In sostanza è quello che fanno coloro che offrono spazio ai banner pubblicitari, solo che la pixel advertising fa dei banner la stessa ragion d’essere di un sito.

L’idea di Alex Tew si concretizza in una sorta di
patchwork, una coloratissima immagine composta da minuscoli (e meno minuscoli) “adesivi” che costituiscono dei link.
Un dollaro a pixel, per una pagina da un milione di pixel: basta questo per diventare milionari, per ottenere un successo e una
copertura mediatica planetari e per poter vantare la paternità di un’idea che ha avuto una diffusione virale (si pensi che proprio sulla Million Dollar Homepage è presente un banner che pubblicizza un’iniziativa simile!).
La Million Dollar Homepage ha saputo entrare nell’immaginario cult: a questo si deve il suo successo. I suoi
imitatori non sono che
enormi banner pubblicitari, la pagina di Alex Tew è stata
innanzitutto un’idea.
Così, considerando che l’utilità della pubblicità su internet è ancora da verificare e che gli utenti di internet hanno sviluppato una sorta di cecità ai banner tradizionali, risulta decisamente ottimista pensare che l’utente si sappia orientare in un’accozzaglia di adesivi coloratissimi, e che magari scelga di cliccare proprio sui pixel che pubblicizzano il proprio sito. Questi i motivi per cui su
eBay ci si stanno contendendo gli ultimi pixel della Million Dollar Homepage, mentre gli altri tentativi di pixel advertising appaiono desolanti quanto una parete vuota.
Riferimenti