Dopo l'arresto di Provenzano ci siamo interrogati sul ruolo dei media nel racconto del fenomeno mafioso. Ne abbiamo parlato con Vincenzo Vasile, giornalista de "l'Unità" e profondo conoscitore di Cosa Nostra. Palermitano, tra i suoi libri ricordiamo: "Obiettivo Falcone" (in collaborazione con altri) Pironti, Napoli,1989; "Salvatore Giuliano bandito a stelle e a strisce", Baldini & Castoldi, 2004.
L’arresto di Provenzano si è trasformato in un evento mediatico: qual è il suo giudizio sul racconto della cattura del superlatitante ?
Penso che ci sia una importante novità. Di solito la cattura di un superlatitante mafioso viene condita da considerazioni del tipo: si è consegnato, l’hanno consegnato, l’hanno tradito, perché l’hanno tradito. Stavolta mi sembra che simili esercitazioni siano state abbastanza marginali. Ha prevalso, e prevale semmai la domanda: perché non l’hanno preso per 43 anni? Il mistero, se così vogliamo chiamarlo, sta lì. Nelle ramificate protezioni di cui Provenzano ha goduto. Era inevitabile che si insistesse sulle caratteristiche spartane dell’ultimo rifugio. In pochi hanno notato che la “bella vita” non è un connotato dei capi di Cosa nostra che abbiamo sin qui conosciuto, abituati a fare anche molta galera, e a cambiare covo, perché il punto principale è amministrare potere e gestire la rete delle relazioni, mafiose e non.
C’è da dire che, a parte l’esilarante diretta di Anna La Rosa, si sia generalmente colto il nocciolo del problema, che non è solo la cattura di un capo mafioso, né solo la questione della successione, ma la dimensione e l’impasto di vecchio e di nuovo, arcaismi e modernità che la mafia siciliana porta sempre con sé.
Di quali arcaismi parla?
La figura di Provenzano mette in crisi soprattutto il luogo comune di chi considera la mafia una questione solo di ordine pubblico, perché dopo aver gestito assieme a Riina la strategia dei delitti e delle stragi, lo stesso Provenzano stava governando una fase di silenzio. Nella sua vita è stato un esperto e sanguinario pistolero e il ragioniere dei “pizzini”. Ho rilevato invece una certa insistenza sulla sua religiosità. Un po’ tutti i capimafia hanno questo connotato, in cui si rispecchia anche il ruolo di fiancheggiamento che per decenni la Chiesa siciliana ha spesso svolto. Per l’invettiva di Woytila e per la predicazione di padre Puglisi si è dovuto attendere tanto, troppo. E i capimafia, non a caso, hanno tentato di usare certi parroci e i cappellani delle carceri per sviluppare una trattativa con pezzi dello Stato mirante all’abolizione del carcere duro e delle leggi sui collaboratori.
Il giornalista che si occupa di mafia diventa quasi un segugio: c’è una sorta di contaminazione tra la vita privata e quella professionale, una diversità dalla figura del giornalista tradizionale ?
Non dovrei dirlo io, che per tanti anni me ne sono occupato, ma sicuramente è una buona scuola. Perché anzitutto ti insegna a non credere alle versioni “ufficiali”, o comunque a non accoglierle come oro colato. A Palermo c’era L’Ora che fece negli anni cinquanta le prime inchieste sulla mafia. E i primi passi li ho fatti respirando quell’aria. Quando poi cominciano a cadere, vittime di delitti e stragi, amici cari, funzionari e magistrati che ammiravi, mestiere e vita si intrecciano, sì, in una maniera molto diversa da quella di chi passa le giornate sui divani del Transatlantico.
La cattura di Provenzano ha riportato in prima pagina la mafia: come giudica il livello di attenzione dei media al fenomeno in generale?
Direi che al silenzio della mafia ha corrisposto il silenzio sulla mafia. Guarda i telegiornali, le censure vere e proprie. Nei notiziari nazionali non ha trovato spazio il ritrovamento dei facsimili elettorali di Cuffaro che sarebbe stato strano che non ci fossero stati, e su cui i giornali locali hanno informato. C’è ancora molto pressappochismo, spesso interessato.
In questi mesi si sono registrati atti di intimidazioni a sedi di partito, a cooperative come Libera Terra, a persone impegnate nella lotta contro la mafia, come Sonia Alfano, ma nei media le notizie non sono passate, perchè?
Il mio giornale è stato uno dei pochi a dar conto di queste notizie. Sul caso Alfano abbiamo pubblicato anche un libro, a cui ha collaborato Sonia. Il caporedattore-tipo di solito alza un sopracciglio: sempre le solite storie. Si consola perché non sparano, o sparano meno. Mentre quando sparavano, per lunghi anni la sottovalutazione era giustificata in altro modo: si ammazzano tra loro, è un’abitudine siciliana, calabrese, campana. La stagione delle stragi provocò una specie di shock informativo.
Poi, al silenzio dei kalaschnicov corrispose il silenzio dei media. Bisognerebbe tornare al giornalismo di inchiesta. Non ne leggo più sui giornali, e non solo sulla mafia. Ogni tanto fa qualcosa Raitre. Raidue ha dovuto fare una trasmissione riparatrice perché Radiouno aveva provato a dire che la gran parte degli imprenditori a Palermo pagano il pizzo. Riparatrice verso chi? Verso la mafia. Nessuno ha scritto che gli imprenditori intervistati che dissero che il pizzo non esiste poi sono stati rinviati a giudizio. Da allora tutto tace. C’è una reazione a tutto questo in quei giovani che hanno insultato Provenzano davanti alla Questura.
In una riunione di redazione di un giornale o di un telegiornale che peso può avere una notizia di mafia, quanto si sente il problema? C’è una sorta di pericolosa ‘regionalizzazione’ del fenomeno?
C’è di più: una sottovalutazione culturale che viene da ignoranza della storia e dell’attualità di un fenomeno, e da vere e proprie censure.
Provenzano come un pastore: un’immagine bucolica che stride con la sua stessa figura e con la rete di coperture di cui ha goduto il superlatitante. Cosa ne pensa?
Intanto non era affatto un pastore, né il suo ospite si può definire tale. La compenetrazione di Cosa Nostra è tale che non ci si deve stupire se il prestigio di un capomafia deriva anche dalla sua capacità di adattarsi, di atteggiarsi a vittima di uno Stato distante e oppressivo.
La mafia per molto tempo è stata inquadrata come un fenomeno di costume, un tratto di un popolo. Abbassare la guardia significa anche riscoprire e alimentare questo pericoloso stereotipo?
Non bisogna avere alcuna indulgenza per le connivenze, anche quelle “popolari”. E’ proprio questo il tratto distintivo della mafia siciliana. Ed è a partire da questa consapevolezza che si può compiere un salto in avanti anche nell’informazione. Perché solo la repressione, solo i prefetti di ferro - come Cesare Mori, mandato da Mussolini in Sicilia e poi dimissionato - non caveranno un ragno dal buco.
Riferimenti
Il sito de L'Unità