In Italia sono dedicati specificatamente agli immigrati 21 giornali, 86 programmi radiofonici e 26 trasmissioni televisive. Questi dati sono stati rilevati dagli studi dell’
Osservatorio media etnici della Isi Etnocommunication, l’unica concessionaria di pubblicità / media center specializzate in campagne destinate agli stranieri.
Secondo il terzo rapporto di questo Osservatorio, aggiornato a settembre 2004, in Italia nelle 21 testate “extracomunitarie” che si stampano vengono utilizzate 15 lingue diverse: rumeno, arabo, albanese, ucraino, cinese e tutti gli altri idiomi delle comunità più rappresentate. La tiratura complessiva è di duecentocinquantamila copie, quindici pubblicazioni hanno periodicità mensile, quattro sono quindicinali e due bisettimanali. C’è da tener conto che esistono altre pubblicazioni diffuse solo a carattere locale, giornali che escono saltuariamente ecc..
Le radio che ospitano programmi dedicati agli immigrati sono 46 e in tutto le trasmissioni “extra” sono 86. Vanno in onda in 17 lingue e sono in prevalenza programmi musicali (31) o generalisti (22), seguono i notiziari in lingua (11) e approfondimenti sull’immigrazione (9), non mancano programmi culturali (9) o di carattere religioso (4).
Le 26 emittenti televisive mandano in onda 26 trasmissioni etniche in 17 lingue; l’offerta si polarizza tra i programmi generalisti (13) e notiziari (12). C’è un solo programma televisivo di approfondimento sull’immigrazione.
L’informazione per cittadini immigrati si sviluppa anche sul
web. La realtà più importante è
www.stranierinitalia.it, il portale sull’immigrazione in Italia.
Sono sempre di più le iniziative di aziende che vedono i media immigrati come fonte proficua di pubblicità perciò li utilizzano nelle loro campagne pubblicitarie e nella realizzazione di campagne ad hoc per i consumatori immigrati. Soprattutto società di money transfert, di telecomunicazione, di grande distribuzione, finanziarie, banche e imprese di trasporti; l’altra faccia della medaglia è rappresentata dagli enti locali e ministeri.
La stampa è tra i vari settori dell’informazione per gli stranieri quella che fa da traino al mercato. Le riviste negli ultimi anni si sono moltiplicate tanto da prendere in considerazione tutte le etnie presenti nel nostro territorio.
Le pubblicazioni destinate alle varie etnie hanno una diffusione media che varia tra le 10mila e le 20mila copie, alle 5mila per le minoranze etniche immigrate.
Il tema più trattato dalle varie testate è sicuramente la cronaca ma anche approfondimenti su regole, diritti e normative sull’immigrazione, cultura e ricorrenze particolari.
Tra le testate etniche a maggiore diffusione in Italia si segnalano Gazeta Romanesca, in rumeno; Forum, russo ucraino; Nur, in arabo. Ci sono poi riviste più importanti per tiratura, circa 5mila copie mensili ciascuna, come Africa news e nouvelles, Expreso Latino, Echo news, Afrofootball, Cina in Italia, Mundo Brasil, African Trumpet International, Africa web, Bota Shqiptare, Il tempo Europa Cina, tutte appartenenti all’agenzia Etnocommunication (
www.uniub.it).
Proprio di stampa e immigrati tratta “Stranieri e mass media. Stampa, immigrazione, Pedagogia interculturale”, scritto da Corte. Questo testo presenta una ricerca sull’agenzia di informazioni Ansa, condotta in settimane a campione, dall’estate 1998 a quella del 2002. Affianca la ricerca un quadro generale dell’immigrazione italiana, un capitolo su pregiudizi e stereotipi e su come l’opinione pubblica giudica il fenomeno migratorio e la presenza di stranieri e poi ancora una parte dedicata ai mezzi di comunicazione e alla Pedagogia interculturale.
L’Ansa sotto la voce “immigrazione” presenta tutte le notizie che hanno come protagonisti od oggetto persone di origine straniera. Il quadro che ne esce è un’informazione concentrata per gran parte sugli “irregolari”, sui loro comportamenti illegali; espressa attraverso brevi notizie di cronaca, senza concedere molto spazio all’approfondimento e all’inchiesta sul mondo dell’immigrazione e sulla multiculturalità.
Ciò che si evince è una visione dell’ Altro come un estraneo, diverso, non meritevole di attenzioni, di conoscenza, di accoglienza e di dialogo interculturale. Non ha niente di buono, di positivo da portare con sé; è spesso rappresentato come una minaccia alla nostra sicurezza; ha caratteristiche che possono aiutarci a compiangerlo; ha spesso i connotati della delinquenza; quando è vittima dello sfruttamento economico di cittadini italiani senza scrupoli non viene quasi mai messo nelle condizioni di dare voce alla sua protesta (Corte, 2004).
Insomma, “la cultura dell’Altro, straniero, immigrato, di differente religione o condizione sociale non è ancora meritevole di approfondimento; così come non si dà adeguata evidenza all’opera di dialogo interculturale svolto dalla scuola, ai fondamenti teoretici e ai valori della Pedagogia interculturali” (Corte, 2002).
Anche per questo la radio e la televisione stanno avendo uno sviluppo più lento rispetto agli altri media ma ciò è dovuto soprattutto ad una carenza di fondi e di introiti pubblicitari, fatto sta che oggi come oggi non esiste ancora un network ideato e atto a soddisfare le varie esigenze degli immigrati.
In tale panorama possiamo comunque notare una gamma di telegiornali; il più importante è di una nota emittente pugliese Telenorba, interamente dedicato alla comunità albanese, inoltre possiamo ricordare il consolidato Rai Med, il canale bilingue italiano-arabo nato dalla collaborazione fra RaiNews24, Tg3 e RaiSat a carattere locale oltre alla già citata Telenorba abbiamo il telegiornale in nove lingue di Rete Brescia e di più recente apparizione, il Noticiero della Liguria, telegiornale in spagnolo per la comunità latinoamericana.
Questi ultimi anni hanno visto, oltre ad un incremento dell’offerta multiculturale mediatica, la scoperta di un nuovo mercato, quello basato sugli immigrati che ha portato alla nascita di agenzie che offrono strumenti in grado di offrire comunicazione e promozione specifici per il mercato etnico in Italia.
Tra queste Etnocommunication è riuscita in breve tempo ad acquisire la leadership di questo mercato; il segreto è stato rivolgersi ai cittadini stranieri residenti in Italia in modo esclusivo e diretto utilizzando la loro lingua. L’opera di marketing utilizzata non è da sottovalutare: volantinaggio, sponsorizzazione di manifestazioni culturali e sportive e iniziative con le maggiori società che forniscono prodotti e servizi per immigrati (Ricerca Carat Geoconsulting, 2003).
Nella società moderna occidentale i mezzi d’informazione non si limitano ad attirare l’attenzione del pubblico verso certi argomenti piuttosto che su altri ma ne costituiscono una rappresentazione che viene generalmente adottata da chi ascolta come la rappresentazione oggettiva e incontrovertibile.
Data questa enorme importanza dei mezzi di comunicazione ed il loro potere di influire sulle percezioni della realtà da parte di una massa di fruitori dei loro servizi è drammatico notare come sia scarso lo spazio dedicato all’approfondimento.
La continua ripetizione di immagini di sbarchi, gommoni e di espressioni sempre uguali a se stesse, stereotipate; oltre a creare uno stato ansiogeno e a contribuire alla sindrome dell’invasione ne ha anche uno abitudinario: l’abitudine è un ottimo mezzo di banalizzazione.
È proprio la superficialità che fa si che si eviti di capire a vantaggio di una logica del “nemico comune”, di un capro espiatorio. Il problema trattato non è solo generato dai mass media ma è insito nella società stessa poiché la “paura del diverso”, qualche volta addirittura forme di xenofobia, fanno parte dell’uomo. La trattazione giornalistica di un tema dipende dall’attenzione che in un certo periodo viene dedicata dall’opinione pubblica al tema stesso .
C’è da chiedersi da dove nasce la paura nei confronti dell’immigrato, sicuramente dal fatto che gli italiani, se pure abitanti di un paese ricco, sentono l’ombra della precarietà sociale, politica ed economica e il diverso rappresenta una minaccia, se pur realmente infondata, alla stabilità.
Nel caso degli extracomunitari ci si trova spesso davanti ad un caso anomalo di “spersonalizzazione senza la persona” cioè si designa l’immigrato in base al paese d’origine, alla sua etnia riducendolo ad una categoria, la nazionalità, in cui l’individuo perde la sua identità a vantaggio della collettività.
Il problema dell’etichettamento non riguarda solo gli immigrati ma tutto ciò che coinvolge una minoranza o qualsiasi tipo di diversità per questo non sarà mai troppo forte l’accento posto sulla pluralità dell’informazione che dia spazio ad un numero sempre più ampio e variegato di soggetti. Questo sarebbe lo scopo; ma tuttavia se di discriminazione etnica si può parlare nella comunicazione del nostro paese, si tratta comunque di una discriminazione non aggressiva ma che non per questo reclama minor attenzione.
Se poi si guarda agli argomenti trattati in tv quando si parla di immigrati o stranieri ci si rende conto che lo spazio a loro dedicato e la varietà degli argomenti è davvero limitata; criminalità e illegalità la fanno da padrone per poi passare all’assistenza e solidarietà e all’immigrazione vera e propria; lo sport, gli spettacoli e la cultura appaiono solo in modo marginale.
Per valutare lo stile di trattazione di programmi in cui si è parlato di immigrati o di immigrazione si è cercato di valutare se il registro prevalente fosse orientato all’uso di toni sensazionalistici o se ci fosse un esplicito richiamo a stereotipi.
Prevale sicuramente la modalità descrittiva a conferma della scarsità di approfondimenti inoltre viene notata la tendenza a non prendere posizioni, almeno esplicitamente, tuttavia ciò risulta contrastato dalla tendenza stilistica apparentemente neutra, come il fatto di alludere alla nazionalità o alla provenienza della persona immigrata come unico elemento di identificazione.
In alcune analisi della fondazione Censis, dalla quale sono stati rilevati alcuni dei dati fin qui esposti, che gli immigrati ai quali viene “data voce” in prima persona, su ciò che li riguarda direttamente o come esperto è molto ridotta circa il 23,5% delle volte nelle quali vengono citati gli stranieri.
I mezzi di comunicazione risultano oggi responsabili di drammatici ritardi nell’aggiornare non solo i propri linguaggi e stili narrativi, ma lo stesso punto di vista rivolto su fenomeni e realtà il cui background è spesso di difficile conoscenza e “restituzione” al pubblico. Le regole di genere dell’informazione ne fanno il formato certo più esposto ai rischi di semplificazione e pura “ruminazione” di luoghi comuni: soprattutto l’estrema compressione dei tempi redazionali e delle routine produttive tende a favorire, infatti, una copertura in cui è sempre in agguato la tentazione di privilegiare stereotipi, accenti emotivi e scelte pregiudiziali, in una rappresentazione spesso espressionistica dei fatti e dei protagonisti (Morcellini, 2004)
Quindi è evidente che la comunicazione può, di fatto, diventare il perno stesso e l’elemento-chiave nella costruzione di una società più pluralistica e “a misura d’uomo”. Infatti, indipendentemente dal mezzo utilizzato è la narrazione il fulcro dal quale si irradiano i media. Le immagini con tutto il loro scalpore si limitano a coadiuvare i toni affabulatori della narrazione. Le immagini determinano la reazione emotiva in proporzioni che vanno dal 13% nel 2001 al 17 % nel 2002.e un misero 1% viene lasciato ai contenuti (Indagine Censis, 2003).
Che tutto ciò abbia un collegamento con la dimensione massmediale è dato dal fatto che la Convenzione ONU sui diritti del fanciullo parla esplicitamente del diritto all’informazione e del diritto a riconoscere e preservare la propria identità.
L’immagine dei bambini immigrati veicolata dai media è importante per due aspetti:
-Autopercazione
in un’ottica di garanzia o almeno di progetto di vita uguale agli altri,senza sentire la “condanna”di uno status sociale già determinato.
-Percezione collettiva:
in un’ottica di integrazione e di convivenza i bambini immigrati non devono essere caricati di un peso troppo grande cioè il pregiudizio e lo stereotipo che fanno parte di
una “cultura” adulta; i bambini devono sentirsi liberi e i il paese d’accoglienza deve interessarsi nella conoscenza del loro mondo.
Le caratteristiche della costruzione dell’immagine degli immigrati è da analizzata a monte partendo, quindi, dalla selezione delle notizie, nell’agenda setting, nella notiziabilità, nel perché si sceglie di pubblicare un’intera pagina ad un fatto di cronaca che coinvolge immigrati e un trafiletto ad iniziative culturali, sociali dedicate al multiculturalismo. E’ un tipo di distorsione che non interessa solo i media italiani anzi tale approccio è stato individuato come una delle tendenze più diffuse nel panorama europeo da una ricerca commissionata dall’EUMC intitolata “Racism and the mass media”. Anche a tale proposito non si può non tenere in considerazione la conferenza operativa tuning in to diversity che ha come scopo quello di presentare e di elaborare linee guida e strategie rivolte a garantire e a promuovere la diversità fra media. Alcune di queste strategie elaborate nel corso del 2003-2004 durante una serie di conferenze e tavole rotonde promosse nell’ambito delle partnership trasnazionali Equamedia e Cream.
La conferenza si è tenuta dal 23 al 25 settembre 2004, in Olanda ed è stata concentrata sul compito ricoperto dai media nella società multiculturale. Gli obiettivi principali sono: la realizzazione di una “mappa del cambiamento” volta ad implementare le politiche della diversità nell’industria europea dei media, la creazione di una piattaforma in grado di convogliare agenti di cambiamento da coinvolgere direttamente nella creazione di un network per promuovere la diversità nei media (
www.tuningintodiversity.it).
La conferenza è stata inaugurata dal Professor Jo Groebel, direttore generale del Europeasn Institut for the Media, la cui relazione verterà sul ruolo dei media nella società multiculturale e da Naima Charkaoui, coordinatrice del forum per le minoranze etniche, che ha offerto un quadro generale sul ruolo chiave delle nuove generazioni come agenti e protagoniste di una futura società multiculturale. E’ seguita la presentazione dei progetti realizzati all’interno delle partnership Equamedia e Cream, mentre i giorni successivi sono stati caratterizzati da diversi workshop coinvolgendo direttamente gli esperti del settore.
Tra le diverse suggestioni raccolte salta forse più all’occhio la sensazione che l’ Italia stia attraversando una fase completamente diversa rispetto a quella in cui si trovano altri paesi europei sia per essere una meta di una immigrazione recente caratterizzato da un vasto spettro di provenienze, sicuro ostacolo alla ghettizzazione, sia per avere l’indubitabile vantaggio di poter accedere alle esperienze maturate nei paesi in cui sono già state da tempo elaborate politiche migratorie.
In particolar modo è emblematico che in quasi tutti i paesi, i progetti rivolti all’educazione dei giovani, a promuovere un loro coinvolgimento diretto nel mondo dei media, siano progetti che separano i ragazzi delle minoranze dai loro compagni autoctoni. Davanti ad una obiezione che una tale soluzione possa accrescere le barriere favorendo ulteriormente la ghettizzazione dei ragazzi coinvolti, la responsabile dell’area scuola nei progetti interculturali del Cospe sostiene che per usufruire di pari opportunità è necessario intervenire su chi crea barriere a chi è in posizione di svantaggio.
Durante il workshop, volto all’orientamento dei giovani delle minoranze etniche nel mondo dei media, coordinato da Hoogerwerf, una giovane partecipante mette i particolare rilievo come l’appartenenza ad una minoranza etnica sia troppo rilevante nella percezione che avevano le persone della sua identità. A suo parere, per aumentare la partecipazione nei media delle minoranze, il modo più efficace è quello di ignorarne la provenienza e vedere la loro partecipazione “normale”. Così sottolinea come sia assolutamente deleterio che a formare i giovani stranieri siano a loro volta formatori della stessa provenienza.
D’ altra parte su questo i pareri e le scelte non sono univoci.
Ali Qassim Mohamed, responsabile per la Finlandia dell’European Network Again Racism (ENRA), ritiene che isolare i gruppi delle minoranze con interventi rivolti a loro specificatamente, sia il riconoscimento di un diverso accesso alle opportunità che di fatto esiste. “E’ ipocrita pensare che in uno stesso gruppo nativi e immigrati abbiano le stesse opportunità, questo non fa che accrescere la differenza. In paesi come l’Italia non ho mai visto un funzionario del Ministero degli Esteri, mentre in Finlandia queste cose accadono. Tutto ciò è possibile grazie ad una previa differenziazione e ad un’equa distribuzione delle quote” .
Tornando al tema dei giovani e dei media, Evert-Jan Hoogerwerf parla del progetto Mirror volto a creare uno spazio di incontro tra i “linguaggi” dei media ed il vissuto di adolescenti provenienti da gruppi svantaggiati. “Il gruppo misto accresce le differenze che di fatto esistono [...] c’è da sottolineare che il nostro progetto prevedeva il coinvolgimento i adolescenti svantaggiati e in molto casi lo svantaggio andava oltre il semplice essere stranieri. In ogni caso penso che l’attività di “educazione ai media” offra la possibilità di raccontarsi, rimmergersi nella propria storia di vita ri-raccontandola e questa operazione costituisce sicuramente una riabilitazione dai traumi, un lavoro che accresce l’autostima, aiutando a tirare fuori ciò che riteniamo importante”.
Partire da una
sottolineatura della differenza per entrare ad una dimensione in cui
coesistono, senza stridere, le
diversità sembra essere la parola d’ordine. Tuttavia è difficile ignorare il fatto che, mentre in alcuni paesi il tema della multiculturalità è dibattuto da più di mezzo secolo, l’Italia si trova ora a fare i primi passi per l’integrazione e il superamento del pregiudizio (
www.migranews.it).
Ma c’è anche chi esprime perplessità su iniziative come il premio radiofonico Mostafà Souhir volto a promuovere la professionalità degli immigrati nei media, iniziativa peraltro in vista dai più come un incentivo che serve a riconoscere e a valorizzare una situazione che sta nascendo nella società italiana.
Vincitore del premio per il migliore formato radiofonico multiculturale , nel 2004, è stato il programma Asterisco, autori Faustin Akafack e Raymon Dessi, emittente Radio Tau, Radio Città del Capo, Radio Città 103, per l’originalità dell’idea di partenza e per la maniera creativa e brillante con cui l’ hanno sviluppata, per l’ ottima padronanza del mezzo radiofonico, dei suoi tempi e dei linguaggi parlati, per la capacità di trattare i temi legati all’immigrazione con un approccio informativo adeguato e per l’ottima qualità del prodotto e della sua confezione (Drogoreanu, www.migranews.it).
È evidente che le emittenti radiofoniche o televisive non creano il razzismo e la xenofobia, ma possono scegliere di ignorarli o di combatterli.
La comunicazione sull’immigrazione costituisce una questione estremamente complessa, debitrice di stereotipi fondati sulla paura dello straniero, dal fastidio suscitato da atteggiamenti di insistenza dei venditori ambulanti o anche sulla drammaticità di alcune storie di vita da clandestini, questi sono i temi dei quali si occupano trasmissioni quali Sciuscià, Report, Frontiere, Terra, Maurizio Costanzo Show.
Una delle prime trasmissioni che ha evidenziato l’argomento immigrazione è stato nel 1991 “Nonsolonero” su Raidue con l’intento di conferire dignità sociale e culturale a coloro che venivano da paesi stranieri, superando le discriminazioni; accanto a questo va citata l’esperienza molto importante di “Un mondo a colori”. L’ immagine dell’immigrato nella televisione italiana è a tutto tondo; è affrontata con una visione romanzata da quella asettica dei tg fino ad arrivare a quella di denuncia dei talk show.
Il discorso sull’immigrazione rimane sempre incentrato sulla singola storia di cronaca e non si parla mai del fenomeno in generale. Ciò è abbastanza chiaro, oltre che nei programmi televisivi, soprattutto nei giornali quotidiani i quali tendono sempre di più ad omologarsi con i rotocalchi, accantonando l’inchiesta a vantaggio della notizia di costume, delle storie di vita che hanno la caratteristica di essere spettacolarizzate.
L’informazione alla quale siamo sottoposti oggi da tutti i media rischia di indurre quel grave effetto di coltivazione televisiva, analizzato da Gerbner; alla fine dei suoi studi sull’impatto della violenza televisiva sulle credenze degli individui è arrivato alla conclusione che i contenuti della televisione “coltivano” le credenze delle persone. E ha dimostrato che almeno una parte degli individui che guardano spesso la tv sovrastima il livello di violenza del proprio quartiere e teme in modo esagerato di esserne colpita direttamente. “Nonostante le controversie che ha generato e indipendentemente dal fatto che sia o non sia una reinvenzione, con nuove etichette, di una ruota teorica più che assodata, la teoria delle coltivazione rappresenta una soluzione promettente per affrontare l’antica questione di come acquisiamo le nostre conoscenze e di come esse guidano in nostro comportamento” (De Fleur, Rokeach ).
In questi ultimi tempi, la seconda Guerra del Golfo ci ha portato in tutta la sua evidenza il ruolo dei mass media. E lo ha fatto in una fase della nostra storia in cui alla globalizzazione dell’economia si è accompagnata giocoforza quella della comunicazione. Le ricerche, di recente pubblicate, sull’utilizzo dei media l’11 settembre 2001, il giorno degli attentati negli Stati Uniti, hanno poi messo in luce il bisogno quasi fisico ai mezzi di comunicazione: una vera e propria corsa all’informazione, per capire cosa stava e cosa sta succedendo; una ricerca dell’immagine televisiva soprattutto per vedere cosa accadeva, e nel contempo la lettura attenta dei giornali per avere delle spiegazioni, delle interpretazioni.
Stiamo tuttavia attenti a non cadere in un errore: quello di ritenere che solo la comunicazione mediata da tv, radio e giornali sia stata e sia l’attrice dell’interdipendenza conoscitiva e informativa tra i singoli e tra i gruppi sociali, là dove vi è una situazione di stress: una guerra, un attentato terroristico, ecc..
Franco Angeli ha pubblicato un libro curato da Mario Morcellini: “Torri crollanti. Comunicazione, media e nuovi terrorismi dopo l’11 settembre”. Ebbene, i risultati di una ricerca condotta su un campione rappresentativo della popolazione italiana e mirata a conoscere come e attraverso quali mezzi il pubblico dei media ha avuto notizia degli attentati terroristici negli Usa, hanno rilevato quanto segue: “Nel ciclo di diffusione di una hard news ad altissimo grado di imprevedibilità e rilevanza pubblica, un posto di assoluto primo piano è spettato al passaparola fra amici, colleghi, conoscenti e addirittura sconosciuti. Il passaparola si è confermato un canale cruciale per l’iniziale acquisizione della notizia e ha continuato a esercitare un importante funzione di rassicurazione rispetto all’allarme”.
D’altra parte, prosegue la ricerca curata da Morcellini, “la guerra fra media fa emergere ancora una volta come la superpotenza tv, ben lontana dal suo declino, si confermi il mezzo più esaustivo, immediato ed efficace a cui rivolgersi per seguire i fatti in diretta, verificarne i particolari e ottenerne conferma”.
A questo punto dobbiamo domandarci: i mass media sono pronti a fare della comunicazione una comunicazione interculturale? Stando a tali ricerche, la risposta è negativa. Basti leggere i dati e i giudizi che sui media di massa vengono dati da studiosi e istituti di ricerca a proposito dell’immagine degli immigrati sulla stampa italiana. La società italiana dell’ultimo decennio, nelle sue articolazioni culturali, multietnica e multiculturale rappresenta in piccolo quello che è il più grande sistema-mondo, con le sue tensioni, i suoi contrasti, le sue dimenticanze verso certe culture e certe popolazioni, ma anche le sue occasioni di dialogo (Corte, 2004) .
“Vuoti di analisi, assenza di approfondimento , copertura spesso di routine, scarsa attitudine alla descrizione del contesto, sono tutti elementi della trattazione giornalistica che ricorrono stabilmente, quando non convivono anche strategie simboliche che penalizzano quelle stesse realtà socioculturali che sarebbe nell’interesse di tutti conoscere bene per poter dialogare ed interagire con esse” (Grasso, 1995).
Sebbene non si possa dire che la televisione proponga, a proposito degli immigrati, stereotipi e rappresentazioni esplicitamente razziste, resta il fatto che il tipo di notizia, il contesto, l’angolatura della notizia trasmessa finiscono con il favorire una rappresentazione piatta e appunto stereotipata; per contro, però, anche le audience devono acquisire i mezzi per conoscere, confrontarsi e comprendere la diversità; in Europa sono state già varate delle idee che con un margine di tempo abbastanza lungo potranno portare ad una maggiore integrazione: inserire nei mass media, in genere, più personale straniero, sostenere i gruppi di consumatori di origine etnica minoritaria, stimolare sempre più giovani immigrati ad intraprendere una professione nel campo mediatico.
I settori commerciali della radio, televisione e della carta stampata si stanno rendendo conto del grande potenziale di consumo delle minoranze etniche; diventa perciò indispensabile per loro promuovere la conoscenza e il rispetto per le diverse culture ed evitare una visione discriminante o stereotipata delle diverse etnie a favore di un ritratto equilibrato più aderente alla reale composizione della società.
Riferimenti
Etnocommunication
Stranieri in Italia
Sul razzismo nei media (Wiki):
Yale University
Black agenda
Una serie di volumi consigliati da "The paper expert"
Migranews
Corte "Noi e gli altri.L'immagine dell'immigrato e degli immigrati sui mass media" ed. Cedam, Padova 2002.
Ricerca Carat Geoconsulting 2003
Morcellini "Fuori luogo". L'immigrazione e i media italiani. A cura di Binotto e Martino, ediazione Rai-Eri, Roma-Luigi Pellegrino editore, Cosenza, 2004.
Indagine Censis 2003
De Fleur, Rockach "Teorie della comunicazione di massa", Ed. Il Mulino, Bologna, 1995.
Morcellini "Torri crollanti. Comunicazione, media e nuovi terrorismi dopo l'11 Settembre" ed. Franco Angeli, Milano, 2003.
Grossi, Belluati, Viglongo "Mass media e società multietnica" ed. Anabasi, Milano, 1995.