DISLAB: Musica elettronica a Scienze della Comunicazione
DISLAB: Musica elettronica a Scienze della Comunicazione
Roma 1 Ottobre 2003: un grande evento attrae l’attenzione di giornalisti, studiosi, musicisti, artisti e studenti. Nell’ambito del Festival di musica elettronica “dissonanze”, la Facoltà di Scienze della Comunicazione in collaborazione con il Dipartimento di Sociologia e Comunicazione, ha organizzato un evento parallelo al Festival chiamato DIS.LAB: un convegno comRoma 1 Ottobre 2003: un grande evento attrae l’attenzione di giornalisti, studiosi, musicisti, artisti e studenti.
Nell’ambito del Festival di musica elettronica “dissonanze”, la Facoltà di Scienze della Comunicazione in collaborazione con il Dipartimento di Sociologia e Comunicazione, ha organizzato un evento parallelo al Festival chiamato DIS.LAB: un convegno come occasione di approfondimento e di riflessione sulla musica elettronica, seguito nella serata dalla esibizione di numerosi gruppi musicali a questa legati.
La facoltà si è così popolata certamente di studenti, ma anche di musicisti e di studiosi. Tutti accomunati da un’unica passione, la musica elettronica, e da un unico intento, riflettere sulle origini e sulle peculiarità di questo genere musicale. Un genere, a volte disprezzato, a volte paragonato a rumore, a volte osannato, che riesce, però, a coinvolgere tante personalità e tanti gusti, così come lo stesso evento ha dimostrato.
Dissonanza, rumore, wave. Così Federico del Sordo, professore di Semiologia della musica nella stessa facoltà, ha definito la musica elettronica, individuando in questi concetti le sue peculiarità. L’elettronica, infatti, nata dall’incontro della musica con l’elettronica e le tecnologie, consente la creazione di suoni artificiali, la composizione di complesse combinazioni da parte della macchina e la loro memorizzazione, l’amplificazione del suono. Appunto dissonanza e rumore, ma pur sempre combinazione di suoni. E questo dà ragione a quanti vedono nella musica elettronica un’avanguardia musicale e non semplice rumore.
Un vero linguaggio sperimentale, che, però, ha origini molto lontane. Il percorso che Andrea Benedetti, grande esperto di questo genere, ha ricostruito nel suo intervento, ha inizio addirittura con l’invenzione del registratore e poi del triodo: le radio diventano veri laboratori, ma i costi sono troppo alti e quindi gli esperimenti molto rari. Si dovrà aspettare la fine degli anni ’70 perché alcuni gruppi musicali sperimentino musica oltre le sette note e poi gli anni ’90 per l’introduzione del microchip. Innovazioni che hanno consentito al musicista di comporre da solo senza il suo gruppo. La ricca produzione dei primi anni ’90 ha poi subito un ulteriore sviluppo con l’introduzione dello standard MIDI e successivamente con lo sviluppo esponenziale della potenza delle CPU dei PC che ha permesso di utilizzare il computer come e vera e propria work-station produttiva. E’ evidente: le tecnologie al servizio della musica.
Così tutti potranno fare musica? Abbiamo incontrato Andrea Benedetti al termine del suo intervento e ci siamo soffermati con lui in una piacevole conversazione.
“L’impiego della tecnologia non determina inevitabilmente la produzione di musica elettronica. E’ necessario abbattere il diffuso stereotipo della musica elettronica come creazione artificiale e prodotto della tecnologia” dice Benedetti. Le odierne tecniche di produzione, infatti, consentono la realizzazione di prodotti musicali di vario tipo, con lo stesso hardware e software che viene solitamente utilizzato per la produzione di altri generi, quindi la musica elettronica in sé non è ciò che viene concepito in funzione della tecnologia, ma è un processo creativo frutto della personalità e del bagaglio culturale dell’artista che si avvale di strumenti tecnologici per dare espressione alle proprie idee musicali.
“E a questo si aggiunga il problema degli spazi che affligge chiunque voglia promuovere un evento musicale nell’ambito della capitale” continua Benedetti. Le persone che più attivamente si sono interessate della produzione e promozione della musica elettronica nella capitale si sono dovute inevitabilmente scontrare con questa realtà. La carenza di strutture, infatti, ha spesso determinato l’impossibilità reale di creare dei luoghi di aggregazione permanente per gli artisti e ha limitato molto la
possibilità di suonare e condividere le proprie idee musicali con gli altri. “La necessità d’individuare nuovi spazi in cui musicisti, dj e produttori si possano incontrare e scambiare pareri” continua Benedetti “è di vitale importanza per la trasmissione delle esperienze messe a frutto dalla scena della musica elettronica romana e per la promozione di nuove ed interessanti esperienze musicali”.