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Il medium è il movimento

Il medium è il movimento

di ARTURO DI CORINTO (17 12 2004)

Cellulari, videocamere, computer: come il movimento scoprì che si può fare informazione in proprio diventando editori di se stessi. Dalle narrazioni aperte nelle chat e nelle mailing list ai network stabili alla riscoperta del teatro e della danza: quando raccontando si comunica e comunicando si fa politica

Uno degli elementi che meglio caratterizza la “società dell’informazione” è certamente il sapere comunicativo diffuso messo in campo dai movimenti nella costruzione dei media indipendenti.
Un fenomeno che è all’origine della diffusione di fanzine elettroniche, siti di controniformazione, archivi di video digitali, reti di filesharing, blog personali, web-radio e televisioni di strada.


Alcuni elementi sono centrali in questo processo. Il primo è la diffusione di mezzi di comunicazione personale, dalle telecamere digitali ai telefonini di terza generazione. Il secondo è la digitalizzazione dei contenuti, che, ridotti al linguaggio universale dei bit sono immediatamente trasferibili da un lato all’altro del globo grazie alla pervasività di una infrastruttura di comunicazione, la rete Internet, che, coi fili o senza, innerva oggi ogni luogo della vita associata.
Elemento di mediazione fra le nuove pratiche comunicative e i sistemi di comunicazione è rappresentato dal software che, nella sua versione “open”, economica, libera e modificabile, diventa strumento di cooperazione e veicolo essenziale per l’integrazione e la fruizione multimediale delle informazioni.
Il rapporto che esiste fra la disponibilità delle tecnologie e le pratiche della comunicazione indipendente è simile a quello che esiste fra l’uovo e la gallina: è difficile dire quale venga prima, ma il risultato è la crisi del ruolo mediatore dei professionisti della comunicazione e la credibilità stessa dei media tradizionali che si trovano a competere con un nuovo tipo di narrazione degli eventi dove scompare il confine fra attori, produttori e consumatori di informazione.
Una dialettica che ha visto nascere una nuova generazione di militanti della comunicazione: i mediattivisti.
“Moltitudini” è un termine che non piace a molti, soprattutto a chi intende il protagonismo delle folle solo all’interno dei binari dell’organizzazione sindacale e dei partiti, siano essi “leggeri” o di massa.
“Moltitudini digitali” è però il nome che meglio evoca il carattere spontaneo, decentrato e non gerarchico, dell’attività dei gruppi di mediattivisti che hanno fatto irruzione sulla scena politica durante le contestazioni di Seattle facendo un uso alternativo dei mezzi di comunicazione basati sul digitale: telecamere e reti di computer.
Infatti, se da una parte la mobilitazione elettronica di Seattle N30 ha rappresentato la prova generale della comunicazione indipendente globale, spontanea, fatta sul campo dai movimenti contro il liberismo, la battaglia mediatica di Genova G8 ha rappresentato per il movimento dei movimenti il passaggio più significativo di questa nuova sensibilità inaugurando in Italia una politica della comunicazione che si mette in diretta competizione con l’informazione al cloroformio di un paese governato da editori-palazzinari.
Genova è stata un importante giro di boa per le forme comunicative del movimento dei movimenti. Se è vero che i movimenti hanno sempre avuto una grande varietà di attività correlate ai media e se anche le azioni più dirette presuppongono un alto livello di informazione, la filiazione di tanti progetti di comunicazione dai media di movimento che abbiamo visto in azione a Genova dimostra come quella non sia stata una parentesi ma un'esperienza seminale per tutta la comunicazione indipendente.
La diffusione e la pratica d'uso degli stessi mezzi di comunicazione personale (cellulari, videocamere, computers) hanno favorito lo sviluppo di una dinamica comunicativa individuale e collettiva che ha moltiplicato la percezione del «si puo' fare», cioè che è possibile fare informazione senza doverla delegare ad altri diventando editori di se stessi.
L'esperienza di produrre informazione per gli altri ha portato a riflettere sulla informazione come elemento relazionale prima ancora che conoscitivo, e a riconoscere la comunicazione come luogo di elaborazione dell'esperienza diretta.
Effetto di questa dinamica è stata la creazione di reti di comunicatori che agiscono secondo schemi innovativi che si integrano e si moltiplicano grazie a Internet ed alla convergenza multimediale.

Si consolida un approccio secondo cui le esperienze di comunicazione alternativa si strutturano in network sempre più ampi, secondo un modello decentrato e orizzontale con una forte attitudine a riprodursi ed a contaminarsi. Viene subito alla mente l'esperienza di RadioGap, network di radio comunitarie che è stato la voce sonora delle piazze e dei protagonisti delle giornate di Genova, come pure quella di Indymedia Italia, che in quei giorni ha dimostrato l'efficacia di un modello organizzativo di produzione delle notizie decentrato e non gerarchico che ne fa un vero laboratorio di democrazia. O come il media center allestito a Genova, esempio di una capacità collettiva di gestire la dimensione comunicativa dei movimenti, che sembra diventato un modello esportabile: a Porto Alegre come in Chiapas e in Palestina.

Sono poi molte altre le esperienze che si mettono in rete per coprire uno spettro comunicativo più ampio, scambiarsi tecnologie e know-how e costruire un network stabile , come la Ciranda di Porto Alegre, Amisnet, Mir.it.
Ma anche se la comunicazione dell'evento Genova ha privilegiato in un primo momento le narrazioni aperte che si intrecciavano in una trama autopoietica di discussioni attraverso chat, mailing list e siti web (indymedia, rekombinant, altremappe, forisociali) facendo di Internet lo snodo principale di un'informazione prodotta per altri mezzi e altri pubblici, con le produzioni sucessive la rete è «uscita dal monitor» e si è riversata in luoghi e supporti diversi da quelli della rete.
Dopo Genova c'è stato infatti tutto un fiorire di iniziative che hanno recuperato le arti per comunicare: poesie e mostre fotografiche, performance, teatro, danza, videoinstallazioni, musica, dipinti e sculture, usate per rappresentare e raccontare quei giorni, elaborarne l'esperienza intima e personale insieme agli altri
Il tutto con una forte inclinazione all'uso della multimedialità e alla contaminazione di codici, esperienze ed estetiche che si intersecano per raccontare la complessità dei fatti e del vissuto.
La caduta della barriera tra i professionisti e i militanti dell'informazione e un rapporto inedito col mondo della piccola editoria indipendente hanno favorito la diffusione di libri, videocassette e cdrom a partire dai contributi dei tanti «giornalisti per caso» presenti a Genova. Infine, una serrata attività di ricostruzione degli eventi confluita nel libro bianco del Genoa Social Forum.
In questa fervida attività di comunicazione non c'è solo la diffusione delle informazioni, la testimonianza polifonica, ma una accentuata produzione di immaginario, tessitura di un legame sociale che passa attraverso la capacità di raccontarsi con la forza delle emozioni vissute.
La sfida è ancora una volta all'autogestione, alla produzione di nuovi linguaggi per raccontare i fatti e decodificare la realtà.
Se però questo tipo di comunicazione ha superato la dicotomia fra la dimensione orizzontale e quella verticale dell'informazione, alcuni comportamenti sembrano trascurare la critica ai media mainstream.
Se cioè si è compreso che le notizie non accadono ma «si fanno accadere», che cioè l'informazione è un processo di selezione della realtà, e che il successo della sua veicolazione dipende dai linguaggi utilizzati e dalla capacità di immedesimarsi negli interlocutori del messaggio, la pretesa di governare le dinamiche spettacolari dei media tradizionali rimane ancora frustrata dall'impossibilità di controllarne gli effetti.
Forse perché fra la comunicazione della politica, finalizzata all'autorappresentazione dell'agire concreto, e la politica della comunicazione come sperimentazione di nuove forme organizzative e di conflitto, rimane, all'interno del movimento, un'area grigia, un vuoto, che riguarda l'analisi e la critica dei media tradizionali.
Un territorio che per la sua importanza nella produzione di significati non andrebbe eluso dai nuovi soggetti della comunicazione.
Da questo punto di vista appare promettente il filone di ricerca delle televisioni territoriali o di quartiere come OrfeoTV-Telestreet, che mira a ricostruire dal basso la democrazia della comunicazione sfruttando la convergenza Internet-Tv per stimolare la nascita di piccole «emittenti condominiali» che potranno trasmettere dalla rete allo schermo del televisore.
Però mentre qui si cerca una rottura con la regolamentazione dell'etere in modo da innescare lo stesso processo che vide la diffusione delle radio libere negli anni `70, probabilmente la killer application potrebbe essere NGV, New Global Vision, un progetto di canali video su Internet per la diffusione di audiovisivi in qualita' VHS da fruire attraverso il computer. www.ecn.org/bologna/ngvision

Dalla critica alla concentrazione dei media alla costruzione di reti wireless per l’Internet senza fili nelle campagne indiane e sudamericane fino alle telestreet le iniziative queste iniziative che hanno come denominatore comune l’obiettivo di realizzare una comunicazione indipendente e dal basso, sono la risposta di una società civile globale all’impossibilità di una comunicazione plurale e distribuita.
Una questione che spazia dalla disponibilita’ dell’etere che i movimenti rivendicano in quanto bene pubblico (communication commons), fino alla concentrazione dei media e dei monopoli informatici. Oligopoli che letti attentamente rivelano interessi e relazioni innominabili fra lobby politiche, economiche e istituzionali.
A questo punto bisogna ancora integrare fra di loro progetti che corrono paralleli e che da soli rischiano di non raggiungere la massa critica di diffusione. E individuare un modello produttivo in grado di veicolare la grande messe di autoproduzioni, dai concerti alle video inchieste sul lavoro precario, ma anche di sedurre l'immaginario creando le giuste sinergie fra quanti si impegnano nello stesso obiettivo di costruire un altro mondo e un'altra storia, in tempo reale.
Riferimenti
New Global Vision