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WARning

WARning

di VANESSA GIACALONE (14 01 2005)

La politica estera americana tra la penna e la spada

C’è sangue dentro il video

Lampeggiante è un fatto serio

Gente tranquilla dicono

Riversa dentro un rosso fradicio.

Cronaca incomprensibile

Di lame e di follia inspiegabile.

Buona famiglia giurano

Travolti da una notte che non vuole finire

Tra le pareti che ingoiano violenza

Così invisibile che non vuoi sapere.

A porte chiuse l’incubo

Domestico imprevisto è gelido.

Gente tranquilla giurano

Gente che chiedeva dove andremo a finire.

E ogni certezza è brivido

Che massacra la tua quiete attorno al televisore.

Quanta obbedienza, quanta osservanza,

L’educazione che si deve ottenere

L’intransigenza, l’intolleranza,

Servite a tavola son pugni sul cuore

Di chi ti ascolta e poi soffoca in silenzio

Vite represse incorniciate d’onore.

Un demone tascabile un’ombra clandestina un crimine

La colpa indispensabile per sopportare un incubo che non vuole finire.

Un demone tascabile un’ombra clandestina un crimine

La colpa indispensabile per sopportare un vuoto che non vuole finire.

Arabo: Io sono il vostro alibi la belva silenziosa il tuo capro espiatorio

l’uomo nero l’incubo la paura che ti porti dentro la notte che non passa mai.

 

“Gente tranquilla”, featuring Rachid.

Parole e musica dei Subsonica, da Amorematico ,2002


 

 

Sembra trascorsa una vita, e forse è così.

Eppure ricordo chiaramente quando tutto è cominciato, e sono cominciate così tante cose da quel giorno storico, che pare un peccato di presunzione citarlo come “il” momento della scelta del tema della mia tesi di laurea, che distava da me più di tre anni.

Mentana, oggi ex-direttore del TG5, aveva i capelli gonfi e gli occhi pesti, conduceva una diretta straordinaria e drammatica da ore e ore, senza aver mai smesso di commentare, o di osservare attonito le Torri crollare, di ragionare, cercare di capire prima ancora che di spiegare.

A notte fonda il suo flusso di parole prese i toni della riflessione intima, abbozzò un’autocritica al ruolo del giornalismo, alla civiltà occidentale, alla pigrizia del mondo che ripiegato sul proprio ombelico si era fatto cogliere di sorpresa da una tale esplosione di odio. Gli parve, e credo a me come a lui ( o così mi piace ricordare), di cogliere l’alba di un nuovo mondo, proprio tra i nerissimi fumi di quella distruzione.

Un mondo dove i cittadini, e quelli che di mestiere orientano i giudizi dei cittadini, comunicassero più liberamente, e non venissero nascoste realtà di  rabbia e sofferenza tali da indurle poi ad esplodere con tale assolutezza.

Piacevolmente stupita da questo auspicio, stavo per ripiegare volenterosa nella mia autocritica da Occidentale assopita, sperando fanciullescamente che l’enormità dell’accaduto stimolasse una simile riflessione tra le illuminate leadership che di lì a poco, chiaramente, avrebbero virato la storia in risposta  all’attacco.

Ma ecco comparire dal nulla il nome di Osama bin Laden, ecco trovato il colpevole e il primo nemico su cui scaricare al più presto tutto il proprio desiderio di vendetta. Il rigurgito cattolico del desiderio-di-espiazione-e-ritiro-nel-deserto miei e di Mentana svanirono come neve al sole, e mi ritrovai follemente contrariata, stupita della mia ignoranza (“Possibile che non l’ho mai sentito nominare?”) e conseguentemente mi sentii anche in colpa per la minima compassione che dimostravo alle vittime del WTC.

Possibile che neanche questo segnale mostrasse all’uomo la necessità di invertire rotta?E che la cosa migliore che l’America sapeva fare in risposta era tirare fuori uno smunto barbuto per scagliarvisi contro?

Avrei dedicato il resto degli anni che mi restavano da trascorrere all’Università, a cercare e  trovare le prove che fosse una reazione assurda, inutile, ingiustificabile, fuori dalla storia. Appartenevo alla generazione “dell’infanzia in Guerra Fredda”, per me la guerra era un’obsoleta  barbarie, un accidente lontano. 

Seguì la battaglia di Tora Bora e rinnovai la mia professione di fede.

Arrivò l’Iraq e io ormai ero fan di Gino Strada, innamorata del compianto Massud, aspirante emula della Cutuli, manifestante pacifista, abbonata di Limes e Internazionale, agguerrita polemista in  tutti i gruppi di ricerca attinenti al tema che si formarono al nostro Dipartimento di Sociologia e Comunicazione.

Il punto d’arrivo cui giungo è assolutamente imprevisto, in un primo momento destabilizzante, ugualmente illuminante.

La mia ricerca ha ricollocato me nella storia (o aggiustata la mia posizione), ha sgonfiato lo stupore, la rabbia, le dichiarazioni pacifiste (ma non le speranze); mi ha fatto amare l’America ed accettare gli istinti di guerra, mi ha insegnato la pazienza di andare a capire le indigeste trame economiche, petrolifere, finanziarie (e decisamente maschie e prosaiche) che decidono della nostra vita molto più di quanto noi ci vogliamo immaginare. E che più di ogni altra cosa informano l’azione della politica.

Ho sfruttato più che ho potuto le possibilità intellettuali della facoltà, perché nessuna risorsa andasse sprecata nella mia personale impresa titanica, finché non sono riuscita a penetrare più a fondo che potevo questo pezzo di mondo, senza smettere mai di interrogare l’uomo, ragionando da donna.

 

La teoria che avrei voluto dimostrare in partenza era l’assurdità della guerra, la sua inutilità nella storia e soprattutto nel 2001. La metafora della “penna” e della “spada” mi avrebbe aiutato più che come categoria euristica, semplicemente come schema mentale facilmente utilizzabile, come fosse un comodo frame attraverso il quale guardare.

Inutile dire che seguire per anni la condotta estera dell’America, con il proliferare incontrollabile di studi, libri, inchieste e la perenne copertura  televisiva rendeva, per me, improponibile tentare una minima analisi quantitativa. Ho deciso di partire dalla mia postazione di telespettatrice discretamente ignorante in geopolitica, per procedere ad una sorta di prolungato brain- storming: alla fine del mio percorso di ricerca mi sarei limitata ad osservare l’evoluzione della mia opinione, delle convinzioni di base, rispetto al momento in cui non conoscevo gli studi del settore, per confrontarla così  con la distanza da quelle più diffuse, propagandate dai mezzi di comunicazione di massa e generalisti.

Conducevo così due vite parallele, cercando di mantenere uno sguardo unico e non frammentato, ma non per ridurre la complessità dell’analisi sociale, bensì  per sforzarmi di seguire un qualsiasi personale fil rouge dall’inizio alla fine.

Seguivo il generico e cadenzato tam-tam televisivo per restare partecipe dell’arena collettiva, e studiavo testi classici e basilari per vedere più a fondo. Ai manuali di comunicazione sono seguiti quelli di relazioni internazionali per acquisire un vocabolario, mi sono soffermata a lungo ad analizzare le politiche economiche (apparse subito come il bandolo della matassa), per poi procedere sempre più spedita alle riviste di geopolitica e critica sociale.

I manuali di storia sono stati tutti ripresi e confrontati tra loro, gli splendidi filosofi/sociologi  europei come Baudrillard, Bauman, o Mattelart  mi hanno dato una sorta di  bussola emotiva per navigare in mare aperto. Uno dei primi solchi che ho seguito per familiarizzare con la riflessione, è stato quello attraversato con accoramento da svariati italiani, da Asor Rosa a Gino Strada, da Remondino a Chiesa. Fabio Mini, dall’alto della sua esperienza di uomo e analista militare, ma  con una  grande preparazione umanistica, è stato un vero faro. La carica critica all’America, alla delicatezza del ruolo dei mezzi di comunicazione, la percezione della vischiosità dei messaggi, mio malgrado, mi sono state insegnate proprio dalla scuola di Toronto e dai suoi più illustri esponenti (presagio della circolarità imprevista del mio percorso).

Tutto questo ha fondato il mio “bagaglio prospettico” per proseguire nell’estenuante e infinita consultazione di Limes e di tutti i suoi Quaderni Speciali, e nell’assimilazione degli articoli per me più rilevanti degli ultimi due anni di Aspenia.

L’abbonamento a Internazionale ha provveduto, tra l’altro, ad agevolare la scelta dei testi più interessanti, tra quelli che  innumerevoli  ogni mese affollavano le librerie.

 Ho letto così, freschi di stampa, gli interessantissimi libri-inchiesta, sempre di provenienza americana, sulle manipolazioni o rimozioni di notizie, rivelandomi, oltre ai super documentati contenuti da “storie dell’altro mondo”, l’evidenza della crescente produzione di studi accademici sul tema, della popolare  partecipazione alla costruzione del dubbio, della voglia diffusa di scrivere, così  come di leggere, testi che spiegassero il corpo di questa potenza americana.

E magari anche che ci spiegassero se fosse possibile uscirne, dal momento che, in tutto il mondo, è parsa diventata di colpo  fastidiosa la sensazione di farne fortemente parte.

Più mi addentravo nella difesa, e per confermare una riscoperta di legittimità dei diritti universali dell’uomo, più tornavo ai legittimi fondatori della più grande espressione di civiltà che abbiamo mai conosciuto.

Più cercavo illuministicamente di collezionare pesi razionali alla causa pacifista, più mi ritrovavo a sentirmi persino co-responsabile dei disastrosi esiti dell’elusione del concetto e della retorica di guerra.

Più credevo fedelmente ai potenti mezzi riflessivi dei media e alle loro fantastiche potenzialità descrittive per le persone, più mi avvilivo del loro sfruttamento grossolano e funzionale agli interessi politici delle elite che ne detengono il controllo.

Purtroppo studiare i media non ha più significato seguire il visionario McLuhan, quanto seguire le determinanti trame economiche di acquisizioni  e corporation con fatturati paragonabili a piccoli stati, senza certo l’intento democratico di suddividere i costi ai cittadini e distribuirne i benefici.

Più avrei voluto dimostrare l’assurdità delle due guerre intraprese dall’America, più ho dovuto accettarne l’ovvietà e quasi l’inevitabilità. Ho scoperto, molto più semplicemente, che la vera novità stava nel mio stupore, nell’indignazione che, nonostante i potenti mezzi retorici, ha scosso gran  parte del mondo.

Ho visto il vero miracolo fare capolino tra le devastazioni provocate dall’accecamento ideologico, dall’indifferenza e dallo strapotere economico: quello partito come uno scontro di civiltà, si è rivelato essere anche un incontro di culture.

La “Penna”, che sicuramente si conferma molto più dolorosa della “Spada”, si chiede se questo suo potere non possa essere dirottato a disarmare o attenuare gli istinti aggressivi. Le grandi reti telematiche hanno infranto lo storico imbuto simbolo dei flussi di comunicazione,  che faceva la gloria delle teorie epidermiche, e dal satellite ai blog di guerra di Salam Pax, dalle tivù arabe ai video su internet, questa frammentazione ci invita a ricercare il nostro percorso di formazione di un’opinione.

Probabilmente il più grande errore  per una persona che si voglia autonoma, critica, partecipe, è la passività dello sguardo, la rinuncia alla scalata attiva nella comprensione del mondo.

 Se la globalizzazione è la nostra ossessione, capire di non potervisi sottrarre è una proclamazione di coraggio. Tutto, in questi anni frenetici che spingono l’Occidente ad una continua auto interrogazione, sembra portare alla stessa risposta, o almeno questa è quella che ho trovato io, ai miei dubbi amletici come ai pantani americani.  La maggiore debolezza dell’Occidente è il suo strapotere. L’economia occidentale che marcia a ritmi inarrivabili ha rivitalizzato la guerra, e l’unica resistenza a questa egemonia proteiforme non poteva che essere asimmetrica e sfuggente nello spazio.

Il terrorismo ci porta in casa un modello culturale ignorato, rifiutato: quello orientale circolare, olistico, chiuso in sé e naturalmente resistente ad ogni genere di globalizzazione.

Così, mentre per noi sconfiggere il terrorismo è una battaglia che unge le ruote del capitalismo, esasperando la paura, per la cultura orientale la morte, il vuoto, la paura, sono introiettati e affrontati come una sfida interiore. E a ben guardare, la nostra neo-confessione laica del consumismo non ci ha mai resi più sicuri, né più sereni,né  più liberi.

Nostro malgrado così abbiamo scoperto che il nostro nuovo e acerrimo nemico, il terrorista inafferrabile, il barbaro incivilizzato   ha molto più da insegnarci sulla modernità, di quanta democrazia liberale potremmo mai imporgli noi.

La sua mentalità a-lineare coglie i processi e il divenire delle cose, tende al raggiungimento d’equilibri dinamici, non statici, senza temere o arretrare di fronte agli squilibri, alle disarmonie e alle conflittualità della vita politica, perfettamente fusa e coincidente con quella quotidiana. L’Islam è l’Oriente che oggi ci spaventa di più, e che ieri ha stimolato una risposta violenta dell’America, convinta del diritto del più forte.

Caratterizzata attualmente da una politica estera afflitta da isteria, è vittima della sua superiorità bellica, militare, informatica, ma –è il caso di dirlo- i mezzi non giustificano il fine!

Se è sempre vero che la prima vittima di guerra è la verità, abbiamo assistito alla morìa delle parole. I termini chiave di guerra, pace, missioni umanitarie e quant’altro, hanno mobilitato fior di studiosi di comunicazione, marketing  e relazioni pubbliche per dilatare ad uso e consumo della propria propaganda lo spazio tra il valore descrittivo delle espressioni, e il  valore prescrittivo assegnatogli dalla comunità (dei committenti).

L’allarme diffuso , abbassando la soglia critica del pubblico, ha messo in secondo piano le contraddizioni della strategia americana, e il paese si è raccolto ancora una volta fiducioso, attorno al comandante in capo.

La tesi “WARNING” è partita da un’indignazione pacifista, ed è arrivata a scoprire quanto, persino in quella posizione, c’era di artificiosamente costruito e acriticamente assimilato.

Lo stesso slancio morale è servito a censire e sintetizzare quanto più materiale possibile servisse a descrivere il momento in corso e i suoi attori principali, che alla luce della mia Weltanshauung dimostrano in ogni dettaglio dei loro pensieri, parole, opere e omissioni, la loro cecità.

Ovviamente ne avrei potuto scrivere quasi all’infinito, ma le mie conclusioni erano ormai giunte.  

Nel primo capitolo si parla della storia dell’America degli ultimi 60 anni, quel paese che ci salvò dai totalitarismi, che istituì il diritto internazionale, che rappresentava la difesa dei diritti universali.

Si raccontano i primi fuochi d’Oriente, le guerre  israelo-palestinesi,

il lungo stallo forzato della guerra-fredda,  mentre ancora a sua insaputa, il crollo dell’Urss spianava il terreno al secolo americano. Questo capitolo può essere utile a relativizzare la negatività del momento, nell’auspicio che l’America ritorni ad ascoltare le sue tendenze meno guerrafondaie.

Poi, alla voce de “La Penna” ho passato in rassegna le teorie dominanti, le strategie economiche e petrolifere di lontana origine, l’identità politica dei protagonisti dell’attuale amministrazione, l’arruolamento dei media nel lavoro perpetuo di propaganda, all’interno  del paese, come per l’opinione pubblica dei paesi arabi.     

Infine quello che stranamente è stato il capitolo più agevole da completare, “La Spada”, limitato al concreto agire sui campi di battaglia, per offrire un agevole confronto tra le dichiarazione roboanti e la loro attuazione in posti come l’Afghanistan e l’Iraq.

Anche qui appare determinante il peso dell’evoluzione del warfare, così come l’ambiguità dei risultati hanno continuato a dimostrare dove stia “l’intoppo” per qualsiasi strategia adottata.

Le campagne militari il più delle volte sono continuate, e stanno continuando, ad agire con piani di corto raggio, mutando occasionalmente la strategia. La potenza di fuoco è stata indubbia, quanto le devastazioni provocate, ma il raggiungimento degli effetti, che si dichiaravano essere gli obiettivi delle operazioni, resta lontano.

A riprova dell’eccezionalità e complessità di queste nuove guerre, un paragrafo è dedicato al ruolo delle compagnie militari private, e all’intelligence. Accostati a questi ultimi, e ai loro problemi di aggiornamento del metodo, ho scelto gli embedded, novità del 2003, simboli anch’essi delle automutilazioni ai “dispositivi di input” della nostra sedicente società dell’informazione.

Per concludere, nel segno delle ottimistiche proposte alla “Report”, o seguendo il “propositivismo” di Beck , una riflessione ben augurante sul ruolo dell’Onu, che possa tornare come…un’araba fenice. Unico  scudo del mondo  è il diritto, e la sua tutela.