Uno sguardo sulla metropoli
Uno sguardo sulla metropoli
Recensione a "La metropoli e oltre", di Valeria Giordano, Meltemi 2005
Il segreto di questo saggio è nel guardare la metropoli attraverso l’oltre. Cioè non restando nella metropoli e tuttavia vedendola attraverso uno sguardo educato dall’esperienza storica dello sviluppo metropolitano. Dunque: nel difficilissimo confine tra l’abitare definito dalla storia del pensiero moderno e un altro abitare di cui non si conosce né il nome né la radice. Giordano appartiene a quella ristretta cerchia di persone che tentano l’impossibilità di una simile ricerca. Perché, dunque, ho detto che questo libro è un saggio?
Perché la dovizia di dottrina – letteraria, sociologica, filosofica – che si trova in ogni sua pagina è sempre scardinata dalla regola delle discipline, dalla coerenza delle teorie, dalla loro fissità. E dunque la scrittura qui scorre con quella appropriazione e insieme distorsione dei testi che caratterizza la impareggiabile dimensione del saggio primo-novecentesco, così diverso dalla cultura manualistica che ha poi trionfato e ora stravince nell’università delle tabelle e dei crediti.
E perché ho definito Giordano una persona e non una studiosa o docente? Perché – appunto come accadeva nella scrittura saggistica – a scrivere qui non è il sapere ma l’essere, non l’istituzione (quale essa sia) ma l’esserci dello scrivente, del suo corpo, della sua sensibilità. Ricordate il titolo “sensibili come le foglie”? Mi riferisco a quel titolo perché tra i lavori compiuti da Giordano vi sono anche ricerche sul carcere che hanno evidentemente funzionato per lei da romanzo di formazione almeno quanto gli autori di cui mostra di essersi sempre nutrita. In un eccesso che a volte si trasforma esso stesso in prigione.
In La metropoli e oltre, dunque, non troviamo discipline pre-fissate, ma la fissazione di una esperienza vissuta. Giordano ha assimilato sino in fondo le arti discorsive di autori come Franco Rella, ma porta il carico di una personalità che non la può confondere con nessun altro autore. Per me, che da tempo ho cominciato a distinguere nettamente i libri dalle persone – e a interessarmi più delle seconde che dei primi – questo è un pregio straordinario. E – se proprio volessimo usare la parola “scientifico” per definire il pregio in questione – lo è perché i risultati più interessanti, cioè quelli che possono inter-essere, dunque farsi l’essere in comune che è la comunicazione, vengono dal doloroso conflitto tra la persona Giordano e l’oggetto che qui prende in esame e che possiamo enucleare da una citazione di Simmel, tra le tante di un sociologo così importante per lei (al centro dell’asse che da Baudelaire porta a Benjamin e oltre): “Qui non s’intende lo straniero nel senso ripetutamente toccato finora, cioè come il viandante che oggi viene e domani va, bensì come colui che oggi viene e domani rimane (…). Egli è fissato in un determinato ambito spaziale (…), ma la sua posizione in questo ambito è determinata essenzialmente dal fatto che egli non vi appartiene fin dall’inizio (…). È per questa via – questa iniziale non appartenenza – che la storia cessa di esistere: verificando che l’altro non è altrove.
Giordano è tormentosamente rivolta a leggere nelle pieghe della forma metropolitana – quella che fa esplodere e implodere l’ordine urbano della tradizione – la doppia valenza dello spirito moderno: è come se, ad ogni testo – attestato – di una modernità in grado di mettersi in discussione e cogliere il suo non-senso, Giordano riaprisse su di sé la ferita di una attesa. Da persona a persona: a me pare che il doppio volto – Nietzsche contra Hegel – del tempo moderno sia al tempo stesso la ragione e la consolazione della sua ferita. Consolazione parziale. Giordano non a caso insiste sulle forme del desiderio, che appunto nascono dal restare sempre infitti nella parzialità di sé.
Un’ultima avvertenza. Prima ho detto che il saggio di Giordano non è un manuale. Ma se alla funzione di un manuale restituissimo il significato di esperienza educativa, il testo che abbiamo di fronte è un’ottima guida al pensiero occidentale. L’errore è cominciato quando si è creduto che una guida dovesse essere una mappa invece che la semplice traccia di alcuni sentieri. Un dettato invece che una confessione.