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Tutta una vita per la musica

Tutta una vita per la musica

di ANDREA CARDONI (13 10 2005)

Intervista a Francesco Di Giacomo - Banco del Mutuo Soccorso

Magari che ci fosse l’anima in questo minimo che c’è
con un bastone dietro a un angolo che aspetta me, magari te.
Sta in chi ti grida in mezzo al traffico “che bella musica che fai”,
sta nelle idee che si ribellano, che ti cambiano.
Ci sono quelli che perdono, ma che non si perdono, imperfetti indistruttibili,
costretti a essere liberi, sai che cosa c’è?
Hanno una specie di anima, che è sacra come i raggi di sole…
 

da “Magari che (gargarismo) ”, di Francesco Di Giacomo
 
 
 
 
E’ sicuramente un personaggio fuori dal comune: un copricapo rosso scuro sulla testa, barba lunga e grigia, un gilet marrone con sotto un camicione blu. Questa volta l’abito ha fatto il monaco: Francesco Di Giacomo è sicuramente uno di quegli artisti non-convenzionali, difficili da etichettare anche da come si porge al suo interlocutore. Non è facile star dietro alle sue risposte: resta sui binari della pertinenza per poco, perché poi inizia a viaggiare con citazioni, aneddoti e riflessioni che trascendono dalla domanda che gli viene posta. Il suo andare fuori tema è a metà strada tra la fascinazione incondizionata e in qualche modo per l’emozione che la domanda gli suggerisce che poi però torna indietro e ammette di essere uscito dal tracciato di ciò che gli viene chiesto. A Di Giacomo questo si perdona volentieri: la sua esposizione è talmente teatralizzata, autoironica, sincera e libera di sovrastrutture che è un piacere ascoltare i suoi scollinamenti. Affascina per l’onestà e la coerenza intellettuale che esprime, ma soprattutto per il consiglio paterno che dispensa: il coraggio di essere se stessi.
 
 

Sul sito internet dei BMS (Banco del mutuo soccorso), la tua biografia recita: “A conferma della sua proverbiale originalità dice unicamente di se: nacque… visse …e si contraddisse”. La tua è una vita misteriosa?

Non credo che esistano vite misteriose. Nessun mistero: viviamo vite sconocchiate aperte. La coerenza è bella, ma prima o poi bisogna contraddirsi. Bisogna imparare anche ad abbattere ciò che si è imparato, mettersi in gioco. Come dice l’architetto Pesce: “Bisogna arrivare ad essere abbastanza vicini all’imperfezione”, scorgere la bellezza anche nell’errore.
 
 

Cos’è la scrittura?

Di tutti i modi di scrivere, scrivere di sè è un atto di coraggio. Scrivere di sé è schiaffeggiarsi con simpatia. La creatività è una risorsa naturale che va incentivata prima di tutto con l’autoironia, ma soprattutto bisogna essere fanatici di sè. Oggi credo ci sia il bisogno di proporre un “flusso organico" tuo,originale, personale e non di insegnare modi di espressione precodificati. Scrivere musica, poi, è magia bianca.

Com’era il tuo rapporto con la canzone agli esordi?

Ho iniziato a fare canzoni tra i 17 e i 20 anni. A 17 anni ho scritto il primo testo e subito mi accorsi che ero io il primo censore di me stesso. E’ per questo che dico di avere sempre il coraggio di essere se stessi.
Un secondo momento importante fu quando ascoltai per la prima volta la mia voce che ho registrato su un registratore Gelosi. Pensai: quant’è sgradevole questo. E a questo punto, col coraggio, ho tenuto il cantato e ho iniziato la mia carriera.

Come scrivi le canzoni?

Cerco di cogliere il cammino dei pensieri belli, ma selvaggi: le parole hanno tutte un loro suono e il problema nasce quando vuoi mettere le parole in musica. Può darsi che ti colpisca particolarmente un ghiacciolo amaranto e ti viene voglia di scriverci sopra: viviamo tra sospiri e sospensioni, e quando si scrive, come nella vita, non dobbiamo cercare sempre e costantemente il momento più alto del volo, ma almeno proviamo a saltellare. Non scrivo mai cose che non amo: se non amo le rose rosse non le scrivo. Le parole sono cose che stanno dentro di te e quando devo uscire fuori, quello che dico deve suonare bene. Bisogna servirsi della metrica e questa tecnica è bella, ma va anche corroborata da ciò che si ha in testa.
La lingua italiana è difficile da inserire in una metrica perchè è una lingua polisillabica. L’inglese invece è monosillabico ed è più facile scrivere canzoni perché è una lingua più fluida da inserire in metrica. In italiano soltanto Jovanotti è completamente fuori dal ritmo: ma Lorenzo va bene così e poi è bravissimo.
Nella stesura di un testo è importante mettere a fuoco la ritmicità delle parole: il ritmo è qualcosa da penetrare. Poi io ho il terrore dello stile: quando mi è stato chiesto di scrivere un testo, io ne ho scritti e proposti tre tutti con delle varianti che per chi li leggeva erano impercettibili, ma per me no. Scrivere musica è mortificante: o la risolvi con i farò, vedrò o troncando le parole per rispettare la ritmica. L’Italiano è poco ritmico. Il Napoletano è più contratto e ti consente di scrivere più vicino all’inglese.

Puoi descrivere la sequenza della stesura di una canzone? Scrivi prima il testo o la musica?

Scrivo tutti e due contemporaneamente, anche se considero una grande palestra scrivere sulla musica già fatta: è una prova di scrittura con un coefficiente di difficoltà alto. Un bell’esercizio è togliere il testo di una canzone molto nota, come “Volare”, e sostituirlo con un testo proprio e poi cercare di far coincidere la metrica.  Uno stratagemma interessante è stato trovato da Battiato quando canta “il tempo gonfiava le mie vesti liberamente – stabile”. La sequenza ritmica finisce con liberamente e l’ascoltatore si aspetta che il periodo e il concetto siano conclusi. Invece Battiato inserisce “stabile” nella nuova sequenza musicale e questo e’ depistante sul ritmo.

Cosa ne pensi degli attuali fenomeni musicali come Eminem?

Penso sia un paradigma dello showbusiness attuale: una testuggine romana. Eminem è la perfetta espressione dell’America: una bomba umana.Un ragazzo venticinquenne, magari anche bravo ma che fa parte di una macchina che lo ha assorbito completamente.

Quale scrittore ti ha influenzato?

Senza dubbio la letteratura è un elemento fondamentale per lasciarsi infettare e di certe cose, meno male, non te ne libererai mai.
Oggi impazzisco per l’eccessivo formalismo privo di contenuti che ci sottopone la televisione: i giornalisti usano termini come “apodittico”, “vulnus” o “discontinuità”, ed è difficile liberarsi da queste cose.
Chiusa parentesi. La mia formazione letteraria è iniziata con i primi testi che si studiano a scuola: Il libro cuore, I ragazzi della Via Pal, I cavalieri della tavola rotonda…Poi ho conosciuto un “segnalatore”: un signore previdente che portava con se un ombrello blu pure d’estate. Così ho iniziato a leggere Hugo e il segnalatore mi faceva entrare nei romanzi cercando di farmi comprendere i perché che emergevano nel romanzo: perché quel personaggio si comportava in un certo modo, perché in Francia c’erano certe usanze.. Attualmente il mio vizio per la lettura mi ha portato a leggere un personaggio poco conosciuto: Boris Vianne, venuto prima di Bukowski e i poeti maledetti. Sarà banale,ma adoro Dante. Il mio rapporto con la letteratura, con gli scrittori e con i libri che ho in libreria, che per gran parte non ho ancora letto, si riassume con la battuta di Massimo Troisi: “Voi siete tanti, io sono uno solo”. Come esposizione, mi colpì un gruppo, gli Skin Linner, che tra un brano e l’altro, ai concerti, parlavano della canzone che avrebbero eseguito.

Ci sono storie che volevi musicare?

Ammiro il modo di scrivere del Lucio Dalla minore: è molto comunicativo e ha reinventato un modo di scrivere. Inventa parole come polismano (italianizzando il policeman inglese) o strassolati che non esistono, ma il significato lo si può intuire facilmente. Ho musicato anche i testi di Vianne.

Cosa ne pensi del file sharing, della musica scaricabile dalla rete?

E’ lo scontro tra la vecchia legislazione e le nuove tecnologie. Penso sia giusto proteggere il diritto d’autore. Poi però se vogliamo parlare dei costi dei CD… Sono anni che si parla di questo: io stesso sono andato in Parlamento per discutere il problema dell’IVA (che sulla musica è al 20%) e non mi hanno fatto entrare perché non avevo la cravatta.

Quali consigli dai a chi vuole intraprendere la carriera di musicista?

Per quanto mi riguarda, sono capitato in un momento favorevole: a Roma c’erano i grandi raduni dove potevamo suonare e dal palco dicevamo di essere una band in cerca di una casa discografica in un periodo in cui le case discografiche non sapevano cosa fare. Arrivammo noi, televisivamente impresentabili, che rispetto a quello che c’era in giro all’epoca eravamo qualcosa di assolutamente originale, e firmammo un contratto da cimelio: ogni nostro lavoro è uscito in piena libertà. E il successo è venuto perché abbinavamo capacità particolari al fatto di essere dei bravi musicisti in un’epoca in cui i musicisti bravi erano pochi: in quel periodo i gruppi più in voga sapevano suonare al massimo tre o quattro accordi.
Oggi c’è troppa offerta, ma non è qualitativamente alta: per emergere bisogna essere originali, e non identificabili con un’etichetta. E poi mi auguro che si possa tornare a fare un grosso raduno dove si possano esprimere tutti.

Riferimenti
Discografia Banco del Mutuo Soccorso:
1972- Banco del mutuo soccorso, 1972- Darwin, 1973- Io sono nato libero, 1975- Banco, 1976- Garofano rosso, 1976- Come in un’ultima cena, 1976- As in a last supper, 1978- …di terra, 1979- Canto di primavera, 1979- Capolinea, 1980- Urgentissimo, 1981- Buone notizie, 1983- Baco, 1985- … e via, 1989- Donna Plautilla, 1991- Da qui messere si domina la valle. 1993- La storia, 1993- I grandi successi, 1994- Il 13, 1996- Le origini, 1996- Antologia, 1997- Nudo, 2003- No palco.
 
Discografia Francesco Di Giacomo:
1989- Non mettere le dita nel naso, 1990- Hey Joe (con Sam Moore), 2001- Fado (con Eugenio Finardi e Marco Poeta).