Da e-lettori a cittadini in Rete
Da e-lettori a cittadini in Rete
Le conclusioni dell'inchiesta: Internet può ancora far crescere la democrazia
UNA SETTIMANA DOPO la conclusione del viaggio lungo tre mesi tra i siti dei partiti italiani impegnati in campagna elettorale, la sensazione più forte che ci ha assalito è stata la seguente: che volessero soltanto il nostro voto?
Una delusione da “sedotti e abbandonati”, o quasi. Il “quasi” ci sta perché, per rimanere veramente delusi, bisogna che prima ci siano state grandi aspettative; e non era certo questo il caso. Certo stupisce la strepitosa rapidità con cui la politica nostrana ha smontato la baracca internettiana appena dopo la proclamazione degli eletti. Homepage stantie, frasi-lapide lasciate a imperitura memoria dell’esito delle urne (“dieci milioni”, “un milione”, “centomila grazie!”, a seconda dei casi), segnali di “lavori in corso” piantati a vagheggiare futuribili ammodernamenti, e persino qualche sfacciatissima (ma almeno sincera, e forse quindi da apprezzare maggiormente) chiusura del sito.
La fuga dei politici dalla Rete, in fin dei conti, è una conferma di quanto abbiamo osservato per tutto il dipanarsi dei lunghi giorni precedenti il 9 e 10 aprile: per gli uomini di partito, i naviganti non sono altro che elettori. Da blandire, da affascinare, da convincere. Da catturare, in modo da ottenerne l’unico vero beneficio desiderato: una croce sul proprio simbolo nella scheda elettorale. Elettori un po’ speciali, perché tecnologizzati e forse quindi un po’ più scafati di altri. Ma tutto sommato, sempre elettori. O meglio, e-lettori.
Le poche eccezioni, quelle iniziative partecipative – anche controverse – che alcuni sono riusciti a mettere in piedi pur con svariati errori di prospettiva e di valutazione, non hanno inciso, in definitiva, sulla media generale. Una media fatta di partiti e candidati che hanno provato a stendere sulla propria presenza in Rete una spessa mano di vernice, impastata soprattutto di promesse di popolarità, di proposte di maggiore democraticità, di volontà di combattere il disamoramento della gente dalla politica. Una verniciata insufficiente, però, a coprire mancanze e ingenuità di un mondo, quello politico, che online ha ancora troppo da imparare, sempre che lo desideri. È proprio il desiderio di cambiare direzione, quello che sembra manchi: tutto lascia credere che i partiti continueranno a utilizzare sempre di più la Rete senza concedere nulla all’esaltazione delle sue caratteristiche, ma piegandola alle proprie esigenze di gestione centralizzata, con buona pace del modello di campagna open source.
Un modello che avrebbe potuto funzionare, specie a sinistra: lo dice, è necessario ripeterlo ancora, quel terremoto politico che sono state le Primarie dell’Unione. Una campagna open source ne sarebbe stato il naturale passo avanti, e invece nulla. «Io partecipo, io scelgo, io governo»: lo slogan delle Primarie, nella marcia verso le elezioni politiche, ha progressivamente cambiato soggetto. Dall’ “io” cittadino, all’ “io” partito.
Ma il mondo continua a marciare. Dopo i grandi cambiamenti della storia seguiti al 1989, la rivoluzione digitale sta profondamente mutando anche la geografia del pianeta. La Società dell’informazione ha confini sempre più labili e distanze sempre più ridotte, e in essa il networking è un elemento sempre più cruciale.
Internet doveva essere uno strumento ideale per favorire la democrazia: ma, attenzione, lo è ancora. È diventato molto più facile accedere alle informazioni politiche tanto che i cittadini possono essere informati quasi quanto i loro leader, e sicuramente a livelli impensabili rispetto al passato. L’interattività permette già adesso ai cittadini, pur se in modo ancora troppo limitato, ai cittadini di richiedere informazioni, dare voce alle loro opinioni, chiedere risposte personalizzate ai loro rappresentanti: «invece di essere il governo a controllare il popolo, è il popolo che potrebbe controllare il governo, come in realtà sarebbe suo diritto, dal momento che in teoria è il popolo che dovrebbe essere padrone della situazione», come dice Manuel Castells.
Gli “e-lettori” sono già, quindi, “cittadini in rete”. Il multiforme mondo del web offre di già quel modello relazionale reticolare che permette di discutere di politica, anche e forse soprattutto al di fuori da ambiti strettamente politici. Discussioni che nascono negli spazi più disparati, e che però contribuiscono a formare opinioni, a maturare proposte, a diffondere sentimenti che, insieme al resto, determinano la “temperatura” dell’opinione pubblica, e della comunità civile. La Rete si propone già adesso come luogo di incontro tra la sfera degli interessi e dalla vita pubblica informale, e quella in cui quei sentimenti e quelle idee si collegano esplicitamente a partiti e governanti e vengono a loro comunicati. Quello che manca, e che va richiesto a gran voce e favorito il più possibile, è che la politica si presenti all’appuntamento.
Non bisogna nasconderselo, finora non lo abbiamo fatto: la classe dirigente italiana è molto, molto indietro in questo cammino. Sarà necessario, nei prossimi anni, un imponente lavoro culturale delle Università, delle associazioni e dei movimenti, della società civile nel suo complesso perché i partiti vengano spinti ad aprirsi alla contaminazione con il Paese reale, al riconoscimento di una cittadinanza più piena a quello che non è soltanto un “elettorato”, e conseguentemente di una network citizenship a quello che non è soltanto un “e-lettorato”. D’altra parte qualche segnale positivo lo abbiamo già colto: la costituente del Partito Democratico.
È un segno di speranza che il 20 gennaio 2007, per la prima volta, un politico, Hillary Rodham Clinton, abbia usato la Rete, e il suo blog, per comunicare ufficialmente una notizia importante come la propria partecipazione alla corsa democratica per le presidenziali Usa del 2008. Senza intermediazioni, la Clinton ha postato un breve video con l’annuncio aprendo quella che lei stessa ha definito «not the start of a campaign, but the begin of a conversation with you about America», non l’inizio di una campagna ma quello di una conversazione sull’America con i propri elettori. Meglio: con i cittadini della Rete, ai quali risponderà personalmente una volta a settimana in videochat. In Italia ancora non c’è nulla di simile, anzi: l’unico accostamento che viene in mente è quello alla “discesa in campo” di Silvio Berlusconi e alla celebre videocassetta girata con l’ancor più celebre calza di seta sull’obiettivo e fatta recapitare ai telegiornali della sera.
È ancora l’alba di una democrazia realmente più partecipata: ma se tutto sommato è vero che il mondo, nella società dell’informazione, gira più velocemente, allora è anche vero che ci vorrà meno perché faccia giorno.
INDICE DELL'INCHIESTA
Introduzione: e-lettori.it
1. L'Italia digitale vota proporzionale: le novità della campagna 2006
2. I partiti: partecipazione? No, grazie!
3. "La svolta? Non c'è stata". Intervista a Sara Bentivegna
4. Navigo ergo partecipo: da "Incontriamoci" alle flash mob
5. "Un network per fare politica un quarto d'ora al giorno". Intervista a Giulio Santagata
6. Da e-elettori a cittadini in Rete