La performance dei generi: il caso Campari The Secret
La performance dei generi: il caso Campari The Secret
Da Eyes Wide Shut a The Secret: crisi del concetto di identità secondo il classico binomio uomo-donna
Dal romanzo Doppio Sogno dello scrittore viennese Arthur Schnitzler al film Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick allo spot The Secret firmato Campari. Sono tutti casi di traduzione intersemiotica extratestuale, che hanno alla base la medesima filosofia esistenziale sulla morale dell’individuo e sui doppi e sui misteri che attraversano continuamente l’animo umano e che, se riconosciuti, spingono ad un necessario processo di raffronto con sé stessi e di successiva catarsi.
In Dell’imperfezione, Greimas parla dell’esperienza estetica come di un momento fondamentale, che permette all’individuo di accedere alla verità di se stesso e del mondo. È attraverso l’estesia, cioè “la componente affettiva e sensibile dell’esperienza quotidiana”, che si procede alla riattualizzazione di un contatto sensoriale con il mondo. Di conseguenza, il soggetto trova il modo per superare l’ambito del sembrare ed entrare, seppure provvisoriamente, nel regno dell’essere e della verità. Così nell’ultima grande opera cinematografica di Stanley Kubrick Eyes Wide Shut, il protagonista dovrà affrontare l’ignoto che si nasconde per le strade di New York per ritornare infine, più povero che mai, a trovare quella consolazione che aveva disperatamente cercato nell’avventura, tra le mura domestiche. E così nello spot Campari The Secret, i soggetti protagonisti si travestiranno da quello che non sono per evadere dalla realtà del sé e cercare consolazione nell’altro che diviene già se stesso. E il mezzo per la realizzazione di questo contatto sensoriale con il mondo è la maschera.
L’uso della maschera: l’inganno che crea democrazia
La maschera rappresenta la costruzione di un volto, di un’apparenza, è lo strumento dietro il quale nascondersi per affrontare la parte irrazionale del sé. La maschera è il mezzo per affermare la propria multindividualità, sancendo una fuga dalle prescrizioni sociali. È evasione come affermazione ludica di un voler essere e come fuga dal proprio dover essere nella società, una società prescrittiva e limitante rispetto alle infinite possibilità del poter essere Altro da sé. Si attua così una estensione della propria soggettività nella tensione dell’appropriarsi di un essere altro e nella negazione dell’appartenenza ad una cultura.
Indossare una maschera significa intraprendere un viaggio che conduce a noi stessi. Allo stesso tempo permette l’incontro ravvicinato con l’Altro da sé attraverso l’intermediazione corporea che incarna l’alterità. Si viene a creare così uno squilibrio tra forma e contenuto che è uno squilibrio interno al genere. Di conseguenza viene a mancare il rapporto di coerenza tra interno ed esterno e con esso la stessa coerenza di genere, per cui i rapporti tra gli elementi si invertono e convivono. E il genere si sdoppia.
È questo quello che succede ai soggetti dello spot. Il loro volto si fa maschera e, attraverso la costruzione fittizia di un altro sé, sconfigge la maschera sociale del proprio genere di appartenenza. Il confine tra la realtà dell’essere “un genere” e la finzione della maschera dell’essere “un altro genere” è labile. Ne consegue che anche il confine tra i generi, e con esso tutta la logica eterosessuale, diviene precario.
Il corpo deve oltrepassare una serie di prove sociali per definirsi infine come superficie di mutazione e di significazione. La capacità, fascinosa e sprezzante, di sovversione di questi codici appartiene solo a soggetti appassionati che, nel ritrovarsi in uno spazio-tempo privato, possono riconoscersi e liberarsi dalle rispettive maschere e riassumere il controllo sul proprio essere autentico. L’assunzione della maschera rappresenta quindi l’assunzione della messa in discussione del concetto di identità secondo il binomio uomo/donna. La crisi esistenziale dei soggetti li spinge all’esplorazione dell’Altro, come un viaggio nell’ignoto, che riguarda sia il soggetto maschile sia il soggetto femminile. La donna verso l’uomo ma soprattutto l’uomo verso la donna, il suo debole riflesso che ormai solo riflesso non è più.
L’uomo e la donna si pongono sullo stesso piano di creazione, l’uno è lo specchio dell’altro ma nessuno dei due è in condizione di inferiorità. La donna risale dalla posizione di abietto. E il tutto avviene sotto forma di spettacolo che assume la forma di segno nel passaggio dalla finzione della rappresentazione alla realtà dell’essere dei soggetti.
L’alterazione dei ruoli e dei sessi viene giocata sul piano dell’ambiguità, cercando l’attimo di perturbazione nel momento del cambio di maschera che muta i corpi dei soggetti in segni reciproci e interscambiabili. Il tutto inserito all’interno di un’atmosfera quasi ossessiva di continua seduzione.
L’inversione dei sessi e dei generi produce la sintesi delle identità in una ricomposizione dai tratti androgini. È il fascino dell’incantesimo. Avviene una sorta di sdoppiamento dell’identità. I soggetti interpretano una parte, si incarnano in un personaggio e accettano di recitare un ruolo. Ma dove finisce la finzione e inizia la realtà?
La confusione dei sessi: un problema di decodifica
I soggetti dello spot mostrano chiaramente la necessità di reinventare il rapporto tra l’Io e l’Altro in un processo di mutazione antropologico e di assunzione identitaria dei tratti somatici dell’Altro corpo. Assumere su di sé la personalità altrui è l’occasione per comprendere l’altro e annullare le barriere. È un’esplorazione che consente lo spostamento nel corpo dell’altro come punto di partenza che consente di inventare nuovi codici e nuovi sensi. È un viaggio di mutazione e di premessa verso nuove realtà. Allo stesso tempo è la messa in crisi del proprio universo di appartenenza sessuale e culturale. La performance si attua in uno spazio iconico che altera vecchi schemi e reinventa l’intero campo dei rapporti umani.
La stessa democrazia dei generi viene ricercata anche in Eyes Wide Shut, per mezzo del personaggio di Alice. La narrazione filmica assume una funzione doppiamente catartica. Alice si è potuta vendicare dell’incomprensione di suo marito, rivendicando una posizione egualitaria del genere femminile rispetto a quello maschile, al contempo, costringerà Bill a riflettere sulla sua stessa infedeltà e ad attraversare un viaggio liberatorio verso l’inconscio. Il ritrovamento finale dei protagonisti darà un senso nuovo alla loro esistenza.
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Il corpo attraversa un viaggio esistenziale attraverso l’esperienza di oscillazione tra le categorie. Le categorie binarie, fondate su opposizioni rigide, vengono decontestualizzate e perdono di validità. La realtà del genere viene messa in discussione e smascherata in quanto artificio che incita un ripensamento.
Il genere viene messo in scena nell’ambito di una recitazione creduta reale. La performance destabilizza le distinzioni tra naturale e artificiale, tra interiorità ed esteriorità. La domanda da farsi è: essere donna o essere uomo costituisce un attributo certo dato per natura oppure si tratta semplicemente di una performance culturale?
Dalla performance alla dissoluzione di genere
L’atto performativo costituisce l’essere naturale dei corpi che travalica le categorie binarie, pur ricomponendo sempre il rapporto tra i soggetti all’interno di una relazione uomo-donna, e costruisce un’incongruenza della delimitazione dei generi con quegli elementi culturali funzionali alle definizioni. Portare uno smoking da uomo o un vestito lungo, tipicamente femminile, diventa un indizio troppo semplicistico per riuscire a distinguere chiaramente un soggetto maschile da un soggetto femminile. I protagonisti dello spot Campari si posizionano come soggetti attivi, operatori di un processo di destrutturazione delle categorie di genere e produttori di una risignificazione sovversiva al di là della cornice binaria.
La parodia è efficace in quanto sostenuta da un atto intenzionale e critico che intende produrre mutamenti profondi circa il sovvertimento dei codici dominanti. Risulta determinante la capacità di aprire degli spazi intermedi in cui esplorare l’Altro ed entrarne in contatto, provocando nuove forme di democrazia. L’espediente usato si è rivelato davvero un buon trucco.
L’elemento fondamentale necessario alla mutazione e alla co-esistenza delle identità sembra essere esclusivamente una questione di tempo. Quello che si mette in scena è quel soggetto queer, eccentrico, nomade, uno scarto categoriale e ibrido.
Fino a quando si è inseriti nella realtà eterosessuale egemonica non ci si può rappresentare, pertanto l’identità viene continuamente mascherata, nascosta, celata dalla norma. La performance teorizza l’orizzonte utopico della identità, mostra un soggetto in transizione alla ricerca di una liberazione che si manifesta nella realizzazione della propria identità trans-gender. I soggetti subiscono una trasformazione dell’essere attraverso delle strategie di azione e di atteggiamenti che gli permettono di entrare in un’altra personalità e, al limite, di porsi a metà tra le due identità.
Il contrasto esistenziale vissuto dai protagonisti consente di valorizzare il punto di arrivo: la verità del proprio essere che si manifesta solo attraverso la complicità e la comprensione reciproca. Il punto di arrivo è un obiettivo ricercato e condiviso anche da parte di molti spettatori.
Il bel gesto: dalla maschera verso lo smascheramento
L’aspirazione a manifestare se stessi, e cioè quella particolare fisionomia alla quale ci si sente di appartenere, così come la ricerca di una qualche verità esistenziale che possa svelare la verità degli individui e del loro mondo interiore, è un valore largamente diffuso nelle società capitalistiche odierne. Il lettore modello si adegua sull’idea di una personalità libera, che tramite il consumo esprime la propria identità.
Eyes Wide Shut può essere letto come una riflessione riguardante l’uomo del ventesimo secolo, come ha sottolineato lo stesso Kubrick. È il ritratto di un’umanità fragile, lacerata da angosce e fantasmi interiori che produce la frantumazione dell’Io, di un’identità stabile e immutabile.
L’abile sovrapposizione dei ruoli che viene creata dallo spot Campari fa sì che gli attori del film e i personaggi dello spot vivano le medesime avventure alla ricerca di un oggetto di valore esistenziale che, nella doppia sfaccettatura di realizzazione personale e di verità esistenziale, risulta essere molto simile. E il ruolo di aiutante narrativo è attribuito ora al Campari ora a tutte quelle esperienze vissute sull’onda della trasgressione, che nello spot fanno da sfondo necessario alla narrazione.
La comunicazione pubblicitaria sembra riuscire nell’obiettivo di modernizzare l’immagine del prodotto, collocandolo in un contesto di individui la cui identità personale non viene più definita da criteri propriamente culturali ma viene anzi dettata dalle nuove norme di libertà dell’essere che domina le attuali società ipermoderne.
Sembra esserci stata una normalizzazione che ha legittimato ogni forma di trasgressione non riconosciuta dalla società eterosessuale.
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Il ballo in maschera sembra rivelare la verità delle superfici. È il luogo in cui la società si mostra per quello che è, una messa in scena dove le identità si sono smarrite. Di fronte al dramma di un’esistenza sempre più complessa ci si rifugia spesso in un mondo di illusioni e di apparenze, privilegiando finzioni e travestimenti come strategia di evasione. Il ballo in maschera e il Doppio Sogno rappresentano questa esperienza di mistificazione, che si tramuta a sua volta in strumento di ricognizione e di consapevolezza.
Il doppio viene usato per narrare la complessità dell’animo umano. Esso rappresenta il lato oscuro di ognuno di noi, l’ignoto, quel lato misterioso dell’essere di cui spesso non si è consapevoli. Ma una volta scoperto può essere rivelatore di un diverso punto di vista sul mondo. Si può affrontare l’avvenire solo se si ha il coraggio di aprire gli occhi, di guardarsi dentro, di affrontare i propri misteri e di andare oltre le maschere e i sogni.
Greimas e Fontanille, nella loro analisi sul comportamento individuale, hanno definito un particolare atteggiamento dell’individuo come il bel gesto. Si tratta di quel gesto che determina una peculiare forma di vita che si rivela a sua volta strategica per ridare nuovo senso al quotidiano. Così che l’atteggiamento intenzionale di indossare una maschera o di indossare degli abiti specifici dell’altro sesso, potrebbe essere interpretato proprio come il bel gesto.
I soggetti sono immersi in uno specifico contesto, che è quello eterosessuale, ed è al suo interno che si pongono secondo un punto di vista discordante che investe la griglia dei significati culturali. Si rendono pertanto portatori di un’esplosione e di una rottura dalle norme della morale collettiva.
Di contro ad atteggiamenti stereotipati, la forma di vita afferma un progetto di vita personale portatore di nuovi valori e interpretabile a partire da una sollecitazione dello spettatore che si trova di fronte a un piano dell’espressione aperto a nuove interpretazioni.
Il bel gesto celebra l'inizio di una moralità personale a partire dalla messa in scena di un percorso narrativo e cognitivo che assume una valenza estetica in quanto mezzo di apertura verso il mondo, verso l’estraneità e verso l’alterità.
È il dipanarsi sullo schermo di un evento semiotico, operatore di una trasformazione etica. Si crea pertanto una nuova enunciazione e una nuova ideologia che accorda nuovo senso all’esistenza dell’individuo. Si tratta di un gioco vertiginoso il cui obiettivo è di sollevare dei dubbi e di indirizzare verso la verità.
Un viaggio onirico verso la realtà
Per realizzare la propria personalità, bisogna creare delle possibilità d’esistenza, ovvero portare delle maschere di passaggio. La maschera costringe l’individuo a un confronto tra ciò che si è e ciò che si potrebbe essere, tra la sicurezza della propria interezza e le molteplici possibilità dell’essere. È un invito a riflettere sulla realtà e sulla propria esistenza inautentica e, di conseguenza, a reagire per creare delle forme di vita. “The Secret è uno spot che scardina la quotidianità perché” nelle stesse parole di Gianpietro Vigorelli “in un mondo in cui tutti cercano un’identità, il massimo della provocazione è averne due”.
Sia il film di Kubrick che lo spot della Campari si sviluppano su trame parallele, che aprono gli occhi e invitano a riflettere sul senso della vita. Sono costruiti entrambi sul dubbio, sull’ambiguità, sul confine sottile tra sogno e realtà.
Si tratta di testi paradigmatici che offrono uno sguardo ad occhi aperti-chiusi sul postmoderno e sugli individui che lo abitano. Un soggetto che si colloca sul filo dell’inadeguatezza, animato da pulsioni segrete che alimentano l’ignoto e rendono spesso difficile l’istaurarsi dei rapporti umani. Di conseguenza, il modo di vivere si è ridotto alla messa in scena di un cerimoniale nel quale si è talvolta immersi a tal punto da non riuscire più a percepire la differenza tra la rappresentazione di noi stessi e la realtà. L’esistenza intera viene vissuta come un rito, di cui non sempre si è consapevoli. È la messa in scena di un inganno sadico, menzognero e disperato. Così che la domanda sorge spontanea: Cos’è originato dal sogno? Cos’è effettivamente reale?
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