Viaggiano su due frequenze d’onda diverse e parlano lingue diverse. E’ questo il trend che emerge dall’indagine su qualità televisiva e futuro del mezzo, svolta in questi ultimi mesi dal gruppo di ricerca “Chi l’ha vista” del Dipartimento di sociologia e comunicazione dell’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma.
Studiosi, esperti e professionisti del mondo dei media a confronto con il pubblico della grande televisione per capire cosa sia la qualità televisiva e quali siano le aspettative di entrambi i gruppi su presente e futuro della scatola parlante. Due ambiti, due universi che sembrano divergere su ogni aspetto del mezzo televisivo e stentano a capirsi ed incontrarsi.
Una fruizione senza conseguenze. Il declino di un punto di vista critico sulla tv
Riflessione zero e timore culturale. Potrebbero essere questi i due slogan utilizzati per riassumere le criticità dell’atteggiamento del pubblico nei confronti del mezzo televisivo.
A fronte di un dibattito politico ed accademico frizzante, che invade di parole il campo della riflessione sull’industria culturale, i telespettatori italiani sembrano quasi tornare all’anno zero. Il primo elemento che emerge dalle interviste ai rappresentanti del pubblico, di qualsiasi fascia di età essi siano, è l’incertezza di un giudizio analitico sui linguaggi e sui contenuti del mezzo. Più in particolare, il pubblico non sembra porsi in una condizione di attesa verso ciò che riceve dal piccolo schermo e considera la Tv un ambito della propria vita sociale a cui non dedicare troppe energie fisiche e mentali. “Il pubblico non prende sul serio la televisione, come non prendeva sul serio le favolette della nonna quando la TV non c’era”: questo in sintesi il punto di vista degli esperti sul rapporto tra pubblico e medium. Tutto questo ha il vantaggio di rispecchiare sostanzialmente il senso di smarrimento e di difficoltà di analisi da parte dell’audience. Quasi a dire che la televisione, a fronte di milioni di telespettatori ogni giorno, è un nodo marginale della vita quotidiana dei telespettatori.
Ma c’è qualcosa di più: il pubblico tende ormai ad evitare un giudizio di valore su ciò che vede in televisione. Sembra rifiutare l’accostamento alla cosiddetta “tv deficiente” e rincorre programmi di informazione e cultura, tranne poi smentirsi spesso nelle scelte quotidiane di fruizione. Tutto questo si riassume in una proposta di identificazione: la qualità è quella tipologia di programmazione che richiede maggior concentrazione e sforzo nell’atto di fruizione.
Qualità televisiva: alla ricerca di una definizione
Esiste la qualità televisiva. E soprattutto, cos’è? Dal nostalgico ricordo della televisione monopolistica legata ad un passato glorioso, proprio di quanti si sono visti protagonisti di quegli anni (tra pubblici ed esperti), al modello BBC, dalla proposta di eliminazione del canone, come cura per ogni male della televisione, al rafforzamento del concetto di servizio pubblico, dalla posizione estrema di rifiuto della contrapposizione riduttiva tra tv “deficiente” e tv “di qualità” alla speranza legata all’aumento di canali con il
digitale terrestre. Queste sono in rapida carrellata le opinioni sul concetto di qualità televisiva espresse da docenti, tecnologi, conduttori e giornalisti. Non emerge, e del resto non sarebbe possibile, una definizione univoca, ma un concetto poliedrico che deve essere elaborato e contestualizzato, provando ad interpretarlo in relazione ai livelli “sostenibili” di sviluppo culturale del pubblico ed aprendolo alla sperimentazione di nuovi linguaggi della multimedialità e del digitale.
Una definizione di qualità debole, quindi strettamente connessa alla ricchezza di alternative, alla moltiplicazione della scelta, e soprattutto alla ricerca di qualità nei contenuti. Del resto, è impossibile non prendere atto dei tanti segnali di stanchezza dell’offerta disponibile che provengono dal pubblico nel suo insieme e soprattutto da quel gruppo di maggior valore di marketing che è l’uditorio giovanile.
“Reality? Si, no, non so”
Milioni di telespettatori, polemiche esacerbanti, discorsi a non finire, ma dall’analisi delle interviste degli esperti emerge un quadro complesso, dove la critica alla tv deficiente si eclissa per lasciare spazio ad una riflessione critica e propositiva. Una prospettiva sicuramente più concreta rispetto alla retorica un po’ stucchevole contro la qualità attuale. Il
reality show è riuscito nell’impresa di fare ascolti, perché è un genere ibrido che riesce a seguire e ad adattarsi ai mutamenti di stile e di gusto del suo pubblico. Un pubblico pronto, tuttavia, a rinnegare e criticare aspramente una formula che per il momento tiene sul fronte degli ascolti. Ma alla domanda: “Lei cosa toglierebbe dalla televisione italiana? Il focus da noi ascoltato, soprattutto quello giovane, risponde: “Il Grande Fratello, naturalmente”.
Il sogno della digi-tv
Difficile fare previsioni su come potrebbe essere la tv del futuro. L’unica certezza emersa è che sarà sicuramente digitale, più ricca di canali e interattiva. Sono le nuove possibilità offerte dalla tecnologia a dare adito ad ipotesi futuristiche sulla televisione. Gli esperti e soprattutto tanti soggetti istituzionali credono fermamente in un’alfabetizzazione informatica e nella capacità della televisione di trovare risorse in altri linguaggi. Sarebbe interessante commisurare queste posizioni in ragione delle posizioni di responsabilità occupate a livello di decisione strategica. Un nodo di questo genere potrà agevolmente sciogliersi in futuro.
Per oggi, a bilanciare una visione così positiva arriva il giudizio del pubblico. L’audience televisiva fa fatica ad immaginare un’altra scatola parlante. “Il digitale terrestre? Sì, ne ho sentito parlare, ma non so cosa sia”. Nella sua riflessione incompiuta sul mondo dei media i telespettatori non di rado stentano a sentire il bisogno di nuove opportunità tecnologiche.
E’ del tutto naturale. Basta aver studiato i processi di apprendimento delle tecnologie nella singolare storia dei media in Italia. La sfida del digitale terrestre si giocherà soprattutto sui contenuti e sulla capacità di rispondere a quella parte dell’audience dimenticata dalla televisione tradizionale: i giovani. Siamo di fronte ad una correzione decisiva per ridimensionare il sogno utopico di una tv digitale a copertura tecnologica, sociale e culturale pressoché totale.
È questo lo scenario complessivo che emerge dal faccia a faccia tra le interviste in profondità agli addetti ai lavori e il focus rivolto ai testimoni del pubblico televisivo. Un quadro interpretativo tutt’altro che rappresentativo, proprio perché fondato su strumenti qualitativi. E tuttavia, si tratta di una prospezione discretamente capace di sincronizzarsi con una lettura non nevrotica dei dati Auditel e soprattutto con alcune caratteristiche strutturali di invecchiamento della platea televisiva. Lavoreremo a rendere più solidi i dati di questa indagine, ma già oggi, da studioso della comunicazione e della società, considero fondamentale le alleanze strategiche ed operative in grado di rispondere - in tempi di tanto proclamata “decadenza” della televisione generalista - all’esigenza di una tv che possa resistere, mantenere e, addirittura rigenerare le sue energie e la sua presa sul pubblico.
E - come “credente” nella potenza formativa della scuola e di un contatto aperto con le generazioni - direi che la tv del futuro può trovare le risorse per rinnovarsi nello studio della platea dei ragazzi. Con una convinzione in più: una tv che non sa parlare ai giovani si avvia ad occhi chiusi verso la fine. Ci tocca imparare da loro. Con le gambe incrociate, seduti per terra, sono i ragazzi ad interagire e a stimolare il cambiamento di stile, i linguaggi, gli argomenti più vicini alle esigenze di un target tutto particolare. E allora una prima concreta risposta può essere una sfida assai semplice: ci può essere qualità se non ci sono i giovani?
*MediaMonitor-TV: Direttore: Prof. Mario Morcellini, Coordinatore: Dott.ssa Mihaela Gavrila,
Hanno partecipato alla ricerca:: Caterina Alemanno, Giuseppe Anelli, Chiara Cillepi, Giulia Danese, Elena Famiglietti, Roberta Ferraro, Mariella Laera, Sara Mariani, Antonella Mezzina, Nico Morabito, Layla Mousa, Alessio Rotisciani, Carlo Spirito, Stella Teodonio, Claudia Vecchiotti
Riferimenti
dal sito di Articolo 21 le relazioni in Mp3 di
Stella Teudonio
Antonella Mezzina
Antonella Ferraro