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Viaggio nei media della repubblica “rossa”

Viaggio nei media della repubblica “rossa”

di VALENTINA DONNO (11 04 2005)

Libertà e sviluppo economico in Cina

Se oggi c'è chi parla di un «colosso Cina che avanza» o di uno «spostamento dell'asse mondiale a Oriente», ancora una volta… non è soltanto per caso. È, piuttosto, un dato di fatto che, con un miliardo e trecento milioni di abitanti, la Repubblica Rossa ha tutte le carte in regola per competere ad armi pari con le grandi potenze occidentali: un enorme mercato interno; una concorrenzialità senza eguali nelle industrie ad uso intensivo di lavoro; un impressionante “talento” industriale; conglomerati di aziende high-tech emergenti e 208 miliardi di dollari in riserve straniere.

E, al cospetto di simil “talento” noi occidentali viviamo una sorta di “conflitto” d'idee: quando guardiamo alla Cina come ad un immenso mercato, tendiamo ad esaltarla e ad assegnarle solo doti positive, arrivando a sostenere che lì, e solo lì, è possibile coniugare socialismo e democrazia e che, in ogni caso, il suo viaggio verso le democrazie occidentali è già avviato; se invece la vediamo come un'immensa macchina produttrice di merci che potrebbero invadere l'occidente, grazie ai prezzi ipercompetitivi garantiti dal basso costo della mano d'opera, ci ricordiamo subito, in modo istantaneo, come un riflesso condizionato, di piazza Tienanmen, del volto violento ed illiberale del socialismo reale, della Sars e dell'occultamento dell'epidemia, ed a questa sorta di “impero del male” alcuni reagiscono proponendo l'innalzamento delle ottocentesche barriere dei “dazi”.

La storia si ripete: anche oggi, come nel ‘68, “La Cina è vicina” e suscita, come allora, seppur per diversi motivi, forti e contrastanti sentimenti!

È , dunque, un dato di fatto chiedersi quale “regime di libertà mediatica” faccia da controaltare alla sorprendente macchina produttiva cinese; quanto sia distante la soglia che separa i confini di libertà e democrazia partecipativa da quelli dei piani economici ed industriali; quali siano le soglie di esercizio del diritto all'informazione ed alla comunicazione in un contesto in cui la modernizzazione ha interessato, in primis, le strategie aziendali, l'organizzazione del lavoro e gli stessi rapporti sociali.

E soprattutto, occorre chiedersi quale relazione esiste fra sistema economico, sistema delle comunicazioni e livello delle libertà e della democrazia di un paese, in un'epoca, quale l'attuale, in cui la ricchezza si sostanzia in conoscenza e creatività, che hanno, come sottolinea Carlo Formenti, «la prerogativa d'aumentare quanto più circolano e quanto più vengono condivise e distribuite fra un vasto numero di soggetti» .

Innanzitutto va rilevato che economia e libertà vanno, e devono andare, di pari passo. Sarebbe assurdo ipotizzare che un sistema dittatoriale possa conoscere anche uno straordinario boom economico, anzi penso proprio che spesso i limiti alle libertà siano stati (e sono) posti anche per occultare il disagio economico e sociale di parte consistente della popolazione. Per altro verso, se è vero il rapporto biunivoco fra democrazia e benessere economico, il sistema più democratico dovrebbe anche essere il paese più ricco: affermazione che trova spesso riscontro nella realtà. Il benessere economico alberga unicamente, anche se non assolutisticamente, ove c'è la libertà: solo dove si può scegliere si può, ad esempio, consumare e produrre ciò che si vuole.

Per altro gli stessi termini “povertà” o “benessere” hanno un significato che per essere realmente compreso abbisogna di confrontarsi con altre realtà (di altri gruppi o strati sociali, di altre regioni, e così via), confronto che è permesso solo dalla perfetta circolazione delle informazioni.

Insomma, in un sistema illiberale si rischia, per assurdo, anche di non sapere se si è effettivamente ricchi o poveri! Così come si rischia di non conoscere le effettive emergenze ed i bisogni della società, come accadeva nei paesi socialisti ad economia pianificata.

Nel contempo, è l'informazione il nuovo indicatore macroeconomico, come in altre epoche potevano essere il numero degli abitanti, o la produzione dell'acciaio, il livello degli armamenti o l'efficienza della rete ferroviaria. Lo è per il valore intrinseco del mercato della comunicazione, e lo è in quanto proprio grazie alla massima diffusione delle informazioni un mercato diventa efficiente. Il modello della concorrenza, che consente la migliore allocazione delle risorse per i produttori come per i consumatori, raggiunge i massimi livelli dove massime sono le conoscenze a disposizione di tutti i soggetti. È l'informazione ad alimentare la competizione di mercato ed a renderlo più efficiente in quanto, “semplicemente”, rende tutti più consapevoli delle proprie scelte.

In Italia recentemente si è dovuto qualificare con l'aggettivo “percepita” il sostantivo inflazione proprio perché al valore del tasso ufficiale dell'inflazione molti danno poco credito per i limiti delle informazioni al riguardo: il risultato è che non conosciamo il dato sull'inflazione “reale” e questo condiziona negativamente qualsiasi previsione o valutazione economica.

Ma come si “misura”, se si può usare questo termine, il grado di libertà di un paese? È corretto e giusto usare il metro occidentale per misurare le libertà degli altri paesi senza tener conto che ognuno ha le sue specificità derivanti dalle sue storie e tradizioni (si pensi al riguardo all'influenza delle religioni nazionali)? Chi può essere l'arbitro che decide chi è libero e chi no, al punto tale da formulare il pericoloso teorema della democrazia da esportare ed imporre con la forza? Siamo noi, la comunità occidentale, questo presunto imparziale ed assurdo arbitro? Al riguardo è doveroso ricordare che l'Italia non gode certo di un sistema dei media propriamente limpido, il ché impone severa accortezza nel giudizio di merito sugli altri (non a caso, su questo aspetto, siamo proprio noi ad essere spesso negativamente giudicati dagli altri paesi).

La risposta è quanto mai complessa. Poggia, tuttavia, su di una prima, chiarificante, convinzione: la Rete e la diffusione a livello mondiale della comunicazione, espressioni della vera globalizzazione, possono aiutare noi tutti a capire, non in quanto europei od occidentali, ma in quanto abitanti dell'intero pianeta, chi sia più o meno libero . Proprio grazie alla società dell'informazione sta del resto nascendo quella che comunemente chiamiamo comunità internazionale. E in quanto componenti di questa comunità, siamo legittimati nell'osservare che la Cina ha bisogno di fare ancora molti passi in avanti sul tema delle libertà, mentre l'occidente ha davanti a sé una grande opportunità, che è quella del dialogo, dello scambio, del commercio, per portare il 20% della popolazione mondiale a condividere le speranze di progresso per tutti. È nei fatti che grazie allo scambio delle merci (come all'epoca di Marco Polo) entrambi i contraenti possono divenire più ricchi e più liberi, come è altrettanto vero che grazie allo scambio di idee, tutti, “orientali” e “occidentali” che si definiscano, hanno la possibilità, o meglio, la facoltà, di poter crescere culturalmente. Ogni angolo del pianeta è culla di civiltà.

 

Il colosso CCTV, fra statalismo e gusto filo-occidentale

13 canali free, 6 a pagamento e soltanto uno generalista. 14 uffici di corrispondenza. 400 milioni di spettatori, per un 30% di share. 270 ore di trasmissione quotidiana, il 68% autoprodotte di cui: 34% di news; 35% dedicate all'approfondimento; 16% all'intrattenimento; 13% a film e sceneggiati; 1% alla pubblicità.

Questo il colosso China Central Television in cifre, la stazione tv nazionale più seguita dai cittadini della Repubblica Popolare Cinese. Un colosso, anche nelle dimensioni. La Cctv ha infatti il più grande studio di registrazione dell'Asia, stazioni mobili satellitari, un elicottero, un grattacielo alto 110 metri ed, in cantiere, il progetto di una nuova sede che sarà ospitata in un edificio scultura di 60.000 m² di superficie, per un'area di 187.000 m² e 230 metri d'altezza .

Ciò giacché il governo vuole fare le cose in grande, in vista delle Olimpiadi del 2008, e poiché la struttura sia, non solo la nuova immagine di Bejing ma anche, il simbolo dell'importanza culturale della nuova Cina.

Già, la nuova Cina. Quella in cui, a parte la grossa fetta di programmazione educational sulla storia e cultura della Repubblica rossa, i palinsesti somigliano molto a quelli di ogni tv europea, ed in cui grafica, ritmo e pubblicità connotano un'impronta tutta occidentale. Per non parlare dei tanti format d'importazione che aumentano l'omologazione, nonostante gran parte dei contenuti resti legata alla retorica nazionale.

Il programma più seguito da quei 400 milioni di spettatori della China Central Television è il telegiornale, in onda per mezz'ora alle 19 con l'edizione principale ed un'unica struttura che fornisce servizi a tutto il sistema.

Realtà piena di contraddizioni, quella del sistema televisivo cinese. Realtà in cui, come scrive Norma Rangeri su “il Manifesto”, «il Tg unico e la forte impronta educational mescolati a format esteri e agli spot somigliano a un modello televisivo con una testa “bernabeiana” e un corpo “berlusconiano”».

È una realtà in cui il canone è considerato una tassa improponibile, giacché la televisione è “cosa pubblica” che si alimenta con sovvenzioni statali e pubblicità, in cui sorprende la rapidità con la quale la tv via cavo si è sviluppata, ed in cui il comune di Pechino possiede azioni in circa 16 mila attività commerciali locali; il Ministero delle Finanze detiene il 100% delle quattro grandi banche statali; il regolamentatore delle telecomunicazioni è il principale azionista di China Telecom e di China mobile; il regolamentatore della televisione è a capo della compagnia televisiva statale.

E come se non bastasse, contemporaneamente e, paradossalmente, il Comitato centrale raccomanda di «mantenere fermamente il controllo dell'opinione collettiva» attraverso «il principio del controllo dei media».

Si tratta, dunque, di un contesto in cui profondamente arduo risulta trovare criteri di pluralismo dell'informazione. Il ché vale, analogamente, anche per il settore della carta stampata.

 

Prove di autarchia 

Il più grande gruppo editoriale della Cina è il Wenhui Xinmin United Press Group: conta sei quotidiani (tra i quali lo Shangai Daily in inglese), sei settimanali, sei periodici, una casa editrice. I giornalisti sono assunti con contratti a termine di un anno (o al massimo due); contratti concepiti dai manager del Press Group quali esempi di libertà e niente affatto di precariato. Perché «uno se ne può andare quando vuole», senza vincoli, proibizioni o… garanzia alcuna; laddove fra le più frequenti cause di licenziamento ci sono: errori gravi, bassa qualità, corruzione.

Il giornale di opinione di un altro grande gruppo, il Sichuan Daily Press Group, fondato nel 2000, con all'attivo 12 quotidiani, 2 periodici e un sito Internet classificato da Amazon tra i primi 500 del mondo, tira 700 mila copie, a fronte del quotidiano più venduto che resta quello di partito, il Sichuan Daily.

Sichuan è la provincia più forte dell'Ovest, con le sue industrie siderurgiche, elettriche ed informatiche, sede della più grande fabbrica di televisioni di tutta la Cina, la Chang Hong, che produce un decimo dei televisori del mondo.

Ed è proprio in termini di produzione massiccia di tecnologie che il governo pechinese sta ragionando. Fra i suoi disegni d'intervento finalizzati a preservare l'identità culturale del paese, il Comitato centrale si sta operando per sanare il tallone d'Achille del suo colossale apparato produttivo: i cardini hardware e software su cui poggia l'economia cinese sono tutti made in the West . Una debolezza, questa, necessariamente da colmare.

La soluzione? Costruire una “Grande Muraglia”, fatta questa volta di bit anziché di pietre, importando tecnologie per poi, attraverso vari processi di reverse engineering alla Paycheck , (il film che John Woo ha tratto da uno dei primi [1953] racconti di Philip Dick, il cui protagonista, Jennings, è un ingegnere elettronico che ha il compito di smontare determinate tecnologie per capire come funzionano e, dopo averne analizzato gli eventuali difetti, progettarne versioni più avanzate , riproporle in versioni nazionalizzate a costo dimezzato).

Il piano messo in piedi dalle autorità di Pechino è estensivo e comprende l'assimilazione statale di ogni aspetto della società dell'informazione: nazionalizzazione dei supporti ottici (DVD e CD), delle piattaforme software, dei protocolli per la telefonia mobile.

Il risultato vedrebbe la Cina svincolata dalle maglie monopolistiche delle grandi software-house, chiusa in un solido mercato interno basato su standard proprietari: il trionfo del tecnonazionalismo.

Ma c'è di più. Secondo fonti ufficiali, entro il 2005 buona parte dell'amministrazione pubblica cinese sarà equipaggiata dal Linux RedFlag, una versione “popolare” (in senso politico) del noto sistema operativo open partorito da Linus Torvalds. Un'alternativa più “sicura” (perchè sviluppata secondo determinati concetti di sicurezza nazionale), più “economica” (poiché finanziata dallo stato) e sopratutto più “culturalmente compatibile”, perchè made in China.

 

Caccia alle streghe ... digitali

È chiaro: non poteva restarne fuori. Nelle maglie di quel “piano d'assimilazione statale di ogni aspetto della società dell'informazione” è caduta anche la Rete.

La sequenza dei provvedimenti presi dal Governo di Pechino per controllare Internet è ormai lunghissima: dalla censura dei contenuti che “danneggiano lo stato o la solidarietà nazionale” alle dichiarazioni dei leader di Partito che denunciano, con toni apocalittici, il degrado dei costumi che la Rete porta con sé; sino all'invito rivolto ai genitori di controllare i propri figli, poiché esposti a rischio pedofilia e terrorismo.

A ben guardare, la diffusione del mezzo è stata talmente esplosiva da impressionare “qualsiasi” governo. Secondo i rilevamenti del China Internet Network Information Center, organo semi-ufficiale governativo, il numero degli utenti Internet in Cina è salito dal dicembre 2002 allo stesso mese dell'anno successivo da 59,1 milioni a 79,5 milioni, con un salto del 34,5% (anche se gli internauti sono solo il 6% della popolazione!).

E Pechino guarda con preoccupazione all'Internet libera e globale, soprattutto perché, in Rete, la libertà di parola si fa strada “spontaneamente”.

È via Internet che le madri di Tienanmen hanno diffuso una petizione in cui chiedevano al Parlamento, riunito in sessione plenaria a Pechino, un processo contro il presidente Li Peng, ritenuto il “maggior responsabile” della violenta repressione del 4 giugno 1989. Ed è sempre via Internet che studenti , dissidenti politici, operai, scrittori, avvocati, insegnanti, impiegati della pubblica amministrazione, ex agenti di polizia, ingegneri e uomini d'affari hanno invocato la fine della corruzione, hanno tentato di costruire un partito per la democrazia, hanno diffuso “voci sulla Sars” e comunicato con gruppi all'estero. Spesso, per questo, sono stati arrestati. Spesso, per questo, per aver espresso le proprie opinioni online o scaricato informazioni, sono stati condannati.

 

Cina: le metamorfosi dello sviluppo

Difficile trovare definizioni o connotazioni univoche. È una dimensione parallela e talvolta speculare, distante dalla realtà europea e nordamericana, la Cina moderna.

È un paese in piena esplosione demografica che fra il 1980 e il 2000 è cresciuto in media del 9,7% ogni anno; ottima preda per coloro che cercano un moderno “far east aurifero” che abbondi di manodopera specializzata (e non) a basso prezzo. Imprenditori d'ogni dove guardano infatti alla Cina venendone attratti dalla singolare combinazione di salari bassi, manodopera laboriosa, assenza di vincoli sindacali.

Eppure, come da più parti è stata definita, quella stessa Cina sembra essere un «gigante dai piedi d'argilla», a causa di un'economia rurale in crisi, che dà lavoro a ben 900 milioni di persone, un sistema pensionistico che per gran parte non è consolidato, una corruzione endemica.

A ben guardare, non sono isolati, né di poco conto, i limiti dello sviluppo cinese. Pechino, insieme a Shangai, è tra le venti città più inquinate del pianeta. Venti, di cui ben sedici sono cinesi. Le tante industrie, le difficoltà nello smaltimento dei rifiuti, e soprattutto i 25 milioni di auto che corrono sulle “autostrade” di città a otto corsie, sarebbero fra le cause immediatamente contingenti.

E ci si perde, fra i tanti volti dello stesso, dialettico, paese. Fra la Cina della capitale e della fascia costiera, quella che assorbe il grosso degli investimenti stranieri, che ha adottato ormai molti dei costumi occidentali e che intrattiene intensi rapporti con l'estero, rapporti che viaggiano sulle gambe di milioni di turisti cinesi, formidabili consumatori ed ottimi clienti del lusso, e la Cina delle province agricole, per cui non c'è abbastanza terra da coltivare; la vecchia Manciuria, costellata da obsolete industrie pesanti che producono solo perdite ed il remoto e montuoso occidente, dove spesso la vita sembra essersi fermata a centinaia d'anni fa.

 

L'ingresso della Cina nel WTO ha necessitato quindici anni di negoziati. Ed anche se non è stato espressamente indicato che Pechino ha l'onere di intraprendere serie riforme politiche, sono in tanti a ritenere che tali riforme siano la conditio sine qua non per una presenza coerente e realmente partecipativa. Fra questi c'è Carl Dahlman, autore di un rapporto della Banca Mondiale sulla Cina, il quale ha scritto che «la raccomandazione più importante riguarda un cambiamento nel ruolo del governo: da controllore e produttore ad architetto di un tipo di sistema maggiormente orientato all'autoregolazione».

Il coinvolgimento del governo cinese negli affari e quindi nell'economia nazionale necessiterebbe un sensibile ridimensionamento, le cui ricadute immediate e benefici si avrebbero anche sul sistema mediatico e televisivo del paese, nonché sul piano delle libertà civili e partecipative. Perché «esiste una stretta correlazione fra sistema delle comunicazioni e livello delle libertà e della democrazia di un paese» Perché «conoscenza e creatività, a differenza delle materie prime, non possono essere consumate ma hanno la prerogativa di aumentare quanto più circolano e quanto più vengono condivise e distribuite fra un vasto numero di soggetti»


Riferimenti

Francesco Devescovi, Principi di economia della televisione, 2003, Edizioni Angelo Guerini e Associati
C. Formenti, Mercanti di Futuro. Utopia e crisi nella Net economy , 2002
N. Rangeri, Reportage. Viaggio nei media/2. L’informazione in Cina, spot e propaganda, il Manifesto 4/12/2004
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