La regione Lazio, il lavoro delle donne e le facce della precarietà
La regione Lazio, il lavoro delle donne e le facce della precarietà
Il presente articolo costituisce un approfondimento dell’analisi effettuata a livello nazionale su poco meno di 1,5 milioni di lavoratori attivi[1] iscritti alla Gestione Separata dell’INPS per l’anno 2005, ed i cui risultati sono stati diffusi a ottobre 2006[2]. Il lavoro è articolato in due parti: nella prima viene analizzato il sub campione del Lazio; la seconda, invece, si focalizza sul segmento femminile dell’intero campione nazionale.
Lo studio sul Lazio riprende l’impostazione dell’analisi effettuata sul campione nazionale[3] al fine di permettere una comparazione diretta tra i due livelli di analisi. I risultati riscontrati a livello regionale, complessivamente sono in linea con quanto emerso in sede nazionale, seppur con alcune differenze significative. Nel Lazio è presente ben il 15,34% dell’intero universo dei collaboratori, concentrato in massima parte (90%) nella sola Provincia di Roma.
Più della metà degli iscritti nel Lazio, ha un contratto di collaborazione co.co.co./pro. (il 68% circa, ossia 17 punti percentuali in più rispetto al dato nazionale), con una prevalenza di collaboratrici, occupate in modo prevalente nel terziario.
Il settore di attività che nel Lazio raccoglie il grosso dei lavoratori attivi, in misura maggiore di quanto avvenga a livello nazionale, è quello dei servizi: 34,73% a fronte del 22,6% nazionale.
La quasi totalità (85,67%) dei lavoratori attivi iscritti alla Gestione Separata nel Lazio, in linea con quanto si verifica a livello nazionale, ha un rapporto di lavoro con un solo committente, ed ha come unica fonte di reddito quella derivante dal lavoro atipico.
Tuttavia se a livello nazionale i lavoratori non titolari di redditi provenienti da altre fonti al di fuori di quella dichiarata nel fondo INPS, sono il 69,5% del totale, nel Lazio la quota di lavoratori “esclusivi” raggiunge l’82% dell’intero campione. Questo significa che nel Lazio vi è una quota consistente di lavoratori, pari al 73,4%, a rischio precarietà; a differenza di quanto avviene a livello nazionale, dove i lavoratori in questa condizione sono “solo” il 54,5%.
L’imponibile annuo dichiarato dai lavoratori del Lazio è inferiore alla media nazionale (10897,53 vs 12299,42 euro). La maggioranza del campione (oltre il 66%) non raggiunge i 10 mila euro annui, ed una quota consistente (30% circa) non arriva alla soglia dei 2500 euro. Due fattori discriminanti nella determinazione del reddito sono il genere e l’età: al crescere dell’età corrisponde un aumento dell’imponibile dichiarato, ma la presenza femminile diminuisce in modo sensibile nelle classi di reddito più alte. In generale infatti risulta che il reddito imponibile delle donne ammonta, in media, a 6000 euro in meno rispetto a quanto dichiarato dagli uomini.
Il secondo articolo raccoglie i dati sull’universo femminile. Dai risultati del 1° Osservatorio sul lavoro atipico è emerso come le problematiche legate alla vulnerabilità sociale si collegassero in modo molto forte a quelle di genere.
Le lavoratrici attive iscritte alla Gestione Separata si concentrano nella fascia d’età tra i 26 e i 35 anni. Sono quindi giovani, ma non giovanissime, e questo induce a riflettere sugli elementi distintivi e sulla natura dei lavori temporanei, che smentiscono sempre più il loro carattere di mero utilizzo come avvio e inserimento graduale al mercato del lavoro per i giovani alle prime esperienze.
Sono in maggioranza collaboratrici (il 63,4%); la differenza con l’universo maschile è significativa: i collaboratori infatti sono solo il 40% del totale, con un distacco quindi di più di 20 punti percentuali rispetto alle donne.
Il 90% delle collaboratrici, così come registrato anche per gli uomini, ha rapporti di monocommittenza, dato che le espone di fatto a una condizione contrattuale e lavorativa di quasi-dipendenza. Si ripropone così l’annoso problema della necessità di definizione delle parasubordinazioni, tipologia lavorativa ibrida.
Procedendo con l’analisi, si è posta l’attenzione sugli aspetti legati all’imponibile dichiarato. Il reddito, infatti, costituisce indicatore chiave per inquadrare le condizioni più a rischio di precarietà sociale legata alla condizione di lavoro. Oltre il 33% del campione femminile dichiara un reddito fino a 2.500 euro, a fronte di un 22,4% maschile. La metà circa delle donne raggiunge appena i 5.000 euro. Esiste una percentuale di donne, pari al 73,4%, che lavora e vive a rischio precarietà, contro una percentuale maschile che si ferma al 40%. Tale condizione chiama in causa la società civile tutta, e obbliga azioni e politiche mirate, qualora, come è auspicabile, si tenda agli obiettivi dell’inclusione e dell’equità sociale.
Per concludere l’analisi, sono stati confrontati i dati nazionali delle donne attive iscritte alla Gestione Separata INPS e quelli della Regione Lazio. La presenza di donne nel territorio laziale risulta maggiore rispetto a quanto registrato a livello nazionale (48% vs 42,48%).
Gli andamenti dei due piani analitici coincidono in gran parte, per differenziarsi solo nei risultati relativi alla quota delle collaboratrici più esposte ai rischi connessi alla precarietà: il dato regionale raggiunge l’86,5%, 13 punti in più rispetto al già alto dato su base nazionale
[1] Per lavoratore attivo si intende colui che ha svolto attività nell’anno di riferimento, ed è stato titolare di un versamento contributivo, percentuale al reddito, effettuato da un committente
[2] Per una consultazione più approfondita dei dati nazionali si veda anche Nidil – CGIL (a cura di), 1° Rapporto Osservatorio Permanente sul lavoro tipico in Italia – 2006, febbraio 2007
[3] Op. cit.