A maggior ragione per i minori
A maggior ragione per i minori
Piccoli uomini e piccole donne crescono, ma fintanto che sono ancora bambini bisogna consentire loro – forse anzi garantire – una vita da bambini.
Negli ultimi mesi, dalle pagine dei giornali ai reportage e talk show in TV, dagli spot pubblicitari in ogni possibile formato cartaceo e analogico a quelli più moderni in digitale e 3-D, ai bambini e ai minori in generale sembra essere riservato uno spazio mediatico inversamente proporzionale rispetto ai piccoli numeri della loro età. Molto probabilmente perché rispetto a tali piccoli numeri risulta essere oggi inversamente proporzionale anche il fatturato dell’industria mondiale dell’infanzia. O anche perché, come sostiene Mauro Magatti, oggi «a fronte di tanta incertezza dilagante, fare un figlio viene visto come un punto fermo»[1].
L’accoglienza mediatica nei confronti dei minori – attenzione, non nei confronti dell’infanzia e di tutti i valori a essa legati – accomuna tutti i gestori, superando ogni logica di spartizione delle frequenze, delle testate o della banda larga.
Peccato però non si tratti quasi mai di cosiddetti bambini e minori “qualunque” (se mai tale definizione si possa attribuire a individui appartenenti a una fascia di età di per sé speciale).
Solo certi bambini e minori fanno infatti notizia o audience: in particolare quelli che certi adulti amano vestire - o svestire - da adulti, far lavorare da adulti, arruolare in eserciti per combattere le guerre e sminare le terre degli adulti, far apparire sulle passerelle o in TV o YouTube in pose e atteggiamenti da adulti, sequestrare o rapire per ricattare altri adulti, vendere o comprare per far soldi tra adulti, mettere al mondo o togliere di mezzo a seconda di ciò che agli adulti di volta in volta impongono la politica demografica di Stato, le ideologie, la religione o l’appartenenza etnica.
C’è spazio per i bambini dell’asilo di Rignano, e per quelli rimasti uccisi nella scuola crollata a San Giuliano; per i bambini vittime dei roghi appiccati nei campi Rom, e per quelli che ancora devono finire il loro turno di lavoro al semaforo; per i bambini che “ballano sotto le stelle”, per quelli che quattro volte al giorno si svegliano in un mulino bianco da favola e per le bambine che giocano con le Barbie, meno per quelle che le Barbie le fabbricano e quelle che la notte per strada in Barbie si trasformano, al servizio di adulti che vendono e comprano la loro innocenza, docilità e vulnerabilità. Così come c’è meno spazio per i bambini abbandonati da mamme disperate rispetto a quelli partoriti o adottati da super-mamme VIP (le cui gravidanze sulle prime pagine delle patinate riviste glamour sono oggi molto in voga); più spazio per i bambini che bagnano di pipì azzurra pannolini e cullette extra-lux, meno per quelli con le mani e i volti sporchi di terra o sangue secco, incorniciati dai resti di bombardamenti, guerre civili e terremoti.
L’elenco non finirebbe più e la galleria delle immagini potrebbe proseguire all’infinito nel suo alternarsi di luci e ombre, felicità e distruzione, ricchezza e degrado, apparenza e realtà. Quello che però prestando maggiore attenzione noteremmo sarebbe l’assenza dell’infanzia, alla quale viene solo riservato un piccolo spazio ogni tanto, quello ritagliato da chi i bambini vuole lasciarli liberi di essere se stessi, invece di costringerli a seguire la regole di giochi che non gli appartengono: quelli del profitto, dello sfruttamento di ogni tipo e della guerra (inclusa la guerra tra cosche, senza bisogno di andare troppo lontano).
A dar retta ai toni di certi programmi e pubblicazioni sembrerebbe che nessun luogo sia ormai di per sé più sicuro per i bambini: la casa, la scuola, il parco, la piscina, la strada. E poi sarebbero pericolosi i computer, la Tv, i giocattoli importati dall’Asia, le merendine, i cani di determinate razze, quelle scarpe di gomma colorate che ora sono tanto di moda…
Quasi nessuno si sofferma e approfondisce i temi e le problematiche dell’educazione in famiglia, dell’istruzione scolastica, del coinvolgimento corresponsabile delle diverse istituzioni sociali nei confronti dei minori in generale; né vanno tanto in profondità le inchieste e le analisi quotidianamente proposte dai media più tradizionali, per non parlare della grande maggioranza dei programmi di intrattenimento e informazione e degli spot pubblicitari annessi.
E poi, oltre a tanto parlare e mostrare di minori, quanto si parla e mostra per i minori? Quanto di ciò che i media producono è miratamente e adeguatamente rivolto ai minori, al loro intrattenimento, alla loro informazione e fruizione in genere?
Oggi anche i cartoon, genere nato principalmente per soddisfare i gusti e la fantasia di un pubblico bambino, sono sempre più infarciti di linguaggi, personaggi, metafore e contenuti spesso poco politicamente (e pedagogicamente) corretti[2], rivolti a un pubblico adulto e smaliziato che, nell’evadere dai consumi mediatici tradizionalmente propri, ha finito per invadere e appropriarsi di quelli tradizionalmente dedicati ai minori.
Anche i pochi protagonisti-bambini dei cartoon e dei telefilm trasmessi nelle fasce orarie specificamente rivolte al pubblico dei minori si vestono, si comportano e parlano come fossero le versioni in miniatura delle persone adulte che occupano (o a cui è rivolto) il resto del palinsesto: hanno uguali problemi, desideri, ansie e smanie di successo, devono sottostare agli stessi parametri di giudizio e subire gli alti e bassi della notorietà e dell’indice di ascolto cui è sottoposto ogni attore del circolo (spesso vizioso) dei media.
In televisione restano le preziose isole felici della Melevisione e di Trebisonda (visto che da questo autunno l’Albero Azzurro si è trasferito sul digitale in prima serata), contenitori all’interno dei quali la creatività, la fantasia e la spontaneità dei bambini vengono tutelate e alimentate, nel rispetto di una visione del mondo a misura di bambino. Senza alcuna fretta, senza bruciare certe tappe fondamentali del processo di sviluppo della personalità e delle sensibilità dei minori, senza mirare semplicemente a solleticare in loro i potenziali consumatori – nonché potenti consulenti per gli acquisti[3] in famiglia - di prodotti e stili di vita.
All’insegna della lentezza e del recupero di ritmi più umani di crescita e sviluppo sono state realizzate iniziative importanti e riuscite come slow food e slow city, mentre finalmente alcuni stilisti cominciano a parlare anche di slow fashion per indicare una moda più morbida e sana nonché un modo più efficace di combattere il dilagare dell’ossessione per la magrezza e delle diverse patologie legate ai disordini alimentari – è del 24 settembre scorso il lancio dell’ultima controversa campagna di Oliviero Toscani per il brand No-l-ita[4], dedicata questa volta all’anoressia e alle persone che ne sono schiave. Chissà, forse qualcuno potrebbe impegnarsi presto a rivalorizzare certi aspetti fondamentali e preziosi dell’infanzia promuovendo una slow childhood. Una ”infanzia lenta” che sia priva della frenesia dei genitori di dover far svolgere ai propri figli mille hobby e attività integrative – finendo poi paradossalmente per indurli a trascurare proprio l’istruzione scolastica; una infanzia che sia riempita con giochi all’aperto, a contatto con e nel rispetto della natura; che sia colorata con tinte pastello (possibilmente a mano e anche se si esce fuori dal bordo non importa: succede a chi sta ancora imparando!), piuttosto che coperta dai contrasti drammatici a tinte forti e chiaroscuri artificialmente perfetti, adultamente accattivanti, che poco hanno a che vedere con lo spirito di piccole vite in crescita.

Gli sguardi e i sorrisi ammiccanti delle esotiche testimonial Armani Junior accanto al volto tristemente interrogativo della bambina Nolita; in entrambe le immagini le protagoniste indossano bikini la cui unica funzionalità è quella di sottolinearne la semi-nudità in un gioco malizioso di parti del corpo che si lasciano intravedere e intuire.
Un uomo dai caratteri occidentali posa la sua mano adulta e stonatamene carezzevole sul ginocchio scoperto di un’adolescente dai tratti asiatici seduta accanto a lui su quello che sembra il bordo di un letto disfatto sullo sfondo di una parete squallidamente scrostata; una bambina intimorita posa la sua mano protettiva attorno alle spalle di un bebé completamente nudo, espressione della massima vulnerabilità e innocenza. La prima immagine denuncia lo squallore e la criminalità del turismo sessuale; la seconda invoca l’attenzione di uno sguardo che colga l’assurdità e l’ingiustizia cui sono abbandonati certi bambini.
Oggi paradossalmente il termine inglese che sta per bambino, “baby”, è sempre più frequentemente usato come prefisso per definire proprio quelle tipologie di minori le cui condizioni di vita meno si addicono alla loro giovanissima età: dalle baby-gang ai baby-campioni, dalle baby-prostitute alle baby-modelle, dai baby-rapinatori ai bambini-soldato. Basta passare dal termine inglese al corrispondente italiano perché la connotazione seduttiva, quasi “in”, svanisca e torni a prevalere la realtà anagrafica - nonché giuridica - di una fascia della popolazione con diritti specifici e in un certo senso speciali rispetto a quelli degli adulti.
Adulti a loro volta in fuga dai doveri e dalle responsabilità che invece proprio a loro spetterebbero e dai quali si ritengono (più o meno dichiaratamente) sollevati in nome della sindrome di un Peter Pan che intanto non a caso spopola sia al cinema che a teatro!
Crescenti somme di denaro vengono investite in pubblicità di auto, compagnie di assicurazioni, moda, detersivi e carburanti in cui i bambini sono protagonisti - garanzia di affidabilità e sicurezza, nonché di attenzione alla tutela delle nuove generazioni e al futuro del mondo che abiteranno da adulti –, eppure il presidente degli Stati Uniti Gorge Bush ha messo il veto alla legge che estendeva la copertura sanitaria a quattro milioni di bambini americani appartenenti a famiglie troppo povere per permettersi un’assicurazione medica privata[5].
Mentre pop-star, divenute tali grazie al sapiente mix di stili e look che si rifanno a quelli delle Barbie o delle più recenti Winx e Bratz, concludono le loro brevi carriere di “artiste” in lussuose cliniche di disintossicazione a causa del – tutt’altro che sapiente – mix di droghe, alcol e stili di vita che niente hanno – o dovrebbero avere – a che vedere con le bambine e adolescenti che acquistano i loro CD, assistono ai loro concerti, indossano gli abiti, i profumi e gli zaini per la scuola da loro firmati, nella speranza di assomigliare ai propri idoli. Magari filmandosi a vicenda - con il telefonino di ultima generazione regalato da mamma e papà - mentre eseguono performance da veline o ballerine seminude, come quelle che riempiono i nostri schermi televisivi a qualsiasi ora del giorno, senza immaginare che, per gioco o per lucro, certo non per caso, qualcuno (coetaneo o meno) quel filmato potrebbe decidere di diffonderlo.
Anche perché, a giudicare da certi spot di telefonia mobile e pay-TV, o di determinati prodotti alimentari e automobili, sembra che il genitore che osi dire di no all’ennesima richiesta di acquisto da parte dei propri figli sia ormai destinato ad essere ridicolizzato e colpevolizzato su scala nazionale!
Tutto ciò in barba al Codice di Autodisciplina Pubblicitaria (operante dal 1966 e considerato parte integrante del Codice di Autoregolamentazione TV e minori[6]) secondo cui “l’impiego di bambini e adolescenti in messaggi pubblicitari deve evitare ogni abuso dei naturali sentimenti degli adulti per i più giovani”. Quante e quali sanzioni dovrebbero applicarsi a quelle pubblicità che suggeriscono “che il mancato possesso del prodotto pubblicizzato significhi inferiorità, oppure mancato assolvimento dei loro compiti da parte dei genitori”? O a quelle che inducono a “sminuire il ruolo dei genitori e di altri educatori nel fornire valide indicazioni dietetiche”[7]? Tenendo comunque presente che oggi i minori entrano in rapporto con una sempre più vasta gamma di nuovi media, per cui, come dichiarato dall’attuale Ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni, «il problema della tutela dei minori non si ferma alla tivù. La vera grande sfida sarà quella di gestire il mondo della telefonia, di Internet, dei video-telefonini e dei videogiochi»[8]. In un articolo pubblicato il 12 febbraio 2007 sul New York Magazine[9], si pone ad esempio l’attenzione sul fatto che circa il 60 per cento dei giovani e giovanissimi americani hanno già messo in rete loro foto e dati biografici tramite MySpace, Facebook, YouTube o simili siti di social network, non solo accettando senza problemi che chiunque possa in ogni momento accedere ai registri on-line delle loro vite, ma pensando a se stessi come in ogni momento di fronte a un’audience. D’altronde, alcuni genitori sono i primi a spettacolarizzare le performance – più o meno talentuose o degne di nota – dei propri virgulti, gettandole in pasto agli internauti del pianeta con la speranza che qualcuno scopra in loro dei piccoli prodigi meritevoli di grandi incassi.

Kate Moss, una foto-modella che – fortunatamente per lei – sul mercato vale molto più oro di quanto pesa; Keira Knightley, un’attrice di grido protagonista di numerosi recenti campioni d’incasso al cinema: cosa le accomuna oltre alla posa da Bratz?... La taglia da Bratz! E, purtroppo in molti casi, le stesse piccole fan delle Bratz, quelle che in loro trovano androgine ossute (eppure) rinomatamene sexy muse ispiratrici. Eva Riccobono, una modella italiana delle più richieste nel mondo, in una intervista rilasciata al settimanale Grazia nel dicembre del 2006 sulla scia dell'allarme anoressia scattato in tutto il mondo per la morte di una giovane top model brasiliana, denuncia il problema delle modelle minorenni che diventano anoressiche perché costrette a digiunare per lavorare. La Riccobono sostiene che «i modelli proposti sono sbagliati: i giornali mostrano ragazzine con la faccia triste. […] La responsabilità è di chi crea i canoni da seguire, e il look anoressico dilaga. Se le icone della moda sono super-magre, le ragazzine le imitano. […] Dal Brasile e dall'Europa dell' Est arrivano bambine tutte pelle e ossa. Se non ci si nutre ci si ammala e non solo di anoressia. E poi il corpo di una ragazza di 15 anni non è quello di una donna: tante lavorano per una o due stagioni, poi escono dal giro perché crescono, si sviluppano, si trasformano, non piacciono più a chi le aveva scelte per la loro trasparenza. […] Anche i genitori sono colpevoli perché non pensano alla salute delle figlie, ma le sfruttano per cambiar vita. […] Non si può far lavorare una bambina […] come fosse una donna adulta. Si deve vietare di ingaggiare minorenni», in molti casi costrette anche a farsi fotografare seminude. Le agenzie «spesso fanno richieste terroristiche» in cambio di lavoro». E, come sottolineato nell’ambito di Women and Media in Europe[10], «la pubblicità, proprio per la sua necessità di raggiungere lo scopo in poco tempo, rappresenta uno dei terreni d’incubazione più fertili per la rappresentazione dello stereotipo femminile», ma potremmo dire degli stereotipi in generale.

La psicologa dell'età evolutiva Anna Oliverio Ferraris, in una intervista sul rapporto tra giovani e cibo pubblicata su La Repubblica del 17 febbraio 2006, sostiene appunto che «insieme a un'educazione alimentare, serve un'educazione al consumo» e che i bambini «per imparare ad avere cura di sé, devono sapere cosa mangiano ma anche conoscere i meccanismi del marketing e della pubblicità, […] sin da piccolissimi passano molte ore davanti alla tivù e vedono tanti spot. I genitori oggi devono avere la forza di andare contro corrente». Anche se, come accennato prima, «tutti i giorni c'e un messaggio latente teso a promuovere l'autonomia dei giovani e a dimostrare che ne sanno più dei genitori». Il suggerimento della dott.ssa Oliverio Ferraris è che gli insegnanti comincino a ragionare sui meccanismi pubblicitari già a scuola con i bambini «anche per quel che riguarda l'uso dell'alcol e per ciò che riguarda il fumo, l'educazione deve essere precoce. Parlarne durante l'adolescenza è gia troppo tardi […] la trasgressione è un rito di passaggio in quella età e i pubblicitari sono bravissimi a cogliere questi aspetti e a usarli per lanciare un messaggio e un prodotto […] mentre i ragazzi dovrebbero riconoscere che l'autonomia non passa esclusivamente attraverso il consumo, ma attraverso la capacità di scelta». La Ferraris sollecita dunque l’impegno della scuola nell’occuparsi anche degli aspetti formativi legati all'alimentazione e al consumo, «altrimenti lo scarto con la società e con i messaggi che vi si trovano diventa sempre più grande», pur essendo consapevole del complicato rapporto oggi esistente tra la scuola e una famiglia spesso «iper-indulgente [che], pur di difendere i ragazzi, si pone in rapporto di opposizione alla scuola, rendendo maggiormente difficile il lavoro di un insegnante».
Il dato preoccupante è che nel mondo occidentale (ma in realtà su scala sempre più globale), in molti casi sembra che tutte le istituzioni sociali tradizionalmente deputate all’educazione e alla formazione dei minori restino schiacciate dalle logiche del profitto e della visibilità a tutti i costi. Risale al 2001 il caso della Francia in cui l’allora ministro dell’istruzione M. Jack Lang non trovò idea migliore del rivolgersi a una marca di abbigliamento per contrastare la violenza nelle scuole: su delle magliette del marchio Morgan (vendute a 100 Franchi - pari a circa 15 Euro - l’una) venne scritto lo slogan «Le respect, ça change l’école[11] ». Come se i filmini messi in circolazione su YouTube dagli studenti, le reciproche denunce tra insegnanti e genitori rese pubbliche da giornali e televisioni o il chiassoso confronto al governo fra sostenitori e detrattori dei debiti-crediti piuttosto che degli esami di riparazione a settembre fossero gli unici argomenti e contenuti da trattare in vista di una riforma della scuola su cui tutti ormai si sentono in diritto di dire la propria: dai curatori d’immagine, ai blogger, ai non tanto impegnativi quanto lucrosi film su vite di adolescenti e notti prima degli esami trascorse a fare tutto, fuorché studiare. E proprio a proposito di studio: ogni anno ormai, con la riapertura delle scuole, giornali e telegiornali si riempiono di servizi e inchieste sui rincari degli articoli per la scuola: libri, zaini, grembiulini, scarpe e felpe costano sempre di più. Eppure, nonostante le difficoltà di bilancio che le famiglie lamentano, le case di moda saturano vetrine, passerelle e spazi pubblicitari con sempre nuove linee e collezioni appositamente disegnate proprio per i più giovani. Quegli stessi che ormai scelgono di ritrovarsi e trascorrere insieme pomeriggi e fine settimana nei cosiddetti nonluoghi[12] rappresentati dai centri commerciali, dove non tanto si va per comprare, quanto si «compra per andare»[13]. Figli a loro volta di giovani genitori, cresciuti nell’epoca del consumismo, schiavi dei dettami della moda e di processi emulativi che si spiegano solo con la crescente importanza oggi attribuita al giudizio degli altri, l’onnipresente audience.

Le pubblicità dei grandi stilisti rappresentano bambini che appaiono sicuri di sé, seri e assertivi; sembrano guardarci dall’alto in basso, con un atteggiamento di implicita superiorità rispetto a coloro che vorrebbero attribuirgli desideri ed espressioni da piccoli, accennando smorfie di sfida nei confronti di chi pretenderebbe ancora di insegnargli qualcosa. Viene inevitabilmente da chiedersi quale sia il target ultimo di certe campagne e sfilate di moda, dal momento che sono sempre più frequentemente e apertamente fantasie da adulti a colorare (o scolorire) le immagini di questi bambini. Non c’è spazio per giochi e sorrisi, non si vedono bambini dagli occhi sgranati di fronte a mondi sconosciuti che li incuriosiscono. Ci sono uomini e donne in miniatura che già sembrano saperla lunga: indossano abiti e accessori che sono paradossali simboli di vite vissute, viziate, precocemente stanche e annoiate di fronte a quella che al loro cospetto risulta essere la puerile banalità delle cose e delle persone comuni. Non a caso per strada si vedono sempre più spesso giovani donne e uomini[14] – alcuni dei quali accompagnati da figli che sembrano riproduzioni su scala ridotta di sé - abbigliati come per una sfilata di moda o un set televisivo: dove il confine tra reality e show è via via sempre più sfumato.
Al confine fra realtà e spettacolo, è forse lì che si collocano le favole? Allora forse non è un caso che una delle ultime campagne Save the Children si sia voluta collocare proprio in quella “terra di mezzo” per rivendicare il riconoscimento e la riaffermazione di diritti, ideali e prerogative tipici (o meglio, archetipici) dell’infanzia.

Se dunque anche pubblicitari, stilisti di moda, case automobilistiche ed economisti si sono resi conto che i bambini rappresentano un capitale (non solo sociale) prezioso e indispensabile allo sviluppo del paese, bisognerà prendere atto del fatto che – come scrive Massimo Ammaniti[15] «è anche un capitale che deve essere salvaguardato e protetto, perché il cervello va incontro nei primi due anni di vita a una maturazione rapidissima che può essere inceppata da condizioni ambientali negative, per esempio contrassegnate da trascuratezza oppure da situazioni traumatiche. […] è più efficace la prevenzione e l’intervento precoce nei bambini che prendersi cura nelle età successive delle patologie che hanno radici nell’infanzia. E non è solo efficace in termini umani ma anche in termini economici, perché tutti gli interventi fatti successivamente sono più costosi e non sempre raggiungono risultati soddisfacenti».
Varrebbe forse la pena di riascoltare più attentamente una bella canzone di Giorgio Gaber che diceva così: «Non insegnate ai bambini la vostra morale/ è così stanca e malata/ potrebbe far male […] se proprio volete/ insegnate soltanto la magia della vita […] se proprio volete/ raccontategli il sogno di un'antica speranza […] coltivate voi stessi il cuore e la mente/ stategli sempre vicini/ date fiducia all'amore il resto è niente».

[1]«I figli? Sono il nuovo bene-rifugio», intervista di Paolo Foschini apparsa sul “Corriere della Sera” del 28 settembre 2007.
[2] Vedi i Simpson, South Park, i Griffin, ecc.
[3] Si legga a tal proposito Spot a doppio taglio. I bambini e la pubblicità. Qualche consiglio per gli addetti ai lavori, genitori compresi. Daniela Brancati , FrancoAngeli, 2005.
[4] Vedi fig. 10
[5] Programma Statale di assicurazione Sanitaria per l’Infanzia varato sotto la presidenza Clinton nel 1997.
[6] Art. 4.1 del Codice di Autoregolamentazione TV e minori, approvato nel 2002 e trasformato in legge dall’art. 34 del Testo Unico della radiotelevisione del 2005.
[7] CAP, art. 11 “Bambini e adolescenti”
[8] Videogame violenti nel mirino del governo. Mastella: "Authority per regolare la vendita",
La Repubblica, 14 novembre 2006.
[9] Say Everything. Kids, the Internet and the End of Privacy, di Emily Nussbaum.
[10] Conferenza europea tenutasi a Roma il 13 febbraio 2006, con il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.
[11] Il rispetto, questo cambia la scuola.
[12] Marc Augé, Nonluoghi, Milano, Eleuthera 1993: «uno spazio che non può definirsi né identitario né relazionale né storico, definirà un nonluogo».
[13] G. Amendola, La città vetrina. I luoghi del commercio e le nuove forme del consumo, Napoli 2006.
[14] O forse dovrei dire Uomini e donne, citando la trasmissione condotta da Maria De Filippi, per rendere più chiaramente l’idea del fenomeno qui descritto.
[15] In Bambini, prendiamo esempio dalla Finlandia, pubblicato su La Repubblica del 26 luglio 2007.