La televisione può essere di qualità ?
La televisione può essere di qualità ?
Tra pubblico e servizio pubblico
Il passaggio dalla televisione tradizionale via etere a tecnologie più sofisticate e potenti (il digitale, la web tv, etc.) si sta certamente delineando, con un conseguente cambiamento della realizzazione e della fruizione di contenuti. Ma tutto è in divenire e una trasformazione completa non si è ancora verificata. Eppure la televisione generalista è già data per spacciata, oramai obsoleta. E se parte di pubblico preferisce altri contenuti a quelli della televisione è anche perché viene messo in condizione di farlo. Il dibattito sul concetto di servizio pubblico e sulla composizione del bacino di spettatori sono temi sviscerati quotidianamente da anni.
Mi rendo conto che gli interessi economici sono l'ago della bilancia nel sistema televisivo attuale. D'altra parte credo che spostare l'attenzione sui contenuti e sulla qualità non significhi perdere investimenti. Non è legge il fatto che per essere appetibile a tanti la televisione debba necessariamente essere scialba e insipida [1] .
Il servizio pubblico Mentre negli Stati Uniti, Paese dove peraltro l'antitrust e il pluralismo sono valori condivisi da sempre, la radio e la televisione nascono e si sviluppano grazie alla pubblicità e quindi alla loro già forte struttura industriale e del commercio, in Europa la radio e la televisione nascono come servizio pubblico, espressione del monopolio pubblico. Il servizio pubblico aveva il compito di informare, divertire, educare , secondo una famosa espressione coniata da John Reith -primo dirigente della BBC - attraverso una programmazione attenta e rispettosa del pubblico con appropriate scelte di contenuti, personaggi, linguaggi e format. Nel tempo i paesi europei hanno sviluppato differenti modelli di finanziamento (solo canone in Gran Bretagna; prevalenza del canone in Germania, solo pubblicità in Spagna; canone e pubblicità in Italia e Francia), ma tutti i sistemi radiotelevisivi erano accumunati da una programmazione ispirata al motto di John Reith. In Italia la classe politica dell'epoca aveva certamente interesse nello sviluppo del servizio pubblico per sfruttare la televisione come terreno comune su cui creare un tessuto sociale e ideologico stabile tale da legittimare il proprio potere. Ma era una televisione di dirigenti e funzionari di grande professionalità, uomini che sapevano di televisione e che avevano anche una visione del mondo in cui collocarla. [2] Oggi la nozione di servizio pubblico appare svuotata di senso. Eppure è del tutto evidente quanto sarebbe utile rinverdirne il significato e la missione, alla luce della spesso scadente qualità della televisione pubblica, soprattutto per il fatto che continua ad essere finanziata dai cittadini. Il discorso dovrebbe essere ancora più esteso. Il concetto di servizio pubblico non dovrebbe coincidere con un'azienda, ma con degli standard, con un risultato da raggiungere [3] . Dunque anche la televisione commerciale dovrebbe attenersi a dei principi guida, seppur con sfumature diverse, perché diverso è l'obiettivo. La televisione commerciale considera l'offerta di programmi come mezzo per mettere i telespettatori in contatto con i contenuti pubblicitari e invogliare all'acquisto. Le aziende hanno bisogno della visibilità che solo la televisione può dare e la televisione ha bisogno dei finanziamenti pubblicitari. Eppure la qualità di un prodotto non dovrebbe essere determinata dalla sua natura, ma dal valore intrinseco che possiede. Che un prodotto culturale sia di nicchia o di massa, non dovrebbe mai essere privo di intelligenza, buon gusto, obiettività, nel rispetto del pubblico che ha di fronte. Per la televisione commerciale la qualità coincide con la quantità di spettatori che riesce a catturare. Dal momento che la televisione attraverso i suoi contenuti influenza lo stile di vita, i comportamenti, le opinioni e le scelte di milioni di cittadini, il problema della loro qualità effettiva non può non essere importante, soprattutto se questa attenzione non minaccia di intaccare gli interessi che vi gravitano attorno. Sia la Rai che le tv private dovrebbero saper coniugare qualità e quantità non solo nell'informazione e nei programmi di approfondimento, ma anche in quelli di intrattenimento. La cultura è un valore trasversale; non è propria di generi televisivi specifici. Si nutre della professionalità e della cura con cui vengono concepiti e realizzati i prodotti.
Il pubblico Riflettendo sulle rappresentazioni del pubblico televisivo e più in generale quello dei mezzi di comunicazione di massa, mi sembra che si alternino due linee di pensiero divergenti. L'una prevale sull'altra a seconda di ciò che in quel momento sia comodo far emergere. Da una parte c'è un pubblico passivo, che desidera la risata facile, i programmi trash, perché ha bisogno di spensieratezza ed è assetato di voyeurismo. E questo viene ricondotto principalmente alla sua composizione socio demografica (in prevalenza medio-bassa). In questo modo la scarsa qualità dei programmi è una colpa che viene fatta ricadere sulle scelte del pubblico. Il pubblico sceglie il reality perché vuole il reality. Ma se non c'è una netta alternativa ad una programmazione di questo tipo, non ci si può stupire che il pubblico la preferisca magari a programmi ancora più scadenti. Mi chiedo: il pubblico di cinquanta anni fa che si riuniva nei bar o a casa di qualche amico più facoltoso per guardare La Cittadella , Studio1 o gli spettacoli teatrali, non era forse quello che si è alfabetizzato attraverso la televisione? La dimensione socio demografica non era pressoché quella che viene dipinta oggi (se non ancora più povera)? Un pubblico semplice che rideva, passava ore in spensieratezza (poche perché la programmazione non era distribuita 24h/24h), ma i contenuti erano realizzati con professionalità, buon gusto e qualità. Sia spettacoli di intrattenimento e varietà, che quelli di carattere informativo. Se il 25% dei telespettatori oggi vede il Grande Fratello 8, bisogna capire il perché e soprattutto considerare questi valori in maniera relativa, in rapporto agli altri consumi indoor e outdoor. Una visione opposta del pubblico è quella che lo inquadra come attivo, alla ricerca di contenuti su internet o amante della televisione tematica. Un pubblico che manifesta attenzione alla selezione qualitativa dei contenuti ed è disposto a spendere per ottenerla. E allora l'abbandono della televisione generalista viene giustificata prendendo spunto dai nuovi scenari tecnologici. Credo che lo sviluppo di questi ultimi non si possa arrestare, ma è auspicabile una complementarietà fra reti tematiche, internet e reti generaliste a condizione che questo non sia più un alibi per far sparire la cultura dalle televisione generaliste. Alcuni dati sui quali riflettere [4] : Inverno 2002: Rai1. Stasera Pago Io (varietà Fiorello): share fino al 36% . 26 novembre 2007 Rai1. La Situazione di mia sorella non è buona (Adriano Celentano): share: 32,9% . 11 novembre 2007 Rai1. Fiction Rino Gaetano: share 26,68% . 30 novembre 2007 Rai1. V canto inferno ( Benigni ) : share: 35% . 21 gennaio 2008, Rai1. Viva Radio2 minuti (breve varietà dopo il Tg, Fiorello e Baldini): share: 37,47% Articolo scritto per il corso di Economia dell'audiovisivo e del multimediale .
[1] Questa come le altre frasi in corsivo sono prese da alcuni brani trovati sul sito www.mediamente.rai.it . [2] Cifr, cit. [3] Cifr.cit [4] Dati presi dal sito www.Repubblica.it ; www.tvblog.it .