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Libertà di stampa. Parziale

RAPPORTO FREEDOM HOUSE

Libertà di stampa. Parziale

di GIUSEPPE MANIGLIA E AURELIA ZUCARO (10 05 2009)
http://www.flickr.com/photos/annabananabobaloo

Il report annuale dell’organizzazione non governativa statunitense Freedom House, segnala un peggioramento della libertà di stampa e di pensiero nel nostro paese. Tra concentrazioni mediatiche, interventi legislativi, minacce e querele, l’Italia è l’unico paese occidentale “partly free”. Senza dimenticare il ruolo dell’assetto proprietario delle testate italiane…

L’Italia non è un paese libero per la libertà di stampa. O meglio, lo è solo parzialmente. Il rapporto pubblicato annualmente da di Freedom House, organizzazione non-profit indipendente, fondata negli Stati Uniti nel 1941 per la difesa della democrazia e la libertà nel mondo, ci boccia senza remore con queste motivazioni: “a causa di un maggiore uso delle leggi sulla diffamazione per limitare la libertà di parola dei giornalisti, acute intimidazioni fisiche ed extragiudiziarie da parte della criminalità organizzata e di gruppi di estrema destra, le preoccupazioni sulla proprietà dei media e l'influenza politica.

Il ritorno del magnate dei media Silvio Berlusconi per la premiership ha risvegliato il timore che la concentrazione di proprietà statale e privata sbocchi in un unico leader

Settantatreesima  su centonovantacinque
. È il posizionamento del nostro paese nella classifica globale, mentre a livello europeo siamo penultimi, al ventiquattresimo posto e primi dei “partly free”, seguiti solo dalla Turchia. Su un punteggio che va da 0, per i Paesi più liberi, a 100 per i meno liberi, l’Italia ottiene 32 voti: la pagella peggiore tra i paesi occidentali. Notevole anche il peggioramento della Grecia, che comunque rimane tra i paesi “liberi”.
Il clima migliore, secondo Freedom House, è quello dei paesi nordici: Islanda (primo), Finlandia e Norvegia (secondi), Danimarca e Svezia(quarti). Gli stessi che occupano i primi posti nella classifica generale della libertà. E fuori dal vecchio continente? Fra i primi, Nuova Zelanda e Palau (undicesimi), mentre solo venticinquesimi sono gli Stati Uniti. Nel complesso, a fronte di un deterioramento della libertà di stampa in tutto il mondo, legato a pressioni dei governi e di altri potenti soggetti e dalla crisi economica globale, la situazione europea rimane la migliore.

Promossi nel 2007 - La retrocessione non è una novità. Solo nel 2007, infatti, l’Italia aveva ricevuto la promozione allo stato “Free”, dopo che nel 2004 l’elezione di Berlusconi aveva già determinato uno status di semi-libertà, a causa “dell’aumento delle pressioni politiche sui media”.
Un andamento altalenante, per il nostro Paese: definito “libero”nel 2002 e 2003. L’anno successivo arriva la prima degradazione, cui seguiranno, dal 2004 al 2006, tre anni di libertà parziale, per tornare nel biennio 2007-2008 tra i “virtuosi”. Fino alla bocciatura attuale, che ha reso l'Italia l’unica macchia “gialla” in un continente caratterizzato, almeno nella regione nord-occidentale, dal verde della libertà.

I criteri -    Innanzitutto occorre precisare che i dati in base ai quali Freeddom House elabora la relazione sono quelli che vanno dal primo gennaio al 31 dicembre dell’anno precedente alla sua pubblicazione. Perciò, se l’Ialia nel 2009 è stata dichiarata Parzialmente Libera, ciò è stato decretato sulla base delle informazioni raccolte nel 2008, dunque nell’anno della caduta del governo Prodi e dell’insediamento di Berlusconi.
L’esame a cui tutti i Paesi del mondo sono “sottoposti” corrisponde a 23 domande metodologiche, il cui contenuto verte su tre categorie fondamentali: il contesto giuridico, quello economico-ambientale e la politica. L’ambiente giuridico comprende la valutazione di tutte le leggi e i regolamenti che potrebbero influenzare o restringere la capacità dei media a operare. Per esempio certe applicazioni della legge sulla calunnia o la diffamazione, oppure il grado di indipendenza della magistratura. Allo stesso tempo sono valutate positivamente tutte le leggi a tutela  della libertà di espressione. La categoria della politica si riferisce soprattutto all’indipendenza editoriale, sia statale che privata, all'accesso a informazioni e fonti, alla censura, alla vitalità dei media e alla diversità delle notizie disponibili all'interno di ciascun paese. Il contesto economico include la struttura, la trasparenza e la concentrazione della proprietà dei media, i costi di creazione dei media, nonché della produzione e della distribuzione, la pubblicità o le sovvenzioni da parte dello Stato o di altri soggetti, l'impatto della corruzione sui contenuti e la sostenibilità dello sviluppo dei mezzi di comunicazione.
La nuova inchiesta ha rilevato che solo il 17 per cento della popolazione mondiale vive in paesi che godono di una stampa libera. Noi, come italiani, non facciamo parte di quel 17 per cento.

Parzialmente Libero -  “La libertà di parola e di stampa sono costituzionalmente garantite e generalmente rispettate – si legge nel rapporto -, nonostante la concentrazione della proprietà dei media”. Gli autori, però, sottolineano la concentrazione insolitamente alta della proprietà dei media rispetto agli standard europei: da quando è premier, Silvio Berlusconi controlla la Rai, attraverso il Governo, e possiede Mediaset. Se a ciò aggiungiamo la crisi di La7 e il protagonismo di Mediaset nel campo del digitale terrestre, si capiscono ancora meglio le preoccupazioni di Freedom House, che non risparmia critiche neanche alla Legge Gasparri, accusata di favorire l’attuale Presidente del Consiglio. Ma ci sono anche le vicende di aggressioni, anche con arma da fuoco, dell’agosto 2004 a giornalisti in Sicilia e Sardegna, per aver pubblicato articoli contro il traffico di droga locale. La lista è ancora lunga, e passa dalla tenue legge Frattini che prova ad affrontare il conflitto d’interessi, alla condanna alla Rai nel 2005 per la vicenda Santoro (che era stato estromesso dalla tv “per il presunto uso criminale della televisione pubblica”). Ma da un lato la legge, anche se impedisce al Primo Ministro la gestione delle proprie imprese, non gli impedisce di scegliere i propri rappresentanti, tra cui un membro della famiglia; dall’altro il Parlamento non ha ancora approvato una proposta di legge che abolisce le pene detentive per diffamazione, arma di potente intimidazione nei confronti dei giornalisti.

Nel 2007 c'era stata la promozione a Paese Libero e nel rapporto Freedom House si legge: “Spiegazione cambiamento di stato: l’Italia ha migliorato il rating principalmente a seguito dell’uscita di Silvio Berlusconi come Primo Ministro. Anche se i mezzi radiotelevisivi privati in Italia sono ancora concentrati nelle mani di Berlusconi-Mediaset, l'emittente pubblica, la RAI, non è più sotto il suo controllo”. 
L’idillio è durato poco. Berlusconi è tornato e l’Italia ha fatto un passi avanti e 100 indietro. L’Europa occidentale, che vanta da anni il più alto livello di libertà di stampa del mondo (il 92% dei Paesi), presenta anche casi come il nostro. Casi di democrazie che smarriscono la via del pluralismo.