"150 articoli per 150 testate"
"150 articoli per 150 testate"

Volevo fare la giornalista e infatti non lo sono.
È quasi venti anni che ci provo.
Le mie prime esercitazioni da giornalista furono di postura: seduta nel mio banco imitavo la Lilly Gruber delle 19.45. Lei non aveva ancora le labbra rifatte e io non avevo nemmeno sette anni. Fallito questo primo tentativo, decisi di esentarmi dalla professione: niente giornalino della scuola, niente quotidiani del mattino. Ma le voglie represse, ahimè, prima o poi risalgono.
A me risalirono all’università. Ancora al primo anno scoprii di aver perso la capacità di fare il “brodo”, o sarebbe meglio dire la pazienza di scrivere parole anche fino all’ottava pagina. Al mio professore piaceva leggere poche righe e a me piaceva farlo contento. Fu un attimo. Bussai alla porta del Quotidiano regionale. Dopo essere stata giustamente derisa («Tu sei una di quelle che tengono il diario del cuore? », mi chiese il caposervizio accogliendomi nella sua stanza) ripresi ad esercitare il mestiere lasciato sui banchi di scuola. Questa volta, però, avevo tre cose in più che giocavano a mio favore: la voglia di vedere un “riservato stampa” tutto mio, la patente e l’idiozia di svegliarmi la domenica mattina per seguire qualche noiosissimo convegno al palazzo della Provincia.
Mi sono allenata per due anni, ho raggiunto il record di 150 firme mentre mio padre cercava di convincermi a partecipare ai concorsi per diventare impiegata comunale. 150 articoli, su 150 giornali con 150 volte scritto il mio nome. Fantastico ma non tanto per essere “giornalista”. L’Ordine italiano ti battezza solo se sei stato pagato “per la prestazione”.
- Pagata? No, mai, ma non c’è un altro modo? Ho tutti gli articoli firmati!
- No.
- Ma ne è certo?
- Sì.
- Mmm. Arrivederci.
- Arrivederci.
Stessa telefonata diverse centinaia di volte.
Niente. Non ancora giornalista.
Bene. Bisognava solo pianificare una nuova strategia. Roma. Decisi che la location della Specialistica sarebbe stata Roma: grande città, grande università, grandi opportunità, pensai. Nel giro di quattro mesi mi ritrovai con la valigia in mano pronta per volare in Madagascar. No, non si trattava di un sorteggio organizzato da Scienze della Comunicazione, solo che questa volta avevo bussato ad una porta “da paura”. Iniziai a scrivere gratis per un quotidiano di viaggi e turismo che mi spediva a destra e a manca: un po’ in Sicilia e un po’ in crociera; un po’ in Sardegna e un po’ anche nell’area meeting dell’aeroporto. In quell’anno decisi che viaggiare sarebbe stato il mio obiettivo e bussare alle porte la mia strategia. Funziona, o quasi…
Da allora sono trascorsi quattro anni.
Ho trovato il fidanzato, mi sono laureata, ho cambiato casa, sono diventata zia, ho fatto la cameriera, la guida turistica e anche la guerra della birra, ho spento la mia 26esima candelina, lavoro da 30 mesi nella redazione di un programma televisivo politico e invio curricula per cercare un nuovo lavoro (le aziende prima di far scattare il 36esimo mese di contratto ti mandano via per non avere problemi, per non assumerti a tempo indeterminato). Pochi giorni fa, grazie ad “un’amica dell’amica dell’amica” ho fatto il colloquio della mia vita. Questa non la racconto per scaramanzia ma, dovesse andare bene, smetterei di abbronzarmi sotto la luce al neon.
Sono stata molto fortunata io, ho incontrato gente che mi ha sorriso, che mi ha lasciato fare, che mi ha insegnato e che continua ad aiutarmi. E mentre mio padre ancora mi chiede se ho fatto domanda in Ferrovia, al tesserino non ci penso quasi più: l’Ordine è stato ed è il mio grande ostacolo, lo posso tollerare, tanto: volevo fare la giornalista, infatti non lo sono, ma lo faccio.
Giornalisti
Un professore-giornalista-relatore-calciettaro una volta mi disse una frase illuminante: "Un pubblicista con il tesserino è un macellaio che, una volta al mese, scrive per Io Carne Oggi".
Mi manca molto l'Università.