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Scienze della Comunicazione... e dopo?

Aspettative e dubbi sul futuro degli studenti

Scienze della Comunicazione... e dopo?

di ALESSIO VISCARDI (12 05 2009)
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Scienze della Comunicazione: la controversa facoltà forma i futuri comunicatori aziendali oppure prepara i giornalisti del web 2.0 ?

Di fronte alle sfide della comunicazione online, SdC potrebbe diventare la facoltà ideale per la formazione dei giornalisti di domani.

Ogni anno sono tantissimi i giovani che si iscrivono a SdC.
Basti solo pensare al boom di richieste registrato nell'anno accademico 2001/2002. Quasi 20 mila iscritti.
Sebbene negli ultimi anni il trend sia in costante discesa, ancora nel 2005/2006 il numero dei liceali che sceglieva la carriera del comunicatore raggiungeva la ragguardevole cifra di 12.577 unità.

 
La storia di SdC in Italia è piena di sostenitori che ne sottolineano il valore innovativo e la praticità degli insegnamenti. Virtù che dovrebbero garantire un rapido accesso al mondo lavorativo.
 
Nasce subito il mito di SdC: un percorso formativo finalizzato alla creazione di nuove figure lavorative. Professionisti esperti dei nuovi linguaggi mediali, capaci di coniugare il “saper scrivere” alla forza persuasiva dell'immagine – intesa sia come concetto, che come entità fisica. Finalmente, un corso di laurea che insegna come gestire l'immagine televisiva, ma anche l'identità corporativa.
 
Gli studenti sono futuri pubblicitari per aziende e planner di palinsesti radio-tv, senza dimenticare l'aspirazione a diventare giornalista che muove gran parte degli iscritti al corso di laurea.
 
 
Il valore formativo
SdC si presenta fin dall'inizio come il corso di laurea maggiormente “professionalizzato” del panorama universitario italiano. La pratica viene messa al centro, andando in contro al fabbisogno comunicativo di aziende e imprese.
Il corso di laurea promette una delle più elevate percentuali di placement in Italia.
 
Oggi, sembrano essere state disattese tutte le promesse degli esordi. Sdc viene vista con diffidenza dal mondo del lavoro e della comunicazione professionale.
L'immagine – forse un po' troppo stereotipata – che ne danno i media è quella di una fucina di disoccupati.
Tanto che un gruppo di studenti dell'Università Suor Orsola Benincasa ha deciso di realizzare una videoinchiesta in difesa di SdC.
 
 
SdC e lavoro: AlmaLaurea smentisce i pregiudizi


Secondo l'ultimo rapporto di Almalaurea dedicato alle facoltà di SdC, i laureati in comunicazione terminano gli studi in tempi brevi e con buoni voti, parlano inglese e sono informatizzati.
Sono professionisti che riescono ad inserirsi facilmente nel mondo del lavoro.
 
Il rapporto di COMferenza 2008 – Conferenza Nazionale delle Facoltà e dei Corsi di Laurea in Scienze della Comunicazione 2008 – riprende i dati di AlmaLaurea: “Le analisi condotte negli ultimi dieci anni da Almalaurea e Unimonitor.com confermano un trend comune: su 7000 laureati dal 1997 ad oggi, 2/3 dei laureati quinquennali e 1/3 di quelli triennali svolge attività lavorativa ad un anno dal conseguimento del titolo”.
 
Ad un anno dalla laurea triennale, trova lavoro il 54,5% dei laureati in comunicazione.
Il 24,5% coniuga l'attività lavorativa al prosieguo degli studi magistrali. Si tratta di dati superiori alla media nazionale dei laureati italiani.
 
 
Lavorare dopo SdC
Sembra smentito il pregiudizio sul tasso di disoccupazione dei laureati SdC, ma rimane aperta la questione sul tipo di lavoro che questi vengono chiamati a svolgere finiti gli studi.
 
Sempre secondo le indagini AlmaLaurea, si registra una significativa crescita dell'occupazione nei settori della comunicazione aziendale e del marketing, dei new media e della produzione di contenuti editoriali e multimediali.

 
La grande maggioranza dei laureati in SdC (circa il 30%) trova occupazione nei settori della pubblicità, pubbliche relazioni, istruzione e telecomunicazioni.
 
Soltanto il 7% del totale lavora nel settore della stampa e dell'editoria.
 
 
Comunicatori, no giornalisti
Questi dati fanno sorgere un interrogativo: SdC è la facoltà adatta a formare i giornalisti di domani?
 
La risposta sembrerebbe essere “no”.
Anche i maggiori difensori di questo corso di laurea sottolineano spesso come SdC sopperisca soprattutto al fabbisogno comunicativo delle imprese, talvolta allargato alle istituzioni ed alla pubblica amministrazione.
 
SdC nasce per rendere trasparenti al consumatore le scelte dell'azienda e per stabilire con lui un forte legame basato sullo scambio interattivo. Da circa trent'anni le grandi imprese hanno creato posizioni chiave per eseguire questi compiti.
 
A detta degli stessi docenti di SdC, il giornalismo è un tipo di comunicazione che interessa soltanto marginalmente i corsi di laurea in comunicazione.
 
 
Mario Morcellini, preside della facoltà di Scienze della Comunicazione presso l'Università “La Sapienza” di Roma, nella sua intervista a OfficinaSdC ribadisce che SdC non è un corso di laurea in “Scienze dell'Informazione”.
La finalità del corso non è quella di fornire gli strumenti per intraprendere la carriera giornalistica.
 
Sdc entra solo labilmente in contatto con il giornalismo, che pur essendo un tipo di comunicazione fondamentale, deve lasciare spazio ad elementi più centrali quali la comunicazione d'impresa, pubblica e istituzionale.
 
A sostegno di questa posizione, il professor Morcellini ricorda come nonostante SdC sia arrivata tardi in Italia – che è stata una delle ultime nazioni europee ad attivare il corso di laurea presso l'università – abbia da subito migliorato la qualità della comunicazione degli atenei.
Facoltà chiuse ed autoreferenziali si sono aperte allo scambio informativo con istituzioni, famiglie ed imprese.
 
 
Giornalisti multimediali, il futuro della comunicazione
Nonostante il mondo accademico spinga per un'interpretazione “aziendale” di SdC, l'evoluzione dell'informazione online sembra creare grandi opportunità per il laureato in comunicazione.
 
Il giornalismo multimediale si affaccia anche sul panorama informativo italiano.
Le nuove figure giornalistiche del web 2.0 devono avere competenze molto più ampie dei colleghi della carta stampata o della televisione.
 
Saper trovare le notizie e saperle raccontare non è più sufficiente a fornire una completa informazione. È necessario che il giornalista multimediale sappia utilizzare diversi linguaggi: quello scritto, quello visuale e quello ipertestuale.
Deve essere in grado di girare un servizio, montarlo, convertirlo in formato digitale e caricarlo sul portale di informazione. Senza dimenticare di linkare le pagine a cui l'articolo può rimandare.
 
Il giornalista multimediale deve conoscere web 2.0, html e xml. Deve essere in grado di utilizzare le strutture della rete come social network, social bookmarking e blog.
 
Deve essere soprattutto un professionista in grado di sposare la logica del giornalismo interattivo, unendo il rigore del professionista alle potenzialità espressive del citizen journalism.
 
I corsi di laurea in SdC potrebbero fornire proprio queste competenze, unite ai fondamentali deontologici della professione del giornalista.
 
Sono circa 178 gli i corsi universitari che hanno come punto centrale la creazione di figure giornalistiche. Gran parte di essi rientra nella classe di SdC.
Cifre ragguardevoli, sebbene inferiore al proliferare di indirizzi in comunicazione dedicati a pubblicità e comunicazione d'impresa.

 
Un esempio dell'evoluzione subita dalla figura giornalistica è la redazione di “Raccontando” di Maurizio Costanzo. Composta interamente da giovani laureati in Scienze della Comunicazione.
Lavorano in ambienti multimediali ed hanno tutti competenze pratiche: ripresa e montaggio, ma anche gestione di portali web e posizionamento SEO.
 
I redattori di Raccontando confermano l'importanza delle attività pratiche previste nei corsi di SdC al fine dell'attività giornalistica del futuro.
 
 
I limiti di SdC
Una delle ragioni della cattiva reputazione di cui gode SdC è dovuta proprio alla crossmedialità multidisciplinare dei suoi insegnamenti. Il corso riunisce troppi ambiti professionali all'interno dello stesso percorso di studi.
 
Fin dall'introduzione di SdC nelle università italiane si è diffusa l'opinione che gli studenti fossero penalizzati dalla trattazione superficiale di troppe scienze umanistiche.
Nessuna disciplina viene approfondita in modo tale da creare un vero professionista.
 
 
L'accusa di Vespa
Al termine della puntata di Porta a Porta del 19 gennaio 2009, Bruno Vespa lancia un'invettiva contro le facoltà di Scienze della Comunicazione. Le definisce “un errore da rimpiangere per tutta la vita”.


 
Un'affermazione del genere, fatta da un comunicatore, non manca di sollevare subito un vespaio di polemiche.
Su Facebook nascono gruppi che chiedono – ed ottengono – le scuse di Vespa.
Vede la luce anche l'AIDSC, Associazione Italiana Dottori in Scienze della Comunicazione.
 
 

La bottega dell'informazione 2.0

Chi lavora nel mondo della comunicazione tende a giustificare i propri pregiudizi su SdC e sulla capacità che un corso di luarea può avere di formare giovani giornalisti, partendo dal presupposto che la pratica giornalistica la si deve svolgere sul campo.

Anche nel trasloco dalla carta stampata all'online, la formazione di un giornalista dovrebbe passare per la vecchia bottega dell'informazione: la redaione.

Non è di questo parere Morcellini, secondo cui la diffidenza verso i laureati di SdC è dovuta alla paura dei giovani e dell'innovazione tipica di ogni ambito professionale chiuso.

La diffidenza dipende dagli interessi corporativi della "casta" dei giornalisti, oppure nasce da un serio interrogarsi sulla scarsa preparazione fornita dal corso?

Il mestiere del pubblicitario viene considerato il naturale sbocco di SdC, ma lo stesso non si può dire del lavoro giornalistico. Oggi come ieri, per diventare giornalisti sembra esserci un solo modo: essere giornalisti.

leggete qui. a me ha fatto

leggete qui. a me ha fatto pensare tanto contro tanti ed inutili idealismi. Semplicemente esperienza diretta di persone che l'hanno frequentata o coloro i quali ancora la frequentano.

Le aziende leder per poter

Le aziende leder per poter fare profitto devono puntare su laureati in economia e laureati in comunicazione e marketing se non vogliono essere ritenute mediocri. La comunicazione pubblicitaria è l’anima del commercio. Sono laureato in scienze della comunicazione è mi occupo di pubblicità da vari anni lavorando con aziende leder in vari campi produttivi. Anche in tempo di crisi faccio sempre colloqui ed il lavoro non manca. Guardo i miei amici laureati in Giurisprudenza, scienze politiche, psicologia, scienze della formazione, scienze turistiche o spettacolo e lettere sono tutti disoccupati. Molti confondono la laurea in lettere con quella in scienze delle comunicazioni… A Roma vi sono più laureati in giurisprudenza che in tutta la Francia.. Le persone non capiscono cosa vuol dire lavorare nel campo delle scienze delle comunicazioni pubblicitarie e marketing perché l’uomo da sempre ha paura di tutto quello che non conosce…

Secondo il consorzio interuniversitario Almalaurea, nel 2010 i laureati triennali in Scienze della comunicazione, a un anno dalla laurea, non lavoravano meno degli altri, anzi: il 46,5% di loro lavorava, a fronte del 46% dei laureati triennali di tutti i tipi di corsi, e di un 41,8% di laureati triennali usciti dalle facoltà di Lettere e filosofia, a cui in molti atenei appartiene Scienze della comunicazione. Il che vuol dire che nel 2010, in piena crisi economica, i neolaureati in comunicazione lavoravano un po’ più degli altri (uno 0,5% in più) e ben più dei loro colleghi umanisti (4,2 punti percentuali in più). Cordiali saluti

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