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Perdere la faccia

Facebook e censura

Perdere la faccia

di CLAUDIA VENERA MARIA COSTA (14 05 2009)
www.flickr.com

Uno dei limiti di Facebook pare sia quello dell’eccessivo controllo delle informazioni veicolate. Si lamentano contratti di utilizzo poco chiari che giustificano improvvise quanto ingiuste censure. Nell’era del web 2.0 non è concepibile una limitazione così palese della libertà di espressione e di parola, soprattutto se tale restrizione proviene dalla rete, definita il mezzo democratico per eccellenza.

Facebook “censore”.

Due giornalisti italiani hanno visto sparire senza alcun preavviso le loro identità virtuali, compresi amici, contatti, foto e quant’altro. Sono Vittorio Zambardino, noto redattore di Repubblica e Nino Randisi giornalista siciliano antimafia, quest’ultimo utilizzava il suo profilo per pubblicare gli aggiornamenti relativi a notizie di mafia, indagini in corso e arresti eccellenti. Senza alcun messaggio di avviso la loro pagina è stata oscurata e alla richiesta di un chiarimento alle autorità competenti, che gestiscono i rapporti con gli utenti di Facebook, non hanno ricevuto nessuna valida argomentazione. Dopo numerose mail e minacce di denuncia il social network ha fatto sentire la sua voce, ammettendo lo sbaglio e riabilitando i “censurati”.
 
Le testimonianze. Il problema, spiega Zambardino: “è quello dei diritti degli utenti di Facebook e delle regole della piattaforma, che non possono andare contro i principi che regolano lo stato italiano, oltre ad essere contrari ad ogni buon senso. Del resto queste grandi aziende sono molto “ragionevoli” quando sbarcano in paesi come la Cina: dicono che le leggi locali vanno rispettate e quelle di un paese democratico possono essere ignorate?E’ ora che questa  assurdità venga corretta. Posso anche accettare di essere espulso, se mi si spiega il motivo del provvedimento e mi si dà la possibilità di argomentare in mio favore. Ogni altro comportamento da parte dei gestori del sistema è illegale”. Il giornalista, nonostante la riabilitazione del profilo ha deciso di continuare la sua protesta, soprattutto in virtù del fatto che i termini del contratto di utilizzo sono poco chiari e alcune delle clausole possono trarre in inganno gli utenti.
Diverso il caso del giornalista siciliano Nino Randisi, che ha gentilmente risposto ad alcune brevi domande e spiegato la sua vicenda.
Come nasce la sua idea di utilizzare Facebook come “portale informativo” anziché semplice strumento per ritrovare amici o condividere foto, pensieri e quant’altro? Ha voluto sperimentare un uso alternativo del social network o è stato qualcosa di non “premeditato”?
Ho sempre ritenuto che l'utilizzo di Fb non potesse limitarsi ad una semplice corrispondenza tra ex compagni di scuola, che, come tanti reduci, s’ incontrano in rete, per scambiarsi gli auguri, per fissarsi gli appuntamenti per prendere l'aperitivo oppure organizzare una “ rimpatriata ”. Ero certo, fin dall'inizio della mia iscrizione al social network, che così non poteva essere. Pertanto, da operatore dell'informazione, ed in particolare dai cronista attento alle questioni legate alla criminalità organizzate e alle mafie, non potevo farmi sfuggire l'occasione di utilizzare il mezzo per dare notizia e commentare tali avvenimenti, condividendo tutto con i miei contatti e con tanti che hanno la possibilità di accedere al mio profilo, volutamente pubblico e per certi versi, poco attento alla stessa privacy personale. Ma sono rischi, che sono sempre pronto a correre.
Qual è stata la sua prima reazione dopo la censura e cosa le è stato riposto dai gestori?
La prima reazione è stata quella dello smarrimento, causato dalla perdita di centinaia e centinaia di contatti, ivi compresi, indirizzi, numeri di telefono, poste elettroniche, insomma, un data base, difficile da ricostruire nell'immediato. Successivamente la rabbia per la mancata notifica, da parte dei gestori, di una qualsiasi straccio di giustificazione. Il clamore nazionale sollevato dal mio oscuramento, ha convinto “ob torto collo” gli stessi a riattivarmi l'account. In seguito, hanno provveduto a disattivarmi il secondo account. Analoga protesta e “miracolosamente” nuova riattivazione. Mentre nella prima disattivazione, la giustificazione fornita dagli “invisibili” gestori è stato un problema definiamolo di natura tecnica ( falla nella rete), nel secondo caso, una mail, in inglese, spiegava l'utilizzo improprio del mezzo. La realtà è che parlare di questioni afferenti alla mafia, ricordando a Fb che mantiene in rete link di gruppi che inneggiano alle mafie, disturba gli scienziati di Palo Alto, i quali, trincerandosi dietro a presunte violazioni dell'uso del social- network ti oscurano da un momento all'altro, senza fornirti la benchè minima spiegazione.
Pensa che l’uso di questi nuovi mezzi nel campo dell’informazione possa essere possibile in futuro? O alla luce della sua esperienza pensa non possano garantire sufficiente libertà di pensiero ed espressione?
Ritengo che questi mezzi siano utili per la diffusione del pensiero e della comunicazione. Tutto ciò va regolamentato, stabilendo norme certe. La libertà di espressione sancita dalla Costituzione va tutelata e difesa.