"Accendere il pc con lo svedese"
"Accendere il pc con lo svedese"

Ho scelto scienze della comunicazione perché volevo fare il giornalista. L’ho fatto un po’ contro il volere di mio padre, medico con la speranza continuassi nello stesso campo, e senza dare troppo credito a ciò che se ne diceva in giro: una facoltà facile, dove ci si poteva parcheggiare per qualche anno.
La mia scelta è stata guidata dalla passione, piuttosto che da calcoli di convenienza. Mi piaceva scrivere. Anche se non lo facevo tantissimo, sentivo di aver trovato il modo per esprimermi. Forse avrei dovuto fare lo scrittore… ma ho finito per scegliere giornalismo.
Mi ricordo di un testo che ho letto poco prima di iscrivermi e che si chiamava "Fare il giornalista’. Banale, lo so! Ma è dove per la prima volta ho letto “giornalismo? sempre meglio che lavorare!". Aspiravo a una professione border-line, alternativa e estremamente avvincente. E poi, potevo sempre scrivere.
La mia pseudo-carriera giornalistica iniziò nel migliore dei modi: con un congiuntivo sbagliato nella lettera a colui che sarebbe stato il direttore del giornale universitario che stavo mettendo su insieme a due amici. Quante notti passate in bianco e quanta energia c’era dentro di noi: ricordo ancora che scrivemmo il primo editoriale appoggiati al lavandino della mia cucina, in un modesto appartamento a S. Lorenzo.
E’ stata un’esperienza fantastica che ha segnato radicalmente il mio futuro: oltre al lavoro redazionale, infatti, mi occupavo della grafica di Slash, questo il nome del nostro “giornalino”. All’inizio, fu una scelta quasi obbligata poiché ero l’unico ad avere maggiore dimestichezza con il computer. Solo in seguito mi sono reso conto di quanto mi piacesse lavorare sulla parte visuale della comunicazione.
La mia carriera studentesca procedeva in parallelo. E anche con buoni risultati. E’ così che mi sono ritrovato a dover scrivere la tesi per la laurea triennale. Ed è stato quasi naturale per me affrontare questo percorso con uno dei professori che più mi aveva colpito durante il percorso accademico (e che avevo conosciuto proprio grazie a Slash).
La passione per Apple, la sociologia e gli stili di vita contemporanei sono stati i temi portanti di un lavoro che non ha fatto altro che accentuare il mio interesse per il design.
Ho trascorso quella stessa estate nella redazione di TV Magazine, un periodico del gruppo Espresso che si occupava di televisione. Esperienza interessante e molto formativa. Mi ha insegnato che, forse, non era l’ambiente più adatto per me: volevo qualcosa di più creativo, libero e che avesse avuto a che fare con la tecnologia.
Accantonata l’idea di una specialistica a SdC, fu una ricerca su Google a suggerirmi il passo successivo: master in Interaction design.
E’ bastata una conferenza a convincermi che mi sarei iscritto. Una decisione presa un po’ alla leggera, di istinto. Volevo scommettere sulla novità e, soprattutto, sull’ibridazione dei saperi: la sensibilità sociologica di SdC e l’approccio più tecnico che avrei ottenuto da un master alla Facoltà di Scienze.
Quella scelta un po’ avventata si è rivelata, però, una buona intuizione (decorata da un po’ di fortuna) perché l’interaction design è quello di cui mi occupo da qualche anno. E lo faccio con tanto entusiasmo e passione.
Torniamo alla fine del master, per un momento. Dopo questa esperienza, sono andato in Svezia. Anche qui, pura coincidenza. Ero nuovamente di fronte alla necessità di dover decidere quale sarebbe stato il prossimo passo, quando mi si propone la possibilità di una specialistica a Malmoe. Tempo un mese ed ero in Scandinavia.
La difficoltà più grande è stata senza dubbio la lingua. E non parlo dello svedese, con quello neanche ci ho provato! E’ stato l’inglese che mi ha dato hard times. Sono sempre stato bravo nella scrittura e nella comprensione della grammatica ma quando si è trattato di conversare davvero non c’è stato verso. Ho speso qualche mese a raggiungere un livello sufficiente a non sembrare una persona asociale e con poco senso dell’umorismo. Ma ne è valsa veramente la pena.
Tornato a Roma (avevo bisogno delle tante stranezze e imperfezioni che caratterizzano il nostro Paese), mi sono inserito piano piano nel mondo del lavoro e, dopo esperienze più o meno brevi, adesso lavoro a Venere.com come interaction designer.
La sensibilità che ho acquisito grazie ad SdC mi aiuta ad assumere la giusta prospettiva nei confronti dei problemi che gli utenti di venere.com incontrano ogni giorno. L’interaction design, infatti, è la progettazione delle interazioni tra le persone e le interfacce digitali. E ogni progettazione non può prescindere da uno studio del dominio di interesse né da una comprensione della propria “audience”.
Non sono mai stato un fatalista e, anzi, credo nelle scommesse. Penso che il rischio sia parte essenziale della vita ed è anche per questo che le mie scelte sono state abbastanza differenti e poco conformi al ‘percorso standard’. E’ stata però proprio questa voglia di fare esperienze diverse e di andare oltre alla divisione dei saperi che mi ha dato la possibilità di esprimere le mie capacità in una figura professionale nuova e in continuo aggiornamento. Non posso certamente nascondere le difficoltà incontrate e i momenti di incertezza che scelte di questo tipo creano. L’importante, però, è ricordare che lì fuori c’è sempre qualcuno in grado di apprezzare idee e progetti innovativi. Mai fermarsi di fronte alle prime critiche: quello che è insensato per alcuni può essere interessante per altri. Basta trovarli