Il galateo del cinguettio perfetto. Un regolamento interno con il quale i vertici del
newspaper americano indicano ai propri dipendenti il modo più consono di ‘cinguettare’ in 140 caratteri o entrare a far parte del grande libro delle facce, conservando comunque un’irreprensibile e decorosa condotta professionale e tenendo bene a mente che si lavora in nome del sacro Dow Jones. Niente commenti personali o post che possono essere fraintesi. Niente rivelazioni su iniziative editoriali o citazioni della concorrenza. Ma anche indicazioni più bizzarre, in base alle quali il direttore si trasforma in un consigliere di fiducia cui chiedere il parere prima di accettare un’amicizia.
Di seguito le norme stabilite dal Wall Street Journal.
- Mai usare un nome falso o una identità inventata quando si lavora in nome di Dow Jones. Identificarsi sempre come giornalista di Journal, Newswires o MarketWatch prima di porre domande.
- Non è opportuno esprimere punti di vista di parte. Ne verrebbe a perdere la credibilità delle pubblicazioni.
- Non chiedere ad amici o familiari di difendere il lavoro svolto.
- Chiedere il permesso prima di porre una delle tue fonti tra i tuoi “amici” online. Il rischio e’ di rendere note le tue fonti.
- I nostri articoli parlano per se stessi. Non descrivere come sei arrivato alla confezione di un articolo.
- Non discutere articoli che non sono stati pubblicati, meeting a cui hai partecipato con fonti o colleghi o interviste che hai condotto.
- Non criticare il lavoro di colleghi o concorrenti e non promuovere il tuo lavoro in modo aggressivo.
- Non essere coinvolto in un dialogo poco educato con coloro che mettono in discussione il tuo lavoro, a prescindere da quanto aggressivi o maleducati siano le controparti.
- Non dare suggerimenti specifici a nessuno sui siti di Dow Jones. L’atteggiamento migliore e’ quello di dare consigli generici.
- Tutti i post discutibili su Dow Jones o sui siti di Dow Jones debbono essere discussi con i capi.
- Lavoro e piacere non possono essere mescolati su siti come Twitter. Dovrebbe prevalere il senso comune, ma se sei nel dubbio discutine con il tuo capo.
(Fonte:
Oltreconfine di Federica Bianchi)
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In principio è accaduto al New York Times. Tutto ha inizio alcuni giorni fa alla tavola rotonda del
New York Times: durante una riunione di redazione, il capotavola-Re Artù,
Bill Keller, nonché
executive editor della grande testata giornalistica, esordisce disquisendo ampiamente sul crescente uso dei “social media” da parte dei suoi giornalisti. « Non voglio mettere vincoli a quello che fate su Twitter o Facebook, se non la regola del buonsenso ». Ma non finisce neanche la frase che qualcuno dei ‘cavalieri’ già butta in rete diversi tweets sulla riunione e spiattella anche le argomentazioni del direttore. Vari siti colgono la palla al balzo, pensando bene di ricamarci sopra belli
articoli confezionati e alla fine del meeting redazionale, Keller ne viene a conoscenza. È a quel punto che invita tutti i redattori a rispettare le cosiddette ‘zone di fiducia’, isole da dover ricavare assolutamente nell’immensa distesa dell’online, dove condividere tutto è l’imperativo ineluttabile. « Anche quando parlate di voi stessi state rappresentando il New York Times ».
Avanti regole. Un episodio unico nel suo genere? La risposta suona implicitamente ovvia se consideriamo il successo esplosivo delle pillole twitteriane nel mondo del giornalismo americano: solo la redazione del
Los Angeles Times annovera 144 account ufficiali di Twitter, senza tener conto di quelli personali dei singoli redattori. Insomma sempre più fa capolino l’esigenza di mettere qualche paletto e ristabilire un pizzico di ordine nella vivace confusione del ‘scrivo un po’ quello che mi pare’. Proprio questa settimana, allora, tutti insieme appassionatamente, ma in fila indiana uno dopo l’altro, il
Wall Street Journal, il
Washington Post e altri gruppi hanno predisposto regole di comportamento per i giornalisti sui social media. Al NYT, invece, per ora, Keller preferisce serbare fiducia nei propri dipendenti, mantenendo una linea morbida. Il filo conduttore alla base di queste norme sta nella volontà di infondere nei propri dipendenti la consapevolezza che lavoro e vita privata sono due universi paralleli completamente staccati.
In Italia, non è ancora molto diffuso il reporting via social network, ma non appena i 140 caratteri faranno notizia, l’auspicio è che i tweets trasmettano contenuti autorevoli, senza sporcare la credibilità delle grandi testate giornalistiche. Perché si sa, anche i ‘canarini’ più melodiosi possono diventare cornacchie che gracchiano solo cavolate.