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Cinguettate. Ma con giudizio

Twitter e il giornalismo

Cinguettate. Ma con giudizio

di IMMACOLATA MARIANI (18 05 2009)

Cinguettando cinguettando (alias twitterando twitterando), finisce che il cronista distratto, ma non autorizzato, si faccia scappare parole preziose, trucchi del mestiere, che stenografi in tempo reale le affermazioni del direttore o fatti ‘segreti’ del giornale. O magari che accetti qualche amicizia che il capo non gradisce. Uno sfogo, certo, può capitare. Anche i giornalisti sono umani. Ma siamo sul web. Un attimo di incoscienza urlato nel popoloso circolo del network Twitter potrebbe costare caro alla reputazione sua o a quella del giornale. E allora ecco che ci pensa il Wall Street Journal ad imbastire in poche, semplici e rigide (giusto un pò) direttive il bon ton del perfetto giornalista 2.0: una manna - si fa per dire - per collaboratori e freelance del quotidiano talmente assuefatti ai network della socievolezza da fondere il confine netto tra vita reale e ambito lavorativo in mezzo alle facce posate di Facebook o ai dolci cinguettii di Twitter. 

Il galateo del cinguettio perfetto. Un regolamento interno con il quale i vertici del newspaper americano indicano ai propri dipendenti il modo più consono di ‘cinguettare’ in 140 caratteri o entrare a far parte del grande libro delle facce, conservando comunque un’irreprensibile e decorosa condotta professionale e tenendo bene a mente che si lavora in nome del sacro Dow Jones. Niente commenti personali o post che possono essere fraintesi. Niente rivelazioni su iniziative editoriali o citazioni della concorrenza. Ma anche indicazioni più bizzarre, in base alle quali il direttore si trasforma in un consigliere di fiducia cui chiedere il parere prima di accettare un’amicizia.

Di seguito le norme stabilite dal Wall Street Journal.

 
- Mai usare un nome falso o una identità inventata quando si lavora in nome di Dow Jones. Identificarsi sempre come giornalista di Journal, Newswires o MarketWatch prima di porre domande.
- Non è opportuno esprimere punti di vista di parte. Ne verrebbe a perdere la credibilità delle pubblicazioni.
- Non chiedere ad amici o familiari di difendere il lavoro svolto.
- Chiedere il permesso prima di porre una delle tue fonti tra i tuoi “amici” online. Il rischio e’ di rendere note le tue fonti.
- I nostri articoli parlano per se stessi. Non descrivere come sei arrivato alla confezione di un articolo.
- Non discutere articoli che non sono stati pubblicati, meeting a cui hai partecipato con fonti o colleghi o interviste che hai condotto.
- Non criticare il lavoro di colleghi o concorrenti e non promuovere il tuo lavoro in modo aggressivo.
- Non essere coinvolto in un dialogo poco educato con coloro che mettono in discussione il tuo lavoro, a prescindere da quanto aggressivi o maleducati siano le controparti.
- Non dare suggerimenti specifici a nessuno sui siti di Dow Jones. L’atteggiamento migliore e’ quello di dare consigli generici.
- Tutti i post discutibili su Dow Jones o sui siti di Dow Jones debbono essere discussi con i capi.
- Lavoro e piacere non possono essere mescolati su siti come Twitter. Dovrebbe prevalere il senso comune, ma se sei nel dubbio discutine con il tuo capo.
(Fonte: Oltreconfine di Federica Bianchi)

       

In principio è accaduto al New York Times. Tutto ha inizio alcuni giorni fa alla tavola rotonda del New York Times: durante una riunione di redazione, il capotavola-Re Artù, Bill Keller, nonché executive editor della grande testata giornalistica, esordisce disquisendo ampiamente sul crescente uso dei “social media” da parte dei suoi giornalisti. « Non voglio mettere vincoli a quello che fate su Twitter o Facebook, se non la regola del buonsenso ». Ma non finisce neanche la frase che qualcuno dei ‘cavalieri’ già butta in rete diversi tweets sulla riunione e spiattella anche le argomentazioni del direttore. Vari siti colgono la palla al balzo, pensando bene di ricamarci sopra belli articoli confezionati e alla fine del meeting redazionale, Keller ne viene a conoscenza. È a quel punto che invita tutti i redattori a rispettare le cosiddette ‘zone di fiducia’, isole da dover ricavare assolutamente nell’immensa distesa dell’online, dove condividere tutto è l’imperativo ineluttabile. « Anche quando parlate di voi stessi state rappresentando il New York Times ».
 
Avanti regole. Un episodio unico nel suo genere? La risposta suona implicitamente ovvia se consideriamo il successo esplosivo delle pillole twitteriane nel mondo del giornalismo americano: solo la redazione del Los Angeles Times annovera 144 account ufficiali di Twitter, senza tener conto di quelli personali dei singoli redattori. Insomma sempre più fa capolino l’esigenza di mettere qualche paletto e ristabilire un pizzico di ordine nella vivace confusione del ‘scrivo un po’ quello che mi pare’. Proprio questa settimana, allora, tutti insieme appassionatamente, ma in fila indiana uno dopo l’altro, il Wall Street Journal, il Washington Post e altri gruppi hanno predisposto regole di comportamento per i giornalisti sui social media. Al NYT, invece, per ora, Keller preferisce serbare fiducia nei propri dipendenti, mantenendo una linea morbida. Il filo conduttore alla base di queste norme sta nella volontà di infondere nei propri dipendenti la consapevolezza che lavoro e vita privata sono due universi paralleli completamente staccati.

In Italia, non è ancora molto diffuso il reporting via social network, ma non appena i 140 caratteri faranno notizia, l’auspicio è che i tweets trasmettano contenuti autorevoli, senza sporcare la credibilità delle grandi testate giornalistiche. Perché si sa, anche i ‘canarini’ più melodiosi possono diventare cornacchie che gracchiano solo cavolate.