Registrati | Login

Tutto quello che bisogna sapere prima di dire "voglio fare il giornalista"

Che cos'è che non va

Tutto quello che bisogna sapere prima di dire "voglio fare il giornalista"

di UGO DEGL'INNOCENTI (20 05 2009)

Il saggio-dossier "Giornalisti ieri, oggi. E domani?"

Ben quattro anni di trattative ci sono voluti per giungere a un accordo sul rinnovo del contratto dei giornalisti scaduto nel 2005. E non è ancora finita: il contratto siglato da editori e sindacato dei giornalisti sarà sottoposto a referendum da parte della categoria. Sentiti i mugugni, il risultato è tutt’altro che scontato.

La crisi economica è stata solo l’ultima spallata a una crisi strutturale del mercato del lavoro giornalistico che affonda le radici almeno nell’ultimo quindicennio, periodo durante il quale sono stati immessi più giornalisti di quanti ne richiedesse il mercato. Meno di un neogiornalista professionista su due trova un posto in redazione. E’ quanto emerge dal dossier “Giornalisti ieri, oggi.

E domani?”, disponibile solo attraverso il sito ilmiolibro.it , che analizza il periodo 2001-2005: 5300 i nuovi professionisti nel quinquennio considerato, solo duemila i nuovi contratti a tempo pieno e indeterminato nello stesso arco temporale. A rilasciare la tessera di professionista è l’Ordine dei giornalisti che però consente ogni anno l’ammissione all’esame di Stato agli aspiranti provenienti dalle scuole di giornalismo. Questi ultimi, a differenza di coloro che svolgono il praticantato in redazione come vuole la legge, non hanno un contratto di lavoro. Risultato: ci sono più professionisti di quanti ne voglia il mercato.
 

La professione giornalistica in Italia ha subìto una trasformazione, soprattutto a cavallo tra gli anni Novanta e Duemila, con l’avvento delle nuove tecnologie e dei nuovi media. Internet ha costretto la categoria a una riflessione sulla funzione tipica del giornalista, vale a dire quella di mediatore tra fonte e pubblico, e, nel contempo, a rivedere la dotazione degli strumenti del mestiere. Di qui la presunta necessità di corsi, scuole e libri fino a quindici anni fa considerati un optional. Ma qualcosa non ha funzionato. Infatti, si sta assistendo a un generale abbassamento delle condizioni generali della categoria, stretta tra disoccupazione e precariato.

L'Ordine e le scuole di giornalismo
A provocare l’eccesso d’offerta di giornalisti sulla domanda da parte degli editori è soprattutto l’Ordine dei giornalisti, pensato in epoca fascista ma istituito solo nel 1963 durante il governo Tambroni, che sta tentando d’imporre un modello d’accesso alla professione potenzialmente liberticida e in contrasto con i principi costituzionali. Un modello simile solo a quelli della Germania nazista, della Repubblica democratica tedesca e della Spagna di Franco, concepiti per rendere stringente il controllo dello stato sull’informazione. Una volta entrata a regime la riforma, l’accesso dovrebbe essere consentito esclusivamente a coloro che hanno frequentato corsi biennali post-laurea negli istituti di formazione riconosciuti.  

Si legge nel Documento di indirizzo per la riforma dell'Ordine dei giornalisti: "Da tempo è maturata, anche in sede parlamentare – si vedano le iniziative, poi non portate a termine, che ebbero per protagonista il sottosegretario Siliquini – la consapevolezza che la professione di giornalista, analogamente a molte altre, richiede una base formativa superiore a quella che era prevista dalla legge 69/1963, cioè il diploma di scuola media superiore. I processi attraversati dalla società, e dalla stessa editoria giornalistica, suggeriscono un approccio differente. Di fatto si constata che nell’ultimo decennio più di 3 su 4 delle persone che sostengono l’esame per diventare professionisti hanno una laurea. L’Ordine dei giornalisti ha stipulato convenzioni con numerose università per corsi
specialistici che danno accesso all’esame professionale, nel rispetto della legge e delle norme che definiscono il praticantato. E’ dunque maturo un cambiamento, che preveda un canale di accesso unico attraverso:
a) una fase di formazione preliminare coincidente con la laurea (laurea triennale se ci riferisce al nuovo ordinamento oggi in vigore) conseguita nelle università
italiane e nelle università estere i cui stati riconoscano la reciprocità.
b) una seconda fase di specializzazione, di due anni, da realizzare in forme diverse, e cioè:
1) laurea magistrale in giornalismo che conduca
all’esame professionale
2) master specifico riconosciuto dall’Ordine dei giornalisti
3) scuole di giornalismo collegate ad una struttura universitaria".

Da Palermo a Milano, l'Ordine ha finora riconosciuto 21 istituti di formazione. Ce n’è uno pure a Sora, cittadina del Frusinate di 26 mila abitanti. Il Consiglio nazionale insediatosi per il triennio 2007/2010 ha però disdetto tutte le convenzioni esistenti, al fine  "di svolgere una verifica comune nel rispetto rigoroso dei principi e dei criteri del nuovo Quadro di indirizzi, approvato nella seduta del 13 dicembre 2007", come si legge nel sito del Consiglio nazionale. "Le vecchie convenzioni -prosegue la nota - sono state dunque tutte disdette e i corsi in essere si sono conclusi o si concluderanno alla naturale scadenza senza che ciò precostituisca titolo alcuno per successivi riconoscimenti che verranno accordati solo alla strutture che risponderanno in pieno a tutte le norme fissate dal nuovo Quadro di indirizzi".

Accesso alla professione, che cosa dice la legge
In ogni modo, la legge del 1963 non prevede il rilascio della tessera di professionista tramite percorsi universitari, bensì vuole che sia professionista chi lo fa veramente il professionista. Così l’Ordine chiede da anni una modifica del provvedimento da parte del Parlamento.  Nel frattempo, ammette all'esame di stato gli allievi delle scuole riconosciute, in forza di presunte interpretazioni evolutive della norma, causando così gravi ripercussioni nel mercato del lavoro. 
 
Nel saggio-dossier “Giornalisti ieri, oggi. E domani?”  sono riportati ampi stralci dei lavori preparatori della legge 69/1963 sull’ordinamento della professione giornalistica. Il disegno di legge, presentato dall’allora ministro della Giustizia Guido Gonella, vide impegnata la Commissione giustizia della Camera dei deputati per ben sedici sedute, dal 12 maggio 1960 al 12 dicembre 1962. Il provvedimento fu poi discusso e approvato dal Senato il 17 dicembre dello stesso anno. Secondo i membri della commissione giustizia dell’epoca, il giornalista è come un artista, il quale svolge una professione sui generis. Sui requisiti per l’accesso, alla proposta governativa si affiancava un altro disegno di legge, quello del deputato democristiano Mariano Pintus, il quale chiedeva il requisito della laurea e un esame più solenne di quello previsto dal disegno Gonella. Anche Pintus, però, era convinto che la scuola di giornalismo non potesse sostituire la pratica in redazione: “penso che anche una laurea in giornalismo non servirebbe ad altro che a creare dei disoccupati, tra questi aspiranti giornalisti”, disse durante la seduta di giovedì 12 maggio 1960. Le scuole non passarono. Tutti furono d’accordo su questo punto, in linea con il pensiero di Einaudi, secondo il quale giornalisti si diventa sui banconi della tipografia, e neppure il requisito della laurea chiesto da Pintus. La legge 69 del 1963, oggi sempre in vigore, prescrive lo svolgimento di un periodo di pratica in redazione non inferiore a 18 mesi per essere ammessi all’esame di Stato.

L'interrogazione parlamentare al ministro Alfano
Insomma, l’Ordine dei giornalisti sembra infrangere la stessa legge che lo istituisce, circostanza che non è sfuggita ai radicali che da anni ne chiedono l’abolizione. E proprio i deputati radicali eletti nelle liste del Pd, forti delle informazioni contenute nel saggio-dossier “Giornalisti ieri, oggi. E domani?”, lo scorso novembre hanno presentato un’interrogazione al ministro della Giustizia, Angelino Alfano, per chiedere il commissariamento dell’Ordine, finalizzato alla revoca delle convenzioni con gli istituti di formazione al giornalismo autorizzati a sfornare giornalisti inoccupati. La risposta è stata sollecitata tre volte, ma Alfano non ha ancora risposto.