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Libero software, libero pensiero

Il potere della cultura condivisa

Libero software, libero pensiero

di FRANCESCA FIORE (28 05 2009)
flickr / creative commons / Tim Trueman

La cultura ci difende dai tiranni, piccoli o grandi che siano. La cultura è musica, è scrittura, è formazione, è video arte. La possibilità per ognuno di noi di fruire di informazioni in modo gratuito, di poter usare software indipendentemente dalle condizioni economiche, la possibilità di condividere le nostre opere e di arricchirle con modifiche apportate da altri, tutto questo e molto altro è cultura condivisa. Ma parole come open source, creative common e etica hacker sono tuttora sconosciute ai più.

 

La parola chiave è condividere. Nell’era dell’ iper personalizzazione dei rapporti, degli stili di vita, delle abitudini, resiste e si riproduce, sapientemente, la parola condivisione. E’ il cuore del movimento del software “aperto”, delle teorizzazioni contro il copyright, dei luoghi in cui “cultura libera” non è solo uno stemma ideale, ma l’imperativo pratico da seguire giorno per giorno, nello sviluppo di nuovi programmi e nuove concezioni del sapere. Che si intenda il software come strumento che permette di creare e modificare contenuti, o che lo si intenda dal lato puramente intellettuale della creazione, in ognuno dei due casi il concetto chiave è condividere.

Un’opera collettiva, un pensiero a più mani, un dibattito che coinvolge tutti. Tanti modi di concepire il lavoro condiviso di cui il Web è il substrato fondamentale.

Ma cos’è davvero la cultura condivisa?
Partiamo dalle basi filosofiche ed etiche del software libero. I principali punti su cui si basa questa concezione della cultura sono tutti legati alla libertà di condividere il codice sorgente, di evitare l’appropriamento privato, alla sua distribuzione tra tutti, alla possibilità di migliorarlo modificandolo, di usarlo e studiarlo senza vincoli. Se questi concetti fossero applicati a tutte le opere, non limitandosi solo al web, avremo la piena “cultura libera”. Non si tratta solo di un’ideale visione del sapere, ma di giochi di potere e legami fra i grandi monopolisti. Non si tratta solo della proprietà di un software piuttosto che un altro. Il dominio dei sistemi operativi e dei programmi per mette un controllo tanto potente quanto sottile, che si mette in moto quando ogni giorno, per qualsiasi cosa, dobbiamo cliccare su “accetto le condizioni”. Si accumulano così una marea di dati che diventano oro nelle meni delle grandi aziende. Si può esercitare un ampio controllo su reti e persone, invadere i terreno della privacy, limitare la visione del mondo imponendo i propri modelli culturali e politici. Non si tratta quindi di una sfida fra Windows e Linux, che al momento è l’unica alternativa possibile, ma di modificare i concetti che stanno alla base della programmazione, di sostituirli con concetti come trasparenza, compatibilità e libertà creativa.

Spesso si confondono free software e software open source. I due termini indicano a grandi linee lo stesso concetto, ma da diverse angolazioni. Il software libero viene sviluppato prevalentemente da Richard Stallman, che progetta anche il sistema GNU poi fuso con il kernel Linux, creando il sistema operativo GNU/Linux. Pioniere del concetto di copyleft, autore di molte licenze copyleft compresa la GNU General Public License (GPL), la licenza per software libero più diffusa. Questo tipo di licenze si basa su concetti etici come la possibilità di studiare, di aiutare il prossimo, di favorire la comunità. In particolare si basta su quattro liberta del free sofware.

Richard Stallman - flickr/ creative commons/ zugaldia L’Open Source, nato alla fine degli anni novanta si riferisce alla Open Source Definition, a sua volta derivata dalle Debian Free Software Guidelines, ovvero una serie di 10 punti pratici che definiscono quali criteri legali debba soddisfare una licenza per essere considerata effettivamente libera, ovvero, con il nuovo termine, open source.
Per semplificare potremmo dire che il primo considera il software libero una questione sociale, il secondo la considera una questione pratica. In realtà le differenze fra i due movimenti sono ben più profonde e dettagliate, soprattutto dal punto di vista etico.
 
Altra cosa sono le Creative Commons, nate nel 2001 grazie a Lawrence Lessig, espero di diritto d’autore e professore della facoltà di giurisprudenza a Stanford. Queste licenze permettono a quanti hanno diritti su un opera di trasmetterne parte al pubblico, grazie a licenze e contratti che consentono di destinare un bene privato al pubblico dominio o ai termini di licenza di contenuti aperti. L’obiettivo è proprio aggirare le difficoltà di diffusione e di condivisione delle opere causate delle leggi sul copyright. Dal primo set di licenze creative common è pubblicato nel 2002, si è arrivati a marzo di questo anno, in cui con la nuova licenza Creative Common 0 l’autore rinuncia a qualunque diritto sull’opera, utilizzabile da tutti in qualunque modo, senza la necessità di citazione.
Gli ostacoli all’applicazione di queste licenze si collegano spesso al fatto che non esiste un ente per depositare l’opera prima di distribuirla. Questo diventa un problema nel momento in cui qualcuno, successivamente, si voglia appropriare della paternità dell’opera e voglia agire legalmente contro tutti quelli che ne fruiscono. In questo caso dimostrare davanti alla legge la paternità dell’opera e il suo carattere “open” è molto difficile.
 
 Hack Day - Flickr /creative commons / mightyhomArriviamo all’ etica hacker. Forse non tutti sanno che esiste una differenza fra Hacker e Cracker. L’etica hacker nasce dalle comunità virtuali (cyber comunities), il cui mentore principale è Pekka Himanen. Sua è l’opera “L’etica hacker e lo spirito dell’età dell’infomazione” in cui si fa luce sulla figura dell’hacker e sui presupposti che la animano.
L’Hacker non è un pirata informatico, un ladro, o peggio, una persona che agisce sulla base della volontà di distruzione. Chi diffonde virus,  chi viola sistemi di sicurezza per ricavi personali o per pura volontà di potenza, non è un Hacker bensì un Cracker. La distinzione nasce proprio sulla base delle parole di Himanen secondo cui l’hacker è chiunque lavori con grande passione ed entusiasmo per quello che fa. Quindi un termine estendibile anche ad altri ambiti. L’hacker crede che condividere l’informazione sia un dovere – diritto, sostiene il dibattito che si sviluppa dal basso, sostiene la libertà di creare, manipolare, distribuire opere costruite a più mani, sfruttando uno degli aspetti più importanti della globalizzazione: la capacità di creare insieme, la capacità di diventare intelligenza collettiva e distribuita. Secondo Himenen l'etica hacker è una nuova morale che sfida "L'etica protestante e lo spirito del capitalismo”. L’etica protestante si fonda su "la laboriosità diligente, l'accettazione della routine, il valore del denaro e la preoccupazione per il risultato". L'etica hacker si fonda sul valore della creatività, si basa sulla combinazione di passione e libertà. Il denaro non ha più valore di per sé, i valori sono altri come l'accesso libero, la trasparenza e la franchezza. L’etica hacker si basa su valori precisi e non vaghi. Oltre ai già citati libertà, creatività e passione, Himenen ne elenca altri come l’anti- corruzione, la lotta contro l’alienazione dell’uomo, l’attivismo, la responsabilità sociale, il valore sociale (inteso come riconoscimento paritario), l’accessibilità alla rete e all’informazione.
 
Questi e molti altri aspetti fanno parte della cosiddetta cultura condivisa. In un era in cui il potere cambia forma, in cui le istituzioni classiche in crisi, si può ancora sperare in una concezione del sapere e dell’informazione che vada oltre la semplice gratuità di fruizione. Che permetta innanzitutto un risparmio notevole e un indipendenza senza prezzo, ma che ci stimoli alla partecipazione culturale, artistica e politica, che distribuisca potere alle persone, che renda la società dell’informazione davvero orizzontale.