La banda cinese dell'Esquilino
La banda cinese dell'Esquilino

Maledetto Morfeo!
Mi hai accolto tra le tue braccia a tarda ora, ma questa notte non hai fatto il tuo dovere. È stata un susseguirsi di sogni, incubi, vivi a tal punto da sembrare realtà. Per un po’ resto lì a fissare il soffitto, oggi mi sembra meno bianco del solito. Eppure non è cambiato; è lo stesso che un anno fa guardavo per la prima volta con una felicità e una voglia di vivere tali da considerare questo piccolo bilocale in Via Principe Amedeo, ereditato da mio nonno, come una sontuosa villa. Avevo realizzato il sogno di vivere a Roma in quella casa che mi aveva dato molto durante la mia gioventù; ma ora tutto è cambiato. Quanto lontane sono quelle positive sensazioni che ho provato appena mi sono trasferito e i ricordi del passato mi distruggono. Basta!Basta!Basta! Me lo ripeto più volte. Mi alzo e nel giro di cinque minuti sono già con le chiavi in mano, ho voglia di camminare. Chiudo il portone e mi incammino senza una meta prestabilita, oggi saranno i ricordi, la casualità a guidarmi. Non ho mai visto un cielo così azzurro a febbraio, il sole rende la giornata primaverile e la brezza che soffia rinfresca il mio animo e fa svolazzare le cartacce da un marciapiede all’altro. È proprio bello camminare, mi rilassa, mi fa riflettere; ma non oggi. Passo dopo passo le mie nike solcano lentamente tutta la strada, nella completa solitudine, nella totale indifferenza. I miei occhi faticano a riconoscere la mia Via, la mia Città. Quello che vedono non è altro che un susseguirsi di negozi, di bigiotteria e di abbigliamento, bar e persino ristoranti, tutti gestiti da gente orientale: cinesi, indiani, giapponesi. Sono tutti molto simili, quasi identici, con lo stesso arredamento,con gli stessi caratteri nell’insegna, con gli stessi colori, con la stessa tipica freddezza e diffidenza delle commesse. Dentro di me inizio quasi a sentirmi razzista, ma so che non è così. Io non ho nulla contro di loro, sono loro ad aver cercato in tutte le maniere di rendermi la vita impossibile, e ci sono riusciti. Io li ho accettati, loro no. Sono i cinesi a dettare le regole all’interno di questa mini-Pechino: se non le rispetti ti isolano, ti portano all’esasperazione. All’improvviso, queste riflessioni profonde si interrompono; la mia attenzione è attratta da un piccolo bar, o meglio una sorta di club privato, con un insegna colorata a tal punto da sembrare un faro che illumina l’intero porto. Impossibile non essere attratti da una tale vivacità in un contesto monocolore come questo. Mi avvicino ma la vetrata opaca non mi consente di capire bene chi sia seduto al bancone e cosa stia facendo, intuisco solo che due persone, un giovane italiano e un cinese, stanno discutendo animatamente. Le urla si percepiscono anche al di fuori e fanno scattare nella mia testa una serie di ricordi. Questa è una scena già vista; già vissuta. Rivivo in quel ragazzo e le sensazioni non sono piacevoli, tanto che una lacrima inizia a solcare il mio volto. Un bel po’ di tempo era passato ma la mia vita non era stata più la stessa dopo quella maledetta mattina. Mi ero trovato nella stessa condizione di quel giovane, non avevo chiesto il permesso di entrare. Ricordo ancora le parole del proprietario mentre aspettavo seduto al bancone: <<Chi ti ha detto di entrare?Vattene subito straniero.>> Pensavo fosse uno scherzo o che fosse un po’ alticcio così continuai ad aspettare il caffé, come se nulla fosse successo. A quel punto arrivarono quattro cinesi e mi portarono fuori sbattendomi per terra sul marciapiede come uno dei tanti escrementi di cane che popolano il quartiere. La discussione degenerò. Più volte urlai ai miei aggressori:
"Perché?Perchè?Perchè?" Nonostante i passanti fossero numerosi, nessuno urlò o corse a soccorrermi: si godevano lo spettacolo. Rimasi in balia di questa banda e del proprietario del bar che dopo avermi assestato un bel po’di pugni mi sputò in faccia e tirandomi su per i capelli ribadì con rabbia e fermezza il concetto: "Straniero questo è solo l’inizio...Vattene". Purtroppo ha mantenuto la parola e ha reso la mia vita uno schifo e io non dimenticherò mai le sue parole, il suo sguardo, la sua cattiveria. Un passante urtandomi mi fa tornare alla realtà. Le mie gambe si fanno pesanti, sono tutto sudato, bianco in viso. Sto male e si vede, ma come sei mesi fa tutte le persone che mi passano di fianco non si degnano neanche di guardarmi. Via Principe Amedeo è questa: piena di negozi, di commessi, di passanti, ma gli unici che ti considerano sono i cani che si avvicinano per fare i loro bisogni. Sono affaticato, debole, mi appoggio un attimo al muro, sarebbe meglio tornare a casa, ma decido di continuare la mia passeggiata. Più cammino e più la mia mente si isola mentre le mie orecchie percepiscono una sempre maggior confusione di sottofondo e i miei occhi vedono un crescente movimento: sono all’angolo di via Mamiani. Questa, seppur piccola e priva di ogni attrattiva, è molto significativa per me, per uno straniero all’interno di China Town. È
qui che sorge l’ex caserma Sani, una vera e propria cattedrale nel deserto. Ciò che rende speciale questo luogo non è la sua architettura o la sua bellezza esterna; ma la continua presenza di studenti universitari che vivacizzano e occidentalizzano questo luogo. Come da mia abitudine non entro, rimango ad osservarli dal portone del cortile. Le loro voci arrivano leggere al mio orecchio, tanto che non riesco a comprendere bene il loro discorsi. Meglio così. Almeno posso guardarli, ammirarli, senza farmi influenzare dalla forza dalle parole. Mi piace capire le persone da un gesto o da un sorriso. Con questi studenti non ho mai scambiato nemmeno una parola e non so nemmeno se si siano mai accorti della mia presenza indiscreta, ma per me questo luogo è divento come per i cattolici Fatima. Ogni volta che subivo le violenze da quel gruppo di orientali, venivo qui. Rimanevo ore ad osservarli; mi bastava spiarli per sentirmi uno di loro. Mi sono immedesimato e questo mi ha aiutato ad andare avanti, a non farmi sentire sbagliato. Questo luogo ha una forza magnetica positiva nei miei confronti, mi rigenera, ma oggi sembra svanita nel nulla. Resto immobile ad osservare quel cortile come se fosse un palcoscenico. Questa volta però gli attori sono meno in forma del solito. La performance è davvero brutta, è una commedia che non fa ridere; che non cura più le mie ferite. Più volte mi dico: che spettacolo triste; meglio cambiare scena . Il sipario si chiude in anticipo e io riprendo la mia camminata. La stanchezza si palesa, fatico a mettere un passo dietro l’altro. La mia mente ormai è del tutto assente, rivivo tutti quei brutti momenti che ho dovuto passare a causa di quei maledetti. La debolezza è tale che i miei occhi non riescono a mettere a fuoco ciò che vedono; così mi ritrovo a Piazza Vittorio Emanuele, senza essermi reso conto di aver superaro la bancarella di frutta e verdura, gestita da quell’indiano particolarmente simpatico e che da un tocco di colore all’intera via; sporca e puzzolente. Questo è un tipo davvero bizzarro, in grado sempre di strapparti un sorriso: parla di broccoli romani e arance siciliane, senza sapere cosa siano; ma lui si sente un professionista e proprio questo lo rende
comico. Questa piazza è davvero speciale, mi trasmette sempre emozioni. I porticati che la circondano, con i suoi archi, mi fanno sentire in un epoca barocca. È bello camminare qui sotto, mi sento protetto. È stato sempre così. Quando ancora ero una piccola peste di continuo il nonno mi rimproverava perché correvo a tutta velocità, rischiando di far cadere la gente. Il confronto con adesso è spietato: fatico a respirare e ad alzare i piedi da terra. Ho bisogno di un po’ di riposo così decido di entrare nei giardini di Piazza Vittorio, in cerca di una panchina. L’orologio posto all’ingresso mi ricorda che il tempo vola; sono più di due ore che sto camminando immerso nei miei pensieri. Finalmente mi siedo. Non a caso. Sulla mia panchina, quella che preferiva il nonno ed aveva ragione. Questo è il punto perfetto per notare la forza speciale di questi giardini. È una sorta di macchina del tempo che ti permette di vivere diverse epoche, di volare con il pensiero ma anche di capire come tutto sia cambiato. Grazie a quel vecchio edificio sulla mia sinistra posso fantasticare sugli antichi romani e immaginare di rivivere ai tempi di Giulio Cesare, così come facevo da piccolo, quando il nonno, per farmi felice, si fingeva un mio schiavo. Di sicuro, l’imperatore non avrebbe trasformato un monumento così bello in un dormitorio per gatti, puzzolente e pieno di immondizia. Allo stesso tempo, i gradoni che mi trovo di fronte, ricordano l’epoca fascista e la mania architettonica del Duce. Per un istante immagino che quei ragazzi seduti adesso di fronte a me, neanche a dirlo indiani, possano essere giovani camice nere che restano fedeli a Mussolini, che discutono sull’imminente guerra. Non oso immaginare come reagirebbe il dittatore di fronte alle scritte che ricoprono l’intera superficie delle scalinate: di certo non sarebbe felice, si vergognerebbe del suo popolo. Questo ultimo pensiero mi strappa un sorriso, mi sento meglio. Ne approfitto e seppur a malincuore decido che è arrivata l’ora di tornare a casa. Mi alzo in piedi e subito noto che davanti a me non c’è più quell’allegro gruppo di prima. Ancora loro. Non gli è bastato distruggermi la casa ieri sera? Non posso sbagliarmi, il viso di quell’uomo è indimenticabile. Mi blocco subito, tremo, ho paura; oggi non ho la forza nemmeno di urlare. Questo non è mai accaduto prima d’ora, ma sono stanco di lottare. Mi guardo intorno, non c’è nessuno. Il loro obiettivo sono ancora una volta io. Mi raggiungono. Nei loro occhi leggo un po’ di stupore per il mio atteggiamento. Una pausa davvero breve: pochi istanti e il solito tipo mi assesta due calci alle costole che mi tolgono il respiro e mi piegano in due. Poi arriva il colpo di grazia, un pugno in mezzo alla schiena che mi fa crollare a terra. Il gruppo è coeso, si incitano a vicenda, le loro urla rimbombano nella mia testa e mi tolgono il respiro: ho paura che questa volta vogliano farmi davvero male. Calci e pugni si susseguono ad un ritmo frenetico, sembra una sfida tra di loro a chi mi colpisce più volte. Il corpo è tutto un dolore, il mio viso è pieno di sangue e le lacrime continuano a bagnare le guance sempre più bianche. Il cielo si è oscurato, il sole è corso dietro le nuvole, è come se fosse scappato da questa scena pietosa. Non so quanto tempo è che si stiano divertendo, tanto, troppo, ma continuano; inizio a sentirmi debole, non percepisco più il dolore e le loro urla si fanno più flebili. Per la prima volta da quando è iniziata l’aggressione apro gli occhi; incrocio lo sguardo di quell’uomo ed urlo: “perché?” Sento arrivare un altro calcio, una goccia si posa sul mio viso non è una lacrima ma una goccia di pioggia. Poi il buio, non ricordo più nulla. Non ricorderò mai più nulla.