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L'arte oltre il muro

Leggere e narrare la città /4

L'arte oltre il muro

di MIRKO VENTURI (12 06 2009)
http://www.flickr.com/photos/oljmpya

Maledetta torcia, accenditi!, ogni volta la stessa storia, se quel bastardo mi desse qualche cent ogni tanto avrei almeno una torcia che si accende. Così non si vede nulla, dannazione!.


Marco sapeva bene che l’inutile lampione stradale, conficcato, quasi a coprirla, di fronte alla targa con il numero 691 dell’ ITC Lagrange, non funzionava ormai da qualche mese e, come al solito, per poter azionare lo spray, doveva appigliarsi a ogni forma di luce per illuminare quel muro. Il giovane artista, al pari dei barboni che accostano fieri le loro putride dimore di cartone, conosceva a menadito quel sudicio lembo di cemento armato da quasi tre anni: sempre più spesso, si rendeva conto di come l’unico amico che avesse mai avuto traspirasse l’insopportabile tanfo di gomma bruciata e di fumo denso degli scooter, delle utilitarie e dei tir durante il giorno ; l’odore pungente e colorato delle bombolette spray nella notte. Nonostante tutto, era sicuro che lo avrebbe trovato sempre al suo posto: durante il giorno, a separare gli schiamazzi liberatori degli studenti nel piazzale del Lagrange dal traffico di vetture frastornate e più che mai decise a lasciare e raggiungere il G.R.A ; nella notte, a dividere il silenzio  di via Tiburtina, una quiete interrotta solamente da qualche auto di ritorno dal centro, dal silenzio surreale della strada davanti all’edificio scolastico, spezzato a intervalli da qualche spento latrato e dallo scorrere perpetuo dell’acqua della fontanella al lato dei cancelli. Se per Marco la casa in cui viveva, o meglio, in cui era costretto a vivere tra le botte e le urla del padre e la morte recente della madre, era il terzo piano della grigia palazzina situata all’altro lato della strada, in una serie di edifici tipici dei quartieri residenziali capitolini; quel contrasto di odori, di suoni e di colori condensati in una semplice barriera di cemento era tutto ciò che gli permettesse di potersi esprimere liberamente, e pertanto, l’unica casa in cui la sua vita avesse davvero un senso. Una dimora trasformata in arte con colori ed emozioni. Tutto ciò rendeva il lato della carreggiata tra il cartello ‘divieto di sosta’, affisso all’ingresso della scuola, e quello direzione ‘Tivoli’, inchiodato su robuste barre di metallo assieme al cartello del G.R.A. decine di metri più avanti, non più un semplice marciapiede, spettatore del caos quotidiano tanto caro alla metropoli, ma un luogo in cui il tempo sembrava fermarsi. Un posto in cui la gente di passaggio, intenta per abitudine a schivare cartacce, mozziconi di sigarette, cicche e merde incollate sull’asfalto, potesse perdersi nella profondità di prati idilliaci; nella linea di confine che distribuisce la giusta porzione di orizzonte tra il cielo e il mare; nel fluire calmo di un ruscello di montagna; nel rassicurante sorriso di una madre che tiene in braccio il proprio bambino. Mentre cercava invano di aggiustare la torcia, nella testa di Marco riecheggiavano questi e molti altri pensieri. Le sue riflessioni, quasi per istinto, lo spinsero a lasciar cadere la torcia che stringeva tra le mani; a toccarsi il volto pieno di lividi; a provare un sentimento di odio autentico nei confronti del padre; a desiderare, con tutte le forze, di evadere da quell’esistenza così triste e violenta. Marco aveva deciso, rischiando di correre seri rischi, di aspettare le luci dell’alba per poter dipingere quelle forme e quei colori, che il buio della notte gli aveva impedito.
Il vecchio orologio del marciapiede, ritto e maestoso come un obelisco dell’età imperiale, svettava imponente accanto al parcheggio per disabili. Segnava da poco le cinque e dodici minuti. Il giovane artista impugnò la prima bomboletta spray. Colore giallo chiaro con sfumature di azzurro: Marco era più che mai determinato a dipingere proprio l’alba che diverse volte aveva visto illuminare i guard rail di Ponte Mammolo, ma poche altre aveva potuto ammirare con tanta libertà. Le gradevoli sensazioni che il suono e l’odore dello spray provocavano nella sua mente erano l’effetto di qualcosa di assai più forte della pura e semplice emancipazione; qualcosa di indicibile mediante l’articolazione effimera e vuota di facili parole; qualcosa esprimibile paradossalmente soltanto attraverso forme, colori, orizzonti e sguardi concessi all’inguaribile grigiore di un muro. Visi estasiati e attoniti come quelli che, diverse mattine, Marco non esitava a osservare e scrutare dalla sua finestra del terzo piano, consapevole di come quegli occhi tanto espressivi e ammirati rappresentassero la migliore ricompensa per chi, come lui, non aveva la possibilità di riceverli altrove. Mentre continuava a rendere indelebili le proprie emozioni, Marco non si curò minimamente della piccola folla di ragazzi che, giunti ormai da qualche minuto, stazionavano attenti e silenziosi davanti alla lunga tela di cemento, in attesa che la campanella del Lagrange suonasse l’inizio della prima ora. Mancavano ancora dieci minuti. L’unico suono che si potesse udire nelle immediate vicinanze del piazzale antistante all’ITC era quello del clacson di una Renault verde scuro, provata da centinaia di chilometri percorsi su strade non proprio ideali, ferma da qualche secondo nel parcheggio vicino al cancello; a lato della fontanella segnata dagli anni, da parole, frasi e promesse di adolescenti ormai adulti. I passi del conducente, totalmente sovrastati dal rumore di passi e di motori, furono completamente ignorati dalla calca di ragazzi che, più del consentito, si era soffermata ammutolita a contemplare l’opera e l’artista. L’atmosfera di silenzio, incastonata nella bolgia di via Tiburtina, fu spezzata all’improvviso dalle urla feroci di quell’uomo, cui bastò un’occhiata superficiale per capire la situazione e dare un tono ancor più aspro e fastidioso ai rimproveri e alle ripetute imprecazioni che, in modo sprezzante e quasi animalesco, rivolgeva ai partecipanti di quella inusuale mostra d’arte. Tutti quanti sapevano che il vecchio signore calvo, dalla barba bianca, dallo sguardo perennemente torvo e corrucciato, dall’abbigliamento di dubbio gusto, aveva la fama di essere un gran bastardo. Non furono necessarie altri rimproveri affinché i ragazzi, trattenutisi in strada più del dovuto, andassero di corsa ad occupare i banchi  dell’edificio oltre il muro, mentre il signor De Sgarbis, preside storico dell’ITC Lagrange, afferrò a sorpresa per il collo il giovane artista malcapitato. La morsa di De Sgarbis si faceva sempre più energica proprio nel punto in cui più atroce e doloroso era il livido al collo di Marco, emblema infame di un padre che lo stesso ragazzo non avrebbe augurato neanche al suo peggior nemico. <<La prego mi lasci, mi lasci, la prego, mi lasci, mi fa male il collo, mi lasci!>>. A nulla erano servite le grida di dolore del giovane, se non ad attirare lo sguardo distratto dei passanti misto a quello attento di tutti gli studenti affacciati alle finestre del Lagrange. Un atteggiamento di  completa impassibilità di fronte a quella che, almeno ai loro occhi, sembrava una semplice ramanzina; lo spettro di un’altra violenza gratuita per quelli dell’adolescente in lacrime, scaraventato più volte a terra tra le cartacce, la polvere e i mozziconi di sigarette. De Sgarbis, dal canto suo, era più che mai risoluto nel farla pagare al piccolo teppista sconosciuto che, da diversi anni, imbrattava i muri della scuola riuscendo sempre a farla franca e a farsi beffe delle forze dell’ordine. Erano queste e forse altre le riflessioni che portarono l’anziano preside ad agire con una sorta di sottile e fiero sadismo sulla giovane vittima: la mancanza di un’adolescenza totalmente libera e spensierata, quale pensava fosse quella del ragazzo che aveva di fronte; l’assenza di ogni attitudine particolare, per cui lo stesso preside mal celava una punta di invidia nei confronti delle sue abilità artistiche; la consapevolezza di essere inviso agli studenti e alla gran parte del personale scolastico.
Di questo avviso era  almeno il professor Boccioni, per cui i lunghi anni di onorato servizio presso il Lagrange erano gli stessi di tacita e più che onorata insofferenza nei confronti dell’odiato preside. Barba incolta, capelli grigi tendenti al bianco, jeans e maglione sulla camicia, il professor di disegno tecnico era di sicuro uno che sapeva il fatto suo, e non soltanto per le innumerevoli ore di lezione alle spalle. Conosceva quei luoghi a memoria. La fontanella al lato del cancello, il vecchio orologio del marciapiede, il piazzale antistante all’edificio, il lungo muro di cemento armato trasformato in opera d’arte. Lo spettacolo che si presentava davanti ai suoi occhi, era però insolito anche per uno come lui, che di accuse, scaramucce, litigi, ne aveva visti davvero tanti. Questa volta il professor Boccioni si sentì in dovere di intervenire in maniera più che decisa: <<Cosa sta succedendo qui signor preside? Per quale motivo sta colpendo così forte il ragazzino? Non vede che è ricoperto dai lividi?>> e convinto che il preside si stesse troppo lasciando andare sul povero ragazzo lo intimò a lasciarlo stare. <<Questo teppista imbratta i muri della mia scuola ogni mattina, era ora che qualcuno gli desse una lezione!>>, <<Bisogna colpirlo con più forza, altrimenti non imparerà mai!>> sbraitò adirato il preside, mentre cercava con lo sguardo la complicità del professore. Quest’ultimo, benché sapesse di incorrere nel rischio del licenziamento, che in tempi così duri avrebbe voluto a ragione risparmiarsi,  incalzò: <<Lei si dovrebbe solo vergognare! Basta osservare i lividi del ragazzo per capire il suo stato>>. Nel silenzio generale, messe da parte le recondite emozioni di vendetta, il signor De Sgarbis fu condotto sulla linea di un’analisi superficiale del corpo del giovane e tornò presto in sé. Ammise di aver esagerato, riconobbe tutti i tormenti che il ragazzo aveva dovuto presumibilmente affrontare nel corso della sua vita fino a quel momento. Lo lasciò stare. Si scusò con i presenti e di malavoglia varcò il cancelletto del Lagrange. <<Come ti chiami?>>chiese il prof. Boccioni. <<Marco>>, rispose ansimando. <<Quanti anni hai>>, <<16>>. <<Frequenti una scuola?>>, <<no signore>>. <<Ti piacerebbe frequentare il nostro istituto?>>. A questa domanda il giovane artista riprese a fissare le forme, i colori e i paesaggi che per lunghi anni aveva dipinto su un pezzo di muro. Intanto udiva le sirene della volante di Casalbertone spegnersi accanto alla porta del suo palazzo, dall’altro lato della strada. Per la prima volta nella sua adolescenza aveva visto avvicinarsi  l’auto dei carabinieri senza sentire l’impulso di scappare; anzi, l’apparizione di quella Punto nera che sfrecciava nel traffico di via Tiburtina, lasciando alle proprie spalle il cartello giallo del  G. R..A. e quello blu di Tivoli, gli fece tirare un sospiro di sollievo. Lo stesso che si produsse in sussulto e poi in un pianto quando riprese a fissare il muro con più attenzione. I suoi occhi lo guidavano, ancora una volta, a contemplare i prati idilliaci; la linea di confine che separa, in egual misura, l’azzurro del cielo dal verde del mare; lo scorrere calmo del ruscello di montagna; fino a che, alzando di poco lo sguardo, giunse a scorgere il numero 691 sulla targa dell’ITC. Tra le lacrime, in Marco iniziava a maturare l’idea che fosse giunto il momento di affrontare nuove sfide; di impegnarsi a superare gli ostacoli della vita di ogni giorno; di avere la possibilità di riporre fiducia in  persone che avrebbero accettato di buon grado la sua condizione e, con il passare del tempo, la sua amicizia; di cominciare a pensare al futuro; di oltrepassare finalmente quel muro.