Come "shakerare" l'informazione
Come "shakerare" l'informazione

I destini che si incrociano alla Stazione Termini sono tanti, solo che alcuni sono più chiari, più visibili. Al margine se ne trovano alcuni che sembrano essersi persi, che sembrano senza destino. È il lato più buoi della nostra società, che per fortuna certe volte trova uno spiraglio che lo illumina di una speranza nuova. Abbiamo voluto farci raccontare questo piccolo angolo di umanità che anima la principale stazione di Roma. Che si improvvisano giornalisti e scrivono un giornale!
Una stazione qualunque. Un giorno qualunque.
Le stazioni si sa, sono per definizione un luogo di passaggio, edifici che non hanno (o non avevano) valore in quanto tali, ma esistono in relazione ad altri luoghi da vivere e da esplorare.
Il suolo di una stazione sopporta il peso di vibrazioni e di passi, costantemente. È un luogo vivo e frenetico, che solo di notte trova un po’ di pace. Vivere la stazione di notte, vivere la stazione di giorno ma fermi, spesso seduti, spesso soli. Perdersi nella visione di gambe e piedi frenetici, che scorrazzano come impazziti. E forse desiderare di avere una meta, uno scopo, un posto verso cui correre. O forse sentirsi bene proprio perché una destinazione non la si ha.
I destini che si incrociano alla Stazione Termini sono tanti, solo che alcuni sono più chiari, più visibili. Al margine se ne trovano alcuni che sembrano essersi persi, che sembrano senza destino. È il lato più buoi della nostra società, che per fortuna certe volte trova uno spiraglio che lo illumina di una speranza nuova. Abbiamo voluto farci raccontare questo piccolo angolo di umanità che anima la principale stazione di Roma.
What’s “Shaker”?
“Shaker” è uno street paper, un giornale che ha come caratteristiche principali quelle di essere venduto al di fuori dei canali classici di distribuzione e di raccontare una categoria sociale tra le più emarginate, quella dei senza fissa dimora. Un giornalismo che riscopre il valore etico e sociale della professione, nel senso di un’attività che si impegna a divulgare un’informazione attenta al benessere delle persone e delle comunità in cui vivono. Un tipo di giornalismo che esula dai suoi schemi e cliché più consolidati. E che si impegna a essere slegato dal rapporto endemico con qualsiasi forma di “potere” (politico, economico etc.).
Binario 1, colonna 8: le coordinate della redazione
Abbiamo appuntamento alle 10:30 di mattina per incontrare il direttore di “Shaker”, Alessandro Radicchi. Cerchiamo il binario 1 e la colonna 8. Sono le coordinate per trovare l’Help Center, quella struttura di accoglienza che si rivolge ai senza fissa dimora, agli anziani bisognosi, ai migranti e alle persone disagiate che si trovano in stazione. Uno sportello di base attivo dal 2002 e che opera in sinergia con la sala operativa sociale del comune di Roma e con le Ferrovie dello Stato.
Un piccolo ufficio ma dove già si è formata una coda di dieci persone che aspettano. Sono ragazzi giovani, asiatici e africani. Noi “privilegiati” non facciamo la fila ed entriamo. Dopo una decina di minuti il direttore è pronto per l’intervista.
“Shaker”, dice Radicchi, “nasce direttamente dalla strada, dalla volontà di persone senza dimora che frequentano o frequentavano un centro diurno, che si chiama Binario 95, che sta alla stazione di Roma Termini. È un centro in cui le persone hanno la possibilità di passare la giornata e riattivare quelle che sono alcune di quelle potenzialità nascoste che hanno dentro di loro”.
Nel 2006 infatti, gli operatori dell’Help Center sentono che alcuni dei loro ospiti hanno bisogno anche di un altro tipo di accoglienza, quella fatta di parole e ascolto. Nasce dunque, in maniera sperimentale, il centro diurno Binario95: una casa per chi non ce l’ha. Un luogo dove si ricrea quella dimensione di convivialità tipica di una famiglia, dove si sta insieme, si svolgono varie attività e soprattutto si comunica con gli altri, si racconta di noi.
Ecco allora che si attivano varie attività di socializzazione e laboratori.“Il numero zero del giornale è composto da semplici fogli stampati che i nostri ospiti mi presentarono. Era un lavoro frutto del laboratorio di scrittura e dell’incontro con gli ospiti. Quando l’ho letto mi sono reso conto che quello era ciò che stavamo pensando di realizzare. Se si sfoglia la copia zero si ritrovano tutti gli elementi che poi hanno portato al giornale: disegni, poesie, storie, vignette”.
La controinformazione in Italia? nei giornali di strada!
“Shaker” ha poco a che vedere con le riviste che si comprano in edicola. Sotto tutti i punti di vista (per fortuna verrebbe da aggiungere!). La grafica è curata ma non convenzionale, stessa cosa per l’impaginazione. La rilegatura è semplice, ma d’altronde la mole di pagine è alquanto ridotta (una quindicina circa). Per non parlare della periodicità che esula abbondantemente dalle logiche di fidelizzazione. In fondo all’editoriale del primo numero di “Shaker” si legge infatti che il giornale uscirà come può e quando può.
Ma la differenza positiva sta soprattutto nei contenuti. I giornali di strada sono sì uno strumento di informazione e collegamento tra i senza fissa dimora, ma rappresentano soprattutto un mezzo di comunicazione verso “l’esterno”. Il giornale di strada può rappresentare uno strumento per denunciare soprusi e per fare conoscere alla città la vita drammatica di chi non ha più uno spazio in cui vivere. Ma può essere anche una risorsa personale per avviare un cammino di recupero sociale, per uscire dalla logica dell’elemosina e dell’assistenzialismo e per avviare un confronto quotidiano con la realtà circostante.
Un giornalismo che riscopre la sfera sociale e che si sforza di dar voce alle problematiche snobbate dai media tradizionali. Continua Radicchi, “i giornali di strada italiani si occupano anche di contro-informazione perché nei giornali tradizionali non esiste una sezione che parli della sfera sociale. Quindi ci dobbiamo adoperare e farlo noi. Per esempio, insieme agli altri giornali di strada abbiamo realizzato una campagna contro alcuni provvedimenti del pacchetto sicurezza. Il numero 9 infatti è dedicato al “Residente della repubblica”, un servizio che mostra quello che accadrà da domani in poi, dopo l’approvazione del decreto legge. Affrontiamo la questione dalla parte delle persone che lo vivranno, in particolar modo la parte che riguarda i senza dimora e la questione della residenza anagrafica”.
Nel panorama degli street papers italiani “Shaker” possiede una nota distintiva: è scritto al 70% da persone senza dimora. Una caratteristica importante che fa sì che siano gli stessi homeless ad intervistare i protagonisti. La redazione di “Shaker” ha scelto questa strada più complicata, ma anche più significativa per gli stessi protagonisti, che partecipano in prima persona e quindi in maniera attiva alla realizzazione del giornale. “Noi per fare un pezzo o un’intervista ci mettiamo tre mesi quando bastano, perché comunque è faticoso. Dobbiamo saper rincorrere i tempi dei nostri redattori. Se diventassimo troppo bravi verrebbe a mancare l’anima di “Shaker”. Proprio perché nasce da un laboratorio di scrittura che è espressione dei loro scritti e disegni, che poi vanno su carta e parlano al mondo. L’approccio del giornale è proprio quello di stravolgere la prospettiva: non è il giornalista che intervista il senza fissa dimora, ma è la persona senza dimora che va a fare l’inchiesta”. Un’idea che richiama un altro fenomeno, il “giornalismo diffuso”, dove non sono più i giornalisti professionisti a produrre informazione, ma chiunque abbia la voglia ed i mezzi per farlo. Un fenomeno di personalizzazione del giornalismo che nasce dallo sviluppo della tecnologia e da internet in particolare.
“Ballarò”? No, grazie.
Gli homeless sono i protagonisti indiscussi del periodico. L’impaginazione della prima pagina è significativa: ogni numero riproduce in copertina il primo piano di una persona senza dimora. Una scelta coraggiosa dettata dalla volontà di restituire una visibilità a queste persone, per incoraggiarle a ritrovare quell’autostima persa ormai da tanto tempo. Ma Radicchi ci tiene a sottolineare che anche il fatto di rendere protagonista una persona che ha delle fragilità è un’arma a doppio taglio. E per spiegare il concetto ci racconta un aneddoto. “Una giornalista di “Ballarò” un giorno chiama. C’era l’approvazione del pacchetto di sicurezza al Senato, e volevano fare la trasmissione su questo fatto. Volevano intervistare uno dei nostri perché anche i senza dimora saranno colpiti da questa legge. Noi eravamo titubanti, l’intervista doveva essere il giorno dopo, volevamo valutare bene. Alla fine facciamo i salti mortali, parliamo con uno dei nostri ospiti che è uno dei più lucidi, che avuto un passato politico e ha fatto il giornalista. Per l’intervista lui rinunciava a vedere ddegli amici, era tutto eccitato per questa esperienza. Aveva avvertito tutti, c’era un’aspettativa enorme su questa intervista. Dopo due giorni mi scrive la giornalista e mi dice che il tema della puntata cambia perché Veltroni si era dimesso dal Pd. Io risposi alla giornalista, che cercava di scusarsi, di dire che prima o poi il pezzo sarebbe passato, e gli dissi, ma tu hai idea di cosa significhi questo per Aldo? Ti interessa quello che prova Aldo? Perché se vuoi fare la giornalista domandati cosa questo genererà in lui, quale aspettativa negata è stata. Lui che quando diceva che andrà in televisione tutti gli ridevano in faccia. Questo può veramente portare a conseguenze gravi, se la persona non è tutelata. È una persona con delle fragilità che viene smentita. In questo modo i suoi fallimenti diventano esponenziali”.
Chiedo al direttore la sua opinione riguardo al fatto che i media non trattano i problemi del sociale, o se lo fanno è solo per mettere in risalto casi di cronaca nera. “I giornali non si occupano di questi temi per puri fini commerciali, perché alla gente non piace sapere che ci sono persone che stanno male. Queste tematiche vanno a toccare delle corde che forse ci portano anche a riflettere su cose che non abbiamo risolto”. Ma da una parte si trova un interesse, perché il mondo della strada affascina, è un mondo un po’ misterioso. “Il senza dimora viene identificato come la persona che ha abbandonato tutto, la persona libera, che non ha regole. E quindi alcune persone ritrovano quella volontà di ribellione che non può esprimere nella sua vita. Soprattutto tra i giovani perché rappresenta questo senso di rivoluzione.”
Non dimentichiamoci che i giornali di strada anche come contro-informazione nascono proprio nel periodo del ’68, quindi in un periodo in cui c’era un sentimento di rivoluzione. Una rivoluzione che parla di temi sociali, e che quindi parte dall’uomo. Che sia questa una possibile via d’uscita alla crisi del giornalismo?