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Il fascino oscuro della mafia

Intervista a Vito Bruschini, autore di “The Father”.

Il fascino oscuro della mafia

di LUCA SPINA (29 11 2009)
www.flickr.com

"Gli farò un'offerta che non potrà rifiutare”. Le parole di Vito Corleone nel cult cinematografico “Il Padrino”sono ancora attuali.La cronaca di questi giorni riporta in auge il concetto di mafia e tutto il suo universo ideologico. L’onore, la morte e lo stesso amore sono sentimenti che la mafia adopera, manipola ed enfatizza per ottenere una sua identità ben chiara. Tutti ingredienti ideali per il mondo dei media.

La mafia e tutte le sue dinamiche sociali che sottintendono alla forte appartenenza ad un gruppo, sono facilmente romanzabili ed un’occasione ghiotta per tutti i media, a cominciare dai libri fino ad arrivare ai capolavori del cinema. Anche i videogiochi oramai possono godere di diversi titoli in cui impersoniamo un mafioso od un personaggio che deve scalare la vetta della società dell’omertà per farsi un nome.

Intervistiamo lo scrittore e giornalista Vito Bruschini, autore del libro “The Father, il padrino dei padrini”, per avere un’idea sul perché queste tematiche siano così adatte per il mondo della spettacolarizzazione più assoluta, che spesso viene facilmente superata dalla cronaca reale.


Quali sono le tematiche mafiose che maggiormente si prestano a diventare una storia?
Onore, morte, amore, aggiungerei religiosità e amicizia, sono i pilastri su cui si è sempre fondato il potere mafioso. Dalle immagini dei telegiornali abbiamo ormai imparato a conoscere i rifugi dei vari padrini e abbiamo visto come si compiacciano di circondarsi di Vangeli, Bibbie e santini. Vuol dire che i mafiosi sono gente devota? Direi proprio di no. Questi presunti valori sono da loro utilizzati per crearsi degli schermi, direi delle maschere dietro le quali nascondere il loro vero volto, che è un volto che ha i lineamenti della vendetta, della menzogna, del tradimento. Nel mio romanzo il principe Licata per fingere un’umiltà che non è certo nella sua cifra, arriva a istituire ogni anno una cerimonia che chiama dei “Cento santi”. Invita nel suo palazzo i contadini più poveri del mandamento per lavare loro i piedi, come aveva fatto Gesù Cristo ai suoi discepoli, in segno di sottomissione. Ma il principe Licata, a leggere le efferate azioni che combina durante il racconto, non è certo uno che ama il suo prossimo.

Ogni storia necessita di personaggi forti, autorevoli, che si facciano ricordare o all’opposto così sfigati da raggiungere il pozzo della negatività. In ogni caso debbono essere personaggi sanguigni con una forza morale o all’opposto immorale che li facciano sembrare non banali. Un capo mafia dev’essere un soggetto in grado di uccidere anche il proprio figlio o la propria figlia, com’è realmente accaduto nel 1983 a Palermo, quando Nino Pipitone fece ammazzare la figlia Rosalia di 25 anni nel corso di una finta rapina in un negozio. Rosalia, costretta a sposare un ragazzo appartenente a un’altra famiglia, era colpevole per aver tradito lo sposo con il giovane che aveva sempre amato. Nino Pipitone non ha esitato a far uccidere la figlia. Ebbene, gente di questo spessore così malefico sembrerebbero personaggi poco credibili nell’ambito di una storia. Eppure esistono e fanno azioni che vanno al di là di ogni ragione. Proprio per non rischiare di non essere creduto, nel mio romanzo “The Father, il padrino dei padrini”, tutti i fatti raccontati sono realmente accaduti. Sono ricorso alla fantasia soltanto nella costruzione dei personaggi.

Perché ha deciso di scrivere un libro sulla mafia?
Lo spunto me l’ha dato un documento segreto che un amico editore mi ha fatto leggere nel 2003. Successivamente questo documento è stato desecretato dal Dipartimento americano. Il documento era un rapporto in cui si diceva che il transatlantico Normandie e altre navi Liberty erano stati affondati, nel porto di New York, non a causa di azioni di gruppi di spie naziste, come si è sempre creduto, bensì da Cosa Nostra per costringere la Procura di New York a incontrare il detenuto Lucky Luciano, l’unico in grado di far cessare i sabotaggi. Così infatti avvenne. Lucky doveva scontare una condanna a 50 anni di galera per sfruttamento della prostituzione. In cambio della promessa di far cessare i sabotaggi, il procuratore promise di rivedere la sua posizione, destinandolo nel frattempo a un carcere meno duro di quello di Dannemora.

Appena un anno dopo questo accordo, l’ammiraglio a capo del Naval Intelligence e il procuratore, tornarono a chiedere a Lucky Luciano un altro favore: dare una mano allo sbarco degli Alleati in Sicilia, chiedendo alle popolazioni locali di appoggiare l’invasione e dove possibile di sabotare le postazioni naziste. Anche questa volta Luciano si prodigò per il Procuratore, ottenendo alla fine della guerra la libertà e anche la “medaglia d’onore” del Congresso. Il mafioso che aveva ideato questa strategia doveva essere un genio, anche se un genio del male. È nato così il personaggio del principe Licata.

Pensa che il mercato sia oramai saturo di prodotti che trattano dell’argomento?
Naturalmente è necessario raccontare fatti nuovi e originali. Ma il mercato non è affatto saturo. I diritti letterali del mio libro sono stati già acquistati da quattro nazioni, Francia, Spagna, Olanda e Serbia ancor prima di uscire in libreria. I responsabili della Newton Compton mi hanno detto che è un segnale oltre ogni aspettativa per un autore esordiente. Inoltre il regista Alessandro D’Alatri si è aggiudicato i diritti cinematografici per un film che ha detto vorrà girare con un cast di attori internazionali.

Perché il mondo della mafia veicola ancora così tanto interesse?
Il mistero della sua organizzazione e l’esaltazione dei suoi componenti sono argomenti che attirano l’attenzione di tutti. A quanti di noi non è mai venuto il desiderio, quando abbiamo a che fare con qualche prepotente, quando siamo imprigionati nelle nostre auto o semplicemente di fronte a una manifesta ingiustizia, di tirare fuori una pistola e sparare al nostro sopraffattore? Noi non lo faremmo mai, ma loro sì. Questo “fascinazione” per il male è un pericolo per le menti più deboli. Ragazzi facilmente suggestionabili e con una labile volontà possono essere facilmente plagiati, da questi esempi.

Non c’è il rischio, con tutti questi richiami al mondo della mafia in tutti i media, di far diventare i mafiosi dei “personaggi appetibili”?
È proprio quello che stavo dicendo. Oggi, in una società dove i valori morali ed etici si sono abbassati notevolmente. In una società dove un presidente della Camera “sdogana” un certo modo di esprimersi; dove il furbo è quello che fa soldi velocemente, anche se deve calpestare la legge e i diritti degli altri, il rischio che questi personaggi assumano fisionomie di eroi è altissima. Lasciamo all’intelligenza dei lettori o di chi guarda la televisione o il film, giudicare negativamente i comportamenti di questi boss. Ma oggi la preoccupazione è che sono rimasti in pochi a voler continuare a ragionare con la propria testa. La maggioranza si fa influenzare facilmente dagli imbonitori di corte. Ma forse è sempre stato così.

Che ne pensa delle ultime dichiarazioni del Premier circa gli scrittori che affrontano questi argomenti?
Berlusconi vorrebbe un Paese dei Campanelli, tutti ottimisti e sempre allegri. Tutti sognanti e sufficientemente incantati. Ma una nazione forte si costruisce non sulla forza e la capacità di un condottiero, ma su cittadini consapevoli e sufficientemente informati, così da poter operare in piena autonomia le proprie decisioni. Non basta mettere la testa sotto la sabbia e far finta che tutto va bene. Noi italiani dobbiamo vergognarci dei mafiosi e non di chi scrive di loro. Comunque il nostro premier dovrebbe sapere che colui che per primo dovrebbe “strozzare” è proprio suo figlio. Sono di Piersilvio le ultime due fiction, trasmesse da Mediaset, su Riina e Cosa Nostra.