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Il testimone perfetto

L'era della "videocrazia"

Il testimone perfetto

di RAFFAELLA MAZZEI (10 01 2010)

Il video appare oggi come l'unico modo per combattere l'arbitrarietà. Da accessorio a  testimone infallibile di tutto ciò che accade, è un occhio attento cui nulla può sfuggire. Le gerarchie ne escono capovolte: prima vengono le immagini e poi si cercano le prove.




Lo vedo? Allora è successo! - Se già la fotografia aveva rivoluzionato il modo di concepire i fatti, il video aggiunge il movimento e aumenta in modo esponenziale il suo potere. Addio ai limiti umani, con le sue imprecisioni, i ricatti, l’omertà e le ritrattazioni: ciò che si può vedere acquisisce l'aurea dorata dell'inattaccabilità. Basti pensare all'esigenza nei processi della "prova schiacciante". Non basta infatti il mero convincimento dopo indizi e testimonianze. La soggettività è troppo labile e deve essere supportata da qualcosa di oggettivo quali vengono appunto considerati i video, le fotografie e la prova del Dna. Il fenomeno non è certo nuovo: è il 1945 quando, durante il processo di Norimberga contro gli orrori della Shoah, le immagini appaiono ai giurati più credibili delle parole. L'aula del tribunale diventa una grande sala cinematografica e nulla può essere aggiunto che non sia già stato evocato da quei fotogrammi. La scienza ha confermato attraverso diverse ricerche quanto effettivamente l’uomo sia spinto a credere a qualcosa che gli viene mostrato. L’Applied Cognitive Psychology, ampiamente descritto da uno speciale de “La Repubblica”, è uno di questi. Si tratta di un esperimento attraverso il quale si è potuti arrivare a numeri estremamente chiari: solo una persona su quattro cade in menzogne dette a voce, ma addirittura uno su due ci casca se la stessa menzogna è corredata da immagini.
 
Verità garantita? - Ma davvero un video basta da solo a garantire la verità? Certamente no. Non sempre le immagini sono infatti espressione di una volontà limpida e documentaria. Quanti video danno vita a discussioni e dibattiti riguardo la loro affidabilità? Un esempio su tutti: nel 2000 le immagini che mostravano il bambino palestinese Mohamed Al-Dura ucciso dai soldati israeliani shockano il mondo: a quasi un decennio di distanza c’è un processo ancora in corso. Per alcuni non si tratta di niente di più di una scena hollywoodiana, per altri è un’inattaccabile testimonianza delle brutalità del conflitto.
Quanti i video girati "per essere visti"? Questi, confezionati per ostentare le gesta di individui ad un passo dalla mitomania, hanno lo scopo di autocelebrarne i protagonisti e uscire dal proprio recinto. Ne fanno parte una gamma vastissima di documenti, dal bullismo nelle scuole, che si serve delle comunissime fotocamere dei cellulari per arrivare al traguardo di YouTube, al più disastroso attacco dell’11 settembre: non si dimentichi che il secondo attacco seguì il primo di qualche minuto affinché tutte le telecamere fossero puntate su quella che doveva essere la più grande rivendicazione terroristica di tutti i tempi. Un discorso molto simile può essere fatto per i video di Bin Laden, che con le sue ormai celebri “cassette” voleva trasmettere al mondo terrore, tensione e stato d'allerta.
Forse anche i video andrebbero interrogati alla stregua di un comune testimone in carne e ossa. Quanti, però, i video che hanno svelato abusi e reati condannando degli ingenui colpevoli? Fondamentale un video amatoriale di un passante nella vicenda americana che nel 1992 ha dimostrato il pestaggio di Rodney King da parte di tre poliziotti di Los Angeles: questi, giudicati innocenti nella prima fase del processo, si sono visti scoperti e condannati in appello. La città è insorta e il sindaco in persona ha dovuto ammettere l’evidenza e chiedere perdono per l’errore.
La cronaca ci restituisce oggi la questione, amplificata dalla cultura di massa che rende ciascun cittadino un ipotetico reporter d’assalto. Chi non ha un videofonino da tirare fuori all’occorrenza? Il suo semplice utilizzo, la sua immediatezza e la sua ormai capillare diffusione permettono a chiunque di spiare chiunque altro. Le feste di Villa Certosa della scorsa estate, l’ancora caldo caso Marrazzo, l’esecuzione del rione Sanità di Napoli, il cadavere di Stefano Cucchi dopo pochi giorni di carcere. Capace di raccontarci in tempo reale i fatti che fanno la storia, ecco qual è oggi il potere dell’immagine: testimone infallibile (o quasi), a volte sfruttato e manipolato, ma comunque sempre presente.