Un dramma comico che parla d'amore - Attori posizionati, luci pronte… 3, 2, 1, ciak, azione!
E’ così che classicamente si comincia a girare una scena qualsiasi di un film qualsiasi. Ma questo semplicemente non è un film qualsiasi. E non lo è perché la regista, Dina Guder, è cieca. Come lo sono l’intero cast e lo staff tecnico. Si tratta di un cortometraggio a basso costo, della durata di mezz’ora, con titolo da definirsi. Sarà un dramma comico che narrerà la storia di una ragazza non vedente dalla nascita che, a causa della sua cecità, non si sente accettata dalla sua famiglia. Una volta scappata di casa incontrerà un ragazzo senza disabilità, con il quale comincerà a vivere una “vita normale” fatta di gite in moto e passeggiate sul mare. Finché anche lui perderà la vista per una malattia, capendo così tante cose di lei.
Difficile pensare alla realizzazione di un lavoro che parte svantaggiato sin dalle operazioni più semplici. Eppure, a detta della regista, “i preparativi sono un po’ più lunghi che per un set “normale”, ma neanche più di tanto”. L’importante è che si faccia silenzio, una volta dato il ciak. Dopo qualche attimo di silenzio, ogni attore deve gridare il proprio nome. È così tutti gli altri capiscono in che punto esatto si trovi, e possono cominciare le riprese.
Si gira per due ore, una volta alla settimana. Ogni tanto, work in progress, si cambia qualcosa del progetto iniziale. Nessuna “prima donna” ma tante figure “pluri-mansione”: il protagonista maschile è anche il curatore della fotografia; il costumista-truccatore all’occorrenza sorregge anche qualche fondale per le scene d’interno. E così via. La conclusione dell’opera è prevista per la prossima primavera.
Nel cuore della Israele più viva- Tutto questo accade in Israele, a Ramat Gan, da un’idea di Yaeli Rokach, direttrice del centro servizi per i non vedenti della città, con il supporto della scuola israeliana di comunicazione “Reia”. Se il centro si era limitato finora a portare il proprio aiuto in termini di assistenza, questa volta si è voluto cimentare in un progetto tanto creativo quanto ambizioso. Le tecniche tirate in ballo sono assolutamente professionali: si cerca di girare il film nel migliore dei modi e attraverso sistemi di realizzazione del tutto nuovi. Per ovviare poi alle evidenti difficoltà logistiche, ogni attore utilizza la strategia che preferisce: c’è chi impara il copione in braille, chi preferisce usare un sistema sonoro del computer. E nessuno sembra cogliere la portata della sfida che hanno intrapreso. “Non è difficile, è un mondo che conosciamo bene, anche se possiamo solo intuirlo”. Queste le parole di Adi, la protagonista femminile del film.
Politica? No, grazie! - Nessuno schieramento politico all’interno del cortometraggio, nessuna dietrologia, nessun richiamo alla questione arabo-israeliana. Ma esperienza di vita, quelle si e tante, proprio a partire da quelle vissute dai protagonisti nella realtà di tutti i giorni.
Quanto alla distribuzione, la direttrice del centro Yael Rokach e i suoi servizi sociali sono in trattativa con Yes Planet, una catena di sale israeliane. Come lei stessa ha dichiarato in un’intervista rilasciata a Repubblica.it, “ci piacerebbe fare la prima su uno dei loro schermi. E magari avere in cabina, a dare il buio in sala e a schiacciare il tasto play, un tecnico non vedente”. E chi altri, altrimenti?
Percezioni e sensi - Nel 2004 il regista cinese Kim Ki-Duk dava vita a “
Ferro 3 – La casa vuota”, un film estremamente intimista e riflessivo, nel quale si limitava ad inserire poco più di 10 minuti di dialoghi all’interno dei 90 minuti di immagini. E l’assenza della parola non si sentiva affatto. Al contrario, i gesti e le immagini bastavano da sole e ogni parola era quasi percepita come “di troppo”. Allo stesso modo, chissà quali percezioni potranno costituire la base del corto della Guder. E chissà se, per una volta, paradossalmente non sarà proprio la vista ad essere superflua.