David Warren, dopo venti anni di attività teatrale come regista, grazie all’amicizia con Marc Cherry, viene scritturato per dirigere alcuni episodi della serie televisiva “Desperate Housewives”, sensazionale successo della rete televisiva ABC. «I due» - ha raccontato il regista- «si erano conosciuti agli inizi della carriera quando insieme lavorarono per mettere in scena spettacoli di teatro per ragazzi». Quando si trovò a visionare il pilot della serie Warren rimase affascinato dallo straordinaria originalità della storia e della scrittura.
Una narrazione, come ricordano i fan, che inizia in questo modo: "Ho trascorso la mia giornata come tutte le altre, lustrando in silenzio la routine della mia vita, affinché brillasse di perfezione". Finito di lucidare, però, Mary Alice Young sceglie di spararsi un colpo, mandando in frantumi l'immagine perfetta così faticosamente costruita. Perché nel quartiere dove viveva insieme alle sue amiche, vige una regola non scritta: "Non devono pensare che non siamo felici".
Come ha dichiarato il regista: «Non è facile per chi come me arriva dal teatro avere l’affidamento e la responsabilità della regia di una serie televisiva da parte dell’Abc. Eppure dopo la prima esperienza mi sono state affidate altre puntate e, successivamente, altre serie come Ugly Betty e 90210». Ma chi decide realmente nelle serie televisive, chi comanda nella costruzione e produzione della narrativa seriale americana. Warren non ha dubbi. È lo scrittore, lo sceneggiatore. È questa figura che decide ogni cosa. Mentre il regista è semplicemente un impiegato. Negli Stati Uniti, pertanto, la struttura di ogni fiction dipende dalla personalità e identità dell’ideatore. «Gli scrittori comprendono e capiscono come effettuare i cambi senza rompere gli equilibri. Ad esempio Cherry prende tutte le decisioni. Come nel teatro anche nella tv il drammaturgo ha un ruolo centrale. È il primo della gerarchia. Così come è straordinariamente efficace la collaborazione tra gli autori». E, in effetti, una pratica molto diffusa negli Stati Uniti è, ad esempio, la riunione dei registi della serie sul tono e gli sviluppi del personaggio. Ma tutte le modalità di collaborazione e cooperazione risultano centrali nella produzione seriale americana, come ha raccontato Warren, ricordando la coabitazione di ben 13 sceneggiatori che lavorano tutti insieme in una stanza: «qualcosa che fa abbastanza paura!».
La serialità americana contemporanea, come emerso nel corso del workshop, a differenza di quella europea (e ancor di più di quella italiana) costruisce mondi che vengono identificati grazie a elementi riconoscibili (sigla, tono del racconto, strutture narrative ricorrenti, genere), a omogeneità formali (fotografia, grana dell’immagine, montaggio), a tratti che non variano e fanno da collante tra le puntate,
tra le diverse stagioni e con gli eventuali spin-off. Negli Stati Uniti, come ha affermato Gian Maria Cervo, è forte e prevalente l’attenzione alla ricerca sul campo, l’osservazione della realtà e la libertà tematica che, pur muovendo da cliché, nello sviluppo della narrazione si stacca da questi offrendo sfumature di punti di vista.
Senza dubbio l’immaturità e la fragilità del nostro orizzonte produttivo, la mancanza di competenze necessarie da parte degli scrittori italiani, rappresentano allo stato attuale il limite più evidente all’applicazione di un modello ambizioso e geniale come quello americano. Tuttavia, il recente ingresso dei canali satellitari potrebbe muovere (come in parte sta facendo) le acque. Di certo è ancora lontana la possibilità di immaginare un modello di lavoro in cui la creatività è accompagnata da un’industrializzazione dei processi realizzativi che non coincida con l’abbassamento degli standard qualitativi.
Nel tempo attuale del racconto, le serie tv americane degli ultimi anni rappresentano pertanto il meglio della narrazione di genere. Rappresentano, come ha concluso Warren, il cuore della cultura popolare e sono quanto di più attuale linguisticamente e artisticamente si possa rilevare sull'orizzonte dell'immagine in movimento e della testualità.