Immigrato e campione, senza valore
Immigrato e campione, senza valore

Clandestino, immigrato regolare, richiedente asilo, rifugiato. Tanti status, una sola condizione: quella di immigrato. Tante provenienze, una sola destinazione ed una storia da raccontare. Le condizioni di vita degli immigrati sono spesso molto critiche: i loro sogni, i loro progetti e le loro aspettative lavorative vengono disattese costantemente e l’integrazione diventa sempre più difficile. Una delle tante queste storie è quella di un ragazzo eritreo con un passato glorioso. Un atleta, campione nella disciplina del lancio del disco, emigrato a Roma e costretto a vivere nella miseria e nell’incertezza del domani.
Tra le molteplici e differenti storie e realtà legate all’immigrazione in Italia, una in particolare merita di essere conosciuta per i risvolti umani e sociali che rappresenta.
Il protagonista ce la racconta in uno stabile attualmente occupato da circa 700 stranieri di origine africana sulla Via Collatina, nella periferia Est di Roma.
Già sede di uffici appartenenti ad una società statunitense, poi abbandonato, l’edificio ospita da tempo una intera colonia di immigrati africani - per lo più provenienti dall’Eritrea - composta da intere famiglie. In altre parole, piccole comunità nella Comunità che si è data regole delle di convivenza che, a quanto pare, permettono la coabitazione altrimenti difficile tra persone di etnie e religioni diverse che, oltretutto (o forse grazie proprio a questo), si trovano in terra straniera.

Certo, i problemi non mancano, e sono anche abbastanza rilevanti: per esempio il precario utilizzo dei servizi igienici (un bagno ogni sette stanze, ovvero una media di almeno 15 persone per il suo uso quotidiano); l’assenza assoluta di qualsivoglia misura di sicurezza ed igienica per le improvvisate cucine presenti nelle stanze che, ricordiamo, altro non erano che uffici. A tal proposito, la cronaca recente ci rimanda ad un incendio avvenuto proprio nell’edificio in questione, dovuto presumibilmente ad un fornelletto a gas usato in una delle camere. Tanto è vero che ci è stato impedito, durante la nostra visita, non solo di fotografare, ma anche semplicemente di visionare l’interno delle stanze utilizzate per dormire e mangiare. Nessun problema, invece, nel visitare i locali comuni, come i corridoi, dove è presente anche una rudimentale lavanderia e due sale ricreative con bar e televisione, dove gli ospiti dell’edificio si riuniscono per trascorrere le ore libere e dove si incrociano tante storie personali, tutte diverse eppure tutte uguali, che parlano di fughe spesso avventurose e sempre drammatiche da guerre e povertà, in cerca di un futuro negato in patria.
Nel cortile antistante l’edificio è presente una minuscola baracca costituente un negozio di barbiere è non manca il portiere, che svolge egregiamente il proprio ruolo di mediatore tra visitatori e “residenti”, i quali quasi sempre si sottraggono alle domande, mostrando una assoluta diffidenza nei confronti dei non appartenenti alla loro Comunità. Questa diffidenza è dovuta, forse, anche al fatto che sinora, se si è parlato della loro condizione, lo si è fatto solo in termini negativi. Inoltre, di iniziative utili per risolvere i loro problemi se ne sono viste ben poche ed alla domanda: “Di cosa avete bisogno?” La risposta è unanime: “Casa e lavoro”. Roba da niente, di questi tempi.
Un microcosmo, dunque, dove si intrecciano vicende personali molto spesso del tutto particolari, come quella che emerge dall’intervista che abbiamo realizzato e che vi proponiamo di seguito.