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Immigrato e campione, senza valore

Siamo andati a "Little Africa", subito dietro l'angolo

Immigrato e campione, senza valore

di AURORA ALLUSHAJ (30 04 2010)
Aurora Allushaj
 
 
 

Clandestino, immigrato regolare, richiedente asilo, rifugiato. Tanti status, una sola condizione: quella di immigrato. Tante provenienze, una sola destinazione ed una storia da raccontare. Le condizioni di vita degli immigrati sono spesso molto critiche: i loro sogni, i loro progetti e le loro aspettative lavorative vengono disattese costantemente e l’integrazione diventa sempre più difficile. Una delle tante queste storie è quella di un ragazzo eritreo con un passato glorioso. Un atleta, campione nella disciplina del lancio del disco, emigrato a Roma e costretto a vivere nella miseria e nell’incertezza del domani.

Tra le molteplici e differenti storie e realtà legate all’immigrazione in Italia, una in particolare merita di essere conosciuta per i risvolti umani e sociali che rappresenta.
Il protagonista ce la racconta in uno stabile attualmente occupato da circa 700 stranieri di origine africana sulla Via Collatina, nella periferia Est di Roma.


Già sede di uffici appartenenti ad una società statunitense, poi abbandonato, l’edificio ospita da tempo una intera colonia di immigrati africani - per lo più provenienti dall’Eritrea - composta da intere famiglie. In altre parole, piccole comunità nella Comunità che si è data regole delle di convivenza che, a quanto pare, permettono la coabitazione altrimenti difficile tra persone di etnie e religioni diverse che, oltretutto (o forse grazie proprio a questo), si trovano in terra straniera.



Certo, i problemi non mancano, e sono anche abbastanza rilevanti: per esempio il precario utilizzo dei servizi igienici (un bagno ogni sette stanze, ovvero una media di almeno 15 persone per il suo uso quotidiano); l’assenza assoluta di qualsivoglia misura di sicurezza ed igienica per le improvvisate cucine presenti nelle stanze che, ricordiamo, altro non erano che uffici. A tal proposito, la cronaca recente ci rimanda ad un incendio avvenuto proprio nell’edificio in questione, dovuto presumibilmente ad un fornelletto a gas usato in una delle camere. Tanto è vero che ci è stato impedito, durante la nostra visita, non solo di fotografare, ma anche semplicemente di visionare l’interno delle stanze utilizzate per dormire e mangiare. Nessun problema, invece, nel visitare i locali comuni, come i corridoi, dove è presente anche una rudimentale lavanderia e due sale ricreative con bar e televisione, dove gli ospiti dell’edificio si riuniscono per trascorrere le ore libere e dove si incrociano tante storie personali, tutte diverse eppure tutte uguali, che parlano di fughe spesso avventurose e sempre drammatiche da guerre e povertà, in cerca di un futuro negato in patria.

Nel cortile antistante l’edificio è presente una minuscola baracca costituente un negozio di barbiere è non manca il portiere, che svolge egregiamente il proprio ruolo di mediatore tra visitatori e “residenti”, i quali quasi sempre si sottraggono alle domande, mostrando una assoluta diffidenza nei confronti dei non appartenenti alla loro Comunità. Questa diffidenza è dovuta, forse, anche al fatto che sinora, se si è parlato della loro condizione, lo si è fatto solo in termini negativi. Inoltre, di iniziative utili per risolvere i loro problemi se ne sono viste ben poche ed alla domanda: “Di cosa avete bisogno?” La risposta è unanime: “Casa e lavoro”. Roba da niente, di questi tempi.



Un microcosmo, dunque, dove si intrecciano vicende personali molto spesso del tutto particolari, come quella che emerge dall’intervista che abbiamo realizzato e che vi proponiamo di seguito.

Ghebrekrstos Tsegazag ha un passato glorioso, un passato da campione che adesso protegge nei suoi lontani ricordi. Negli occhi si vedono i segni del percorso difficile che ha preso la sua vita. Ventinove anni, ex- campione del lancio di disco in Eritrea, racconta la vita da atleta e i difficili giorni da immigrato. La sua famiglia è composta da dodici fratelli, due genitori insegnanti ed i nonni militari. La sua vita da inferno inizia proprio negli anni in cui lascia l'università per andare a fare il servizio militare. Vede spegnere tutte le sue aspettative, non regge la dura vita militare e decide di fuggire, con tutte le conseguenze che questa scelta comporta. Adesso si trova in un palazzo occupato illegalmente dai immigrati di nazionalità Eritrea nei pressi di Via Collatina a Roma. Ogni sera aspetta pazientemente che un letto rimanga libero per passare la notte tranquilla, al riparo dal freddo e dalle intemperie. Non si da pace per il figlio che ha lasciato mentre scappava dall’ Eritrea per raggiungere l'Italia, il paese dei suoi sogni. Ha viaggiato per più di un mese ed ha attraversato molti paesi per arrivare a destinazione. Si chiude nella sua malinconia e per interi minuti non parla; nel silenzio parlano i suoi occhi e le mani che tremano continuamente. Gli facciamo alcune domande per saperne di più della sua vita e della sua storia.

Da quanto tempo sei qui in Italia?
Sono in Italia da quasi 5 anni e da oltre due anni sono rimasto senza documenti.
Quale è stato il percorso che ha fatto per arrivare in Italia? Sono partito dall’Eritrea con mia moglie e mio figlio, ma loro non hanno attraversato il confine. Mio figlio si è sentito male, è poi non lo ho visto più, l’ho perso. Sono arrivato in Italia dopo un mese di viaggio siamo sbarcati a Siracusa. Dalla Sicilia mi hanno mandato a Trieste dove mi sono fermato per due anni.

Chi era Ghebrekrstos Tsegazag, prima di venire in Italia?
Ero un studente bravissimo, studiavo Biologia all’università, ero al secondo anno. Facevo una vita abbastanza tranquilla e piena di sogni per il futuro. Sono stato per due volte campione eritreo nel lancio del disco e speravo di poter fare la stessa cosa anche qui.

Quali sono stati i lavori che ha svolto qui? 
Ho fatto il magazziniere per due anni lavorando più di venti ore al giorno. Poi ho fatto il venditore ambulante per alcuni mesi ed oggi sono disoccupato.
 
Attualmente come prosegue la sua vita?
Oggi mi trovo senza una casa e senza un lavoro. Passo i mie giorni in questo luogo con la speranza di un futuro migliore e ripeto a me stesso che non devo mollare e che raggiungerò i miei obbiettivi. Voglio riprendere gli studi e diventare almeno Ghebrekrstos Tsegazag: un ragazzo onesto che proviene da un passato ormai da dimenticare.

Riprenderà a studiare Biologia?
Non lo so, non saprei dirti, so solo che dopo queste esperienze e dopo quello che ho passato mi piacerebbe di più studiare giurisprudenza. Vorrei fare qualcosa per tutte queste persone come me, senza una casa, senza un lavoro e senza documenti.