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Vita da donna, monologo multimediale

Contaminazioni artistiche: parla Maria Grazia Grilli

Vita da donna, monologo multimediale

di LIVIA SERLUPI CRESCENZI (17 05 2010)
 Spettacolo teatrale Vita da Donna (a me il clitoride serve)

Prima dello spettacolo, andato in scena lo scorso 22 e 23 aprile scorso, la rappresentazione Vita da Donna (a me il clitoride serve), ha proposto i contributi video di Sara Rashad e le bellissime animazioni di Mahnaz Esmaeili. Il successo è stato enorme. Il tutto esaurito ha richiamato l’attenzione anche delle scuole perché il tema affrontato è stato di rilevante interesse culturale e educativo. Si è trattato, infatti, di un atto unico sul tema dell’infibulazione, un argomento che potrebbe sembrare lontano anni luce dai nostri saperi ma che, in realtà, secondo i dati dell’Organizzazione  Mondiale della Sanità, riguarda 140 milioni di bambine, ragazze e donne in tutto il mondo.

 

 Il contributo dell’animazione e del video ha offerto al monologo un diverso modo di rappresentare il teatro. L’espressione statica e sempre uguale a se stessa dell’immagine nel suo possibile ripetersi all’infinito fa da contrappunto al movimento dell’attore in continua trasformazione sul palcoscenico che accompagna lo spettatore nel tragitto del racconto. Le immagini create dalla macchina da presa o dal computer, da sempre così distanti dal teatro e dalla sua espressività così vitale si fondono ora – in questa nuova sperimentazione - per parlare in un nuovo linguaggio creando il giusto equilibrio tra immagini, suono, parole e movimento dinamico nello spazio della scena. 



Maria Grazia Grilli che ha scritto diretto e interpretato Vita da Donna (a me il clitoride serve) ha accettato di rispondere a qualche domanda.

 La spettacolo indaga il tema dell’infibulazione. Perché questo argomento?

Perché da tanto tempo volevo affrontare l’argomento della violenza contro le donne e i bambini. Infatti nello spettacolo affermo che togliere, asportare, mutilare, tagliare una parte del corpo, qualsiasi parte del corpo, è sicuramente un affronto. L’infibulazione mi faceva risuonare il bisogno di tenere il mio corpo tutto intero. A prescindere dai punti di vista, sicuramente io so e molti sanno che si tratta di  tradizioni. Anche noi abbiamo tradizioni alcune le abbiamo smontate, altre le dobbiamo ancora abbandonare. Lo spettacolo non si pone con un giudizio, ma vuole esser invece una vera e propria riflessione su come si possa soffrire per una convinzione perché si soffre moltissimo. Queste bambine soffrono moltissimo per quello che viene fatto loro: infezioni, dolori atroci, morte addirittura.

 Lo spettacolo utilizza diversi strumenti espressivi. Il tuo monologo viene contaminato da video e animazione. Pensi sia una ricchezza usare diverse forme d’arte e mezzi espressivi per arrivare al cuore del pubblico?

Ho utilizzato questo video con degli episodi in animazione e una scena tratta da un cortometraggio che racconta l’infibulazione dopo aver visto, in realtà, tutto il materiale e ho deciso, quindi, di proiettarlo prima dello spettacolo. In realtà non l’ho pensato  funzionale al monologo, non parlo di quello che si vede, non faccio alcun riferimento al video. Premesso ciò, sicuramente si può arrivare al cuore di qualcuno se si ha l’intenzione di farlo, i mezzi poi utilizzati sono scelte. Il teatro vive di uno spazio,  uno spettatore e un attore, questo è il teatro. Per quanto riguarda le contaminazioni esso si è trasformato tantissimo, siamo nell’era della tecnologia e la contaminazione può aiutare in alcuni casi, se la si sceglie. Io non la sceglierei molto.

 Sei tradizionalista?

 Più che tradizionalista direi che al cuore del pubblico si vogliono far arrivare delle emozioni e anche il cinema e la fotografia possono trasmettere emozioni. Quindi è una questione di scelta.

 Di conseguenza le diverse forme espressive e artistiche di comunicazione con il pubblico non possono avere rapporti di interrelazione e quindi arricchirsi lavorando insieme?

Si, se parliamo di arricchimento questo si. Certo è che ci sono delle differenze. Se mi metto nei panni di uno spettatore, perché anch’io sono spettatrice qualche volta. Se vado a vedere uno spettacolo teatrale mi aspetto di vedere qualcosa che è quel tipo di cosa, se vado al cinema mi aspetto di vedere una immagine proiettata ferma nel tempo, la posso vedere sempre uguale anche fra dieci giorni. Per il teatro non è proprio così perché è dal vivo. La contaminazione penso che debba essere funzionale al racconto a quello che si vuole dire allora la potrei scegliere deve avere una specificità.

La rappresentazione vuole continuare a vivere attraverso le nuove tecnologie e arrivare alle donne, ma anche agli uomini proprio con quei mezzi espressivi che connotano la rivoluzione culturale che sta avvenendo sotto i nostri occhi. La dove esiste la rete e i social network, la dove è d’aiuto la conoscenza tecnologica e la creatività di ogni cittadino coinvolto esiste la partecipazione ai temi che riguardano la vita di ogni essere umano e la possibilità di trovare insieme, in un nuovo scambio consapevole e maturo, una possibile soluzione per vivere in armonia.

 Per questo è stato creato un blog (www.vitadonna.blogspot.com) che dovrà aprire un dibattito su tutto ciò che riguarda l’identità sociale, culturale e politica della donna nei vari paesi del mondo e, quindi, attraverso i processi comunicativi della rete ricreare quella intelligenza collettiva, teorizzata da Levy, che riguarda la nostra umanità.