Femminismo, che arte
Femminismo, che arte

Si è conclusa il 16 maggio la mostra Donna. Avanguardia femminista negli anni '70, alla Galleria nazionale d'arte moderna di Roma. Con 200 opere di 17 artiste, tutte pioniere di un'epoca che ha fatto storia, si raccontano le donne che hanno provato con ironia, sperimentazione, timidezza, ma anche forza e determinazione a portare la propria "diversità" nella società. Gli occhi di una giovane donna moderna non hanno quella memoria storica, se non ricavata da foto in bianco e in nero di un'intera battaglia sociale, ma questa mostra è diversa, ce ne parla Angelandreina Rorro, che insieme a Gabriele Schor hanno curato la mostra.
Ogni donna da il suo contributo; perché ognuna ha qualcosa da dire.
Artiste. Apre la mostra Semiotic of the Kitchen di Martha Rosler (New York, 1973), in cui il quotidiano assume, per la donna, una forma mostruosa e rivela la sua dimensione allucinatoria.
Suzy Lake (Detroit, 1947), prosegue, nello studio dell'identità e autorità femminile con Miss Chatelaine.
Helena Almeida (Lisbona, 1934), del movimento neo-concreto brasiliano diffuso grazie all'opera di Lygia Clark e Hélio Oiticica; Elena Antin (New York, 1935) con Representational Painting gioca con i ruoli e elabora il messaggio che per le donne i cosmetici e le diete hanno preso il posto dell'arte, e che nella nostra cultura le donne stesse sono oggetti d'arte.
Martha Wilson (1947) da, invece, un contributo sostanziale alla riflessione sui temi centrali del femminismo: identità e soggettività corporea.
Cindy Sherman (1954), si ispira, invece, ai film noir, ad Antonioni e al Neorealismo per interpretare le figure femminili, stereotipate tratte dal cinema e dai media.
Francesca Woodman (1958-1981), grande poetessa della foto, ispirata all'estetica surrealistica (l'arte e la psicanalisi giocano un ruolo essenziale).
Renate Bertlmann (1943) analizza invece, il rapporto amore-eros-sessualità; smaschera la sessualità maschilista e feticista della società. Suzanne Lacy (California, 1945) attivista americana con In Mourning and in Rage (Sono qui per le dieci donne che sono state violentate e strangolate tra il 18 ottobre e il 29 novembre 1977. sono qui per le 388 donne violentate tra il 19 ottobre e il 29 novembre 1977. sono qui per le 4033 donne violentate l'anno scorso a Los Angeles. sono qui per quel mezzo milione di donne che vengono picchiate in questo momento, nelle loro case. sono qui per le donne la cui esistenza è ostacolate ogni giorno dalla minaccia di violenze. sono qui per quelle di noi, una su quattro, che hanno subito abusi sessuali prima dei 18 anni. Sono qui per le migliaia di donne rappresentate come vittime di violenze nei film, in televisione e nelle riviste.
Sono qui per lamentare la realtà della violenza sulle donne. sono qui per la rabbia di tutte le donne. sono qui per le donne che stanno combattendo).
Nil Yalter (1939), anch'essa pioniera del femminismo, che scrive sul ventre parole con un pennarello, come usavano in Turchia nelle zone rurali, e in cui il sacerdote del villaggio poteva scrivere formule superstiziose sul ventre delle donne sterili e ribelli.
Birgit Jurgenssen a Vienna, porta avanti la 'Politica del surrealismo', mettendo insieme la psicanalisi e l'etnologia. Rappresenta il corpo femminile, mascherato, trasformato con autoironia sovverte e de-costruisce. Per molti è considerata l'anello mancante nella storia del femminismo austriaco.
Ketty La Rocca, partendo sempre dal corpo e dalla gestualità della mano, in cui compare più volte la scritta 'You', allusione alla presenza dell'altro, termine minimo necessario al dialogo.
Proprio in riferimento a questo, la curatrice della mostra, Angelandreina Rorro, puntualizza che "non in tutte le società, l'uomo è antitesi della donne, protagonista inverso; lo You di Ketty La Rocca, che è un'artista italiana nè è la riprova".
La sperimentazione e la fisicità. Nella mostra è costantemente presente l'immagine di una donna che si sperimenta e non trova mai una sua identità, o in conflitto con il pensiero dominante della società o con la sua ambivalenza, sia nel rapporto col maschile, che nei suoi diversi ruoli. "Negli anni '70, (ambito cronologico della mostra) le donne si mostrano partendo da loro stesse, dai ruoli che la società maschile ha loro imposto. Cercano una nuova identità che le rappresenti, a mio avviso, in alcuni casi la trovano anche: nell'ironia con la quale giocano, nella nuova dimensione estetica che propongono", sostiene la Dott.sa Rorro; e in riferimento alla fisicità, soprattutto quella di oggi: "Oggi le donne e quindi le artiste, sono pienamente coscienti della propria fisicità e forse non hanno più bisogno di indagarla così ossessivamente".
Ambivalenza. L'ambivalenza dentro e fuori, sembra questo il filo conduttore dell'intera mostra; il mascherarsi, il mostrarsi diverse. L'atto di vestirsi rimanda al potenziale della mascherata e della trasformazione di sé. Doll Clothers della Sherman è la storia di un fallimento, di una creatura che non riesce a definire la sua soggettività. La mano minacciosa che la copre in un involucro di plastica, nel 'corsetto' del conformismo è la mano del genitore che rimprovera il bambino dicendogli che deve rimanere dentro l'involucro.
Ambivalenza è anche sul genere: contrapposizione tra tenerezza-aggressività, lussuria-ascetismo, maschile-femminile, serietà-profondità, e umorismo dissacrante.
Quale spirito ha motivato l'allestimento di una mostra dedicata interamente alle donne? "La consapevolezza che negli anni '70 le donne hanno avuto una parte fondamentale nel rinnovamento del linguaggio artistico".
Come ciascuna donna può vivere ogni giorno il proprio femminismo?
"Portando con dignità la propria differenza negli ambiti che frequentano e in cui agiscono", sostiene Angelandreina Rorro.