Milioni di bambini soggetti a malnutrizione e malattie tropicali; la crescente diffusione dell’AIDS in Africa; i conflitti etnici in Sudan, Sri Lanka, Congo, Pakistan. Sono solo alcune delle emergenze racchiuse in “Le crisi umanitarie dimenticate dai media 2009”, rapporto annuale di Medici Senza Frontiere sulla copertura mediatica italiana in campo internazionale. Ne parlano, alla Feltrinelli di Galleria Alberto Sordi a Roma, il direttore generale di MSF Kostas Moschochoritis, il giornalista David Rieff e il direttore di Internazionale Giovanni De Mauro.
Crisi umanitarie ai margini del frastornante flusso di notizie che, ogni giorno, attraversa media a stampa, elettronici e digitali. Malattie, conflitti interetnici, crisi politiche, malnutrizione. L’elenco potrebbe continuare per pagine intere. Eppure nessuna di queste emergenze, dal Sud America all’Asia, passando per l’Africa, trova adeguato spazio nell’agenda dei media italiani.
Questo il presupposto da cui parte “Le crisi umanitarie dimenticate dai media”, rapporto annuale di Medici Senza Frontiere, che si propone di focalizzare l’attenzione non tanto su stragi e attentati, bene o male sempre presenti sugli schermi italiani, ma sulle conseguenze umanitarie che le popolazioni civili subiscono a seguito di conflitti, tensioni interne e sconosciute patologie. “Oltre 400 milioni di persone, nel mondo, sono a rischio malattie che non trovano alcuno spazio nei telegiornali italiani – afferma Kostas Moschochoritis, direttore generale di MSF Italia – migliaia di vittime dimenticate dal flusso di notizie che attraversa l’occidente”. Insieme a lui il direttore di Internazionale Giovanni De Mauro e il giornalista David Rieff, columnist dello stesso periodico, fanno il punto sul rapporto umanitario-media durante un convegno alla Feltrinelli di Galleria Alberto Sordi a Roma.

Kostas Moschochoritis (a destra)
Tra Sudan e gossip – “Abbiamo visto un numero crescente di bambini rapiti dai gruppi armati per essere utilizzati come combattenti o schiavi del sesso”. A dichiararlo una coordinatrice del progetto per i bambini del Sudan, Stato africano lacerato ormai da anni di conflitto in Darfur. Un quadro certamente non idilliaco che rischia, però, di essere dimenticato in tempi brevi, come sottolinea Moschochoritis: “Quella del Sudan è l’emblema delle crisi dimenticate. Il nostro rapporto, che si avvale anche dei dati dell’Osservatorio di Pavia, ci dà un’idea abbastanza precisa di come le più grandi emergenze umanitarie mondiali vengano trattate dai media italiani. Qualcuno – conclude il direttore generale – sa dirmi quanto tempo, nei telegiornali, viene dedicato al Darfur e quanto alle vicissitudini sentimentali di Briatore o chi per lui?”

David Rieff
Twitter e lo “slow pensiero” – David Rieff, uno dei più famosi giornalisti americani, analizza con occhio critico l’attuale rapporto fra i media digitali e l’esposizione delle notizie, partendo da una prospettiva generale che, in seguito, coinvolge anche l’aspetto del come si racconta una crisi umanitaria. “Io non ho nulla contro la tecnologia – esordisce la firma del New York Times – ma sono dell’idea che gli attuali media tendano ad un’irritante semplificazione. Prendiamo Twitter: esporre in soli 140 caratteri un fatto, un pensiero, una notizia, non è altro che la più radicale esemplificazione di questo barbarismo”. Rieff va poi oltre, coinvolge il rapporto che il pensiero critico intrattiene con il diritto ad essere correttamente informati: “Io, come per lo Slow Food, sono anche per lo “slow pensiero”. A mio avviso non c’è altro modo per pensare se non in maniera lenta e accorta. In caso contrario saremmo tutti soggetti alla più becera propaganda”.
Umanitario: professionisti o angeli?– Un rapporto, quello media-umanitario, che va quindi rifondato partendo dal comune rispetto dei reciproci ruoli. Questo il pensiero che emerge dal dibattito con gli ospiti della libreria di Via del Corso. “Il Tg corretto è quello che fa le domande giuste – sottolinea Moschochoritis – non nel senso che deve fare comodo a noi, tutto l’opposto. Anche domande cattive, scomode, difficili. Domande che possano spingerci a migliorare. La nostra ONG, come tutte le organizzazioni non governative del mondo, non è fatta di angeli – precisa il direttore – ma di uomini. Professionisti che, come tutti, hanno le loro debolezze e i loro limiti. Per questo esorto i media: fateci anche domande scomode, confrontiamoci. Solo così potremo superare questa impasse”.
Dalla Somalia al Pakistan: il problema dell’interazione – Oltre 178 milioni di bambini in tutto il mondo che soffrono di malnutrizione; malattie tropicali come il Chagas, l’ulcera di Buruli, la leishmaniosi viscerale; le oltre sette milioni di persone affette da AIDS; la guerra e la siccità in Somalia; il conflitto in Sri Lanka fra l’esercito cingalese e le Tigri Tamil; i pericoli nucleari in Pakistan. Un elenco ancora troppo corto per risultare esaustivo. Eppure, nonostante la gravità dei fatti, ben pochi, in Italia, saprebbero spiegare le ragioni del conflitto in Darfur o in Congo. Una situazione che riflette la poca informazione messa in campo dai giornalisti che si occupano di esteri. “Eppure voglio spezzare una lancia in loro favore – conclude Rieff – bisogna anche capire le loro difficoltà nell’interagire con posti e popolazioni sconosciute. Come gli operatori delle ONG, anche loro sono esseri umani, ed è difficile essere sempre in prima linea in qualunque posto si vada. Anche se, altre volte, è molto più comodo rifarsi solo e unicamente alle fonti ufficiali governative”.