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Una domenica a scuola

Primo problema: l'italiano

Una domenica a scuola

di MARIAROSARIA PAZZOLA (31 05 2010)
http://www.flickr.com/photos/catina90/3864522639/

Nelle aule di via Principe Amedeo e via Carlo Alberto del quartiere Esquilino, per conoscere gli insegnanti e gli studenti della scuola di italiano Louis Massignon.

Piazza Vittorio. Le persone scendono e salgono dai tram, i giardini rumoreggiano di voci di bambini, è una domenica di maggio. Mi reco alla scuola di italiano Louis Massignon della Comunità di Sant' Egidio, una delle scuole per stranieri che si trovano qui, voglio capire chi sono, che fanno, gli abitanti di questo quartiere. Incontro prima Marco Francioni, uno dei maestri, é un volontario della Comunità, mi racconta il quartiere e la sua esperienza con le persone che frequentano la scuola. Sono persone di varie nazionalità, Cina, India, paesi dell’est Europa. Alcuni stanno da poco in Italia, hanno tra i 20 e i 35 anni, gli altri, i più grandi, vivono qui da più di due anni.

Marco mi spiega che c'è voglia di integrazione nel dedicare il giorno di riposo dal lavoro a seguire la lezione di italiano.

Intervista a Marco Francioni. Parte Prima


Un test di lingua italiana per il permesso di soggiorno. In molti casi le scuole di italiano gratuite sono gestite da associazioni di volontariato e, come spiega Marco, in maniera minore da parte dello Stato. Le richieste sono tante e le associazioni non hanno molti mezzi. Il 20 maggio è stato approvato dal Consiglio dei Ministri uno schema di regolamento per il quale la presentazione di richiesta del permesso di soggiorno deve essere contestuale alla sottoscrizione, si legge nel comunicato stampa, di “un accordo di integrazione, articolato per crediti, da conseguire nel periodo di validità del permesso di soggiorno".
Verranno assegnati i punti se lo straniero risulterà avere un livello A2 di conoscenza della lingua italiana, non si fa riferimento, per il momento, a percorsi formativi per poter superare i test.

Intervista Marco Francioni. Parte Seconda


Vado a lezione. La maestra è Alessandra, oggi gli studenti stanno imparando il modo condizionale; un esercizio dice:“che cosa avresti fatto se non fossi venuto in Italia?” qualcuno risponde: “avrei continuato a studiare economia”, un’altra ragazza, invece, è laureata un tedesco, qualcun’altro chiede come funziona qui l’università e se ci s i può iscrivere continuando a lavorare, Alessandra cerca di rispondere alle loro domande, poi ci si concentra sul dettato e sulle date dell’esame finale.



Alle 14.00 incontro Sukhwinder Singh Mavi, un ragazzo indiano che sta in Italia dà nove anni e da otto abita a Piazza Vittorio, lavora come facchino in un albergo del Pantheon e vive con una famiglia di italiani, che lo tratta come in figlio, mi dice.



Oltre le porte della sede delle facoltà di Comunicazione e di Studi Orientali, tra ristoranti indiani, banchi di frutta, odori di spezie, insegne cinesi, ci sono altre persone che vogliono studiare, per crearsi un’opportunità che nel loro paese non hanno avuto; il quartiere è multiculturale, ma i desideri sembrano gli stessi per tutti.