Due pesi e due misure per i due rami dell’Ordine dei giornalisti che il 30 e il 31 maggio avevano sperato, con il ballottaggio, in un cambiamento epocale. A sperarlo in realtà era stato solo uno dei rami, quello dei pubblicisti, i cugini poveri di coloro che un contratto fisso con una testata giornalistica ce l’hanno. Invece niente da fare: i programmi dei “giovani” comunicatori, che viaggiano su lunghezze d’onda innovative, sono stati bocciati dagli elettori e lo status quo sostanziale verrà ripristinato. Siamo andati con la videocamera a riprendere i momenti salienti della lunga serata di chiusura delle urne.
Cosa volevano ottenere i pubblicisti. Non essere più considerati giornalisti di serie B. Vi sembra una velleità o una legittima aspirazione?
Solo un paio di dati: il rapporto tra pubblicisti e professionisti è nettamente a favore dei primi, che rappresentano la maggioranza dei componenti dell’Albo (70mila pubblicisti contro 37mila professionisti). Grazie alle quote versate dai pubblicisti entrano nelle casse dell’Ordine dei Giornalisti - sia nel nazionale che nei regionali - ben 6 milioni di euro l’anno. Eppure i pubblicisti sono sottorappresentati (6 professionisti e 3 pubblicisti in ciascun consiglio http://www.odg.it/files/norme%20per%20le%20elezioni_1.pdf) e la maggioranza va sempre ai professionisti http://www.odg.it/content/consiglio-nazionale.
Inoltre ai giornalisti pubblicisti vengono affidati solo incarichi vicari: tutti i presidenti sono professionisti e i vicepresidenti pubblicisti; ma non è scritto in alcuna legge che debba essere così: è una decisione interna all’ordine, visto che le cariche sono elettive. Ciononostante è così da decenni e tale resterà di sicuro per almeno i prossimi tre anni, visti i risultati di queste elezioni, secondo indiscrezioni di alcuni consiglieri che vogliono mantenere l’anonimato. http://www.odg.it/files/risultati_elezioni_2010_2013_3.pdf
Un pubblicista è un giornalista. “Ma nell’immaginario collettivo sembra che non lo sia” ci dice uno dei primi pubblicisti che incontriamo all’ingresso del centro sportivo dell’Acqua Acetosa, dove si svolgono le elezioni. “Eppure probabilmente il vero giornalista, quello che va in giro a raccogliere notizie di prima mano, è più un pubblicista, sottopagato e poco considerato, che un professionista ben pagato che sta alla scrivania a controllare le agenzie e viene trattato con i guanti di velluto”. Per diventare professionisti occorre riuscire a entrare nella redazione di un grande quotidiano o di una rete televisiva importante e fare un praticantato di 18 mesi. E secondo voi quanti riescono a farlo? Lo chiediamo. “Il nipote del direttore forse sì, il cugino del caporedattore può darsi” ci risponde con un sorriso amaro un pubblicista anziano. Quindi diventare professionisti è una strada chiusa, un vicolo cieco? “Quasi tutti quelli che sognavano di diventarlo si sono dovuti ‘accontentare’ di un tesserino di pubblicista, che almeno non richiede raccomandazioni e si può conquistare sul campo”. Forse non è per tutti così, ci sarà pure qualche eccezione! pensiamo mentre ci incamminiamo verso l’ingresso sul retro, dove votano i pubblicisti.
I candidati pubblicisti. Sono tesi: alcuni ottimisti e carichi di speranza, ma preoccupati, altri irritati: “ci sono stati i soliti giochi di scambio di preferenze. C’è gente che muove i fili da dietro le quinte e sposta molti, troppi voti”. Sembra di essere alle elezioni politiche. Ma la frequentazione di giornalisti e politici in Italia è nota; ed è probabilmente da questi che i giornalisti hanno imparato le pratiche del baratto delle preferenze.
Il clima che si respira non è dei più sereni, nel luogo dove sono stati relegati i pubblicisti. Relegato è il participio del verbo giusto. Un candidato lo fa notare: “neanche da questo punto di vista ci considerano uguali”. È Maurizio Pizzuto, candidato al consiglio nazionale, che con Massimo Di Russo, altro candidato, ha avuto l’idea di creare un Gruppo su Facebook, quello degli Amici Pubblicisti del Lazio, che conta circa 3.000 iscritti: http://www.facebook.com/home.php?#!/profile.php?id=100000267344023
Entriamo nel retro del Centro Sportivo, dove sono stati collocati i seggi dei pubblicisti. Incontriamo diversi candidati che si aggirano cercando di catturare gli ultimi voti, di capire se ce la faranno o meno. È tardi, i seggi stanno per chiudere. Chiediamo al candidato al consiglio nazionale Massimo Di Russo qual è il punto principale del programma del suo gruppo: “andare verso un Albo unico, in cui ai pubblicisti che si guadagnano da vivere con il giornalismo, si consenta di sostenere direttamente l’esame”. Ci spiega che in questo modo non occorre passare sotto le forche caudine di un direttore di quotidiano nazionale che ti firmi un contratto di praticantato, dal momento che il praticantato già l’hai fatto eccome.
Poco più avanti c’è una delle rare donne candidate. Si tratta di Paola Scarsi. Le chiediamo per cosa si vuol battere: il primo punto del suo programma è quello relativo agli uffici stampa, essendo tra l’altro responsabile dell'Ufficio Stampa del Forum Permanente del Terzo Settore.
Anche al candidato al consiglio regionale del Lazio, Maurizio Lozzi, poniamo qualche domanda. Lui ci interessa particolarmente perché è un sociologo docente di tecniche di comunicazione presso l’Università di Cassino, che forma giornalisti e comunicatori. Inoltre a lui è stato assegnato il premio “Comunicare l’Europa attraverso i media locali”, coordinato da Bruxelles e promosso da Europe Direct, ed è Presidente Nazionale dell’Università popolare per le scienze sociali e della comunicazione (CONSCOM).
Entriamo nel seggio e chiediamo agli scrutatori se hanno votato molte persone: “no” ci rispondono. “Di là, dai professionisti, c’è molta più gente.” I risultati confermano quanto dichiarato: hanno votato 1800 professionisti contro 1000 pubblicisti, nonostante questi ultimi siano molti di più rispetto ai primi.
Più in là riconosciamo, teso come un tronco d’abete, il direttore del Corriere Laziale, Eraclito Corbi, anche lui candidato, ma è tardi per intervistarlo: vogliamo fare un salto dall’altra parte, da quella dei baciati dalla fortuna: i professionisti.
I giornalisti professionisti: un mondo altro. Passare dal settore dove votano i pubblicisti a quello dei professionisti è impresa ardua. Sembra non vogliano aver nulla a che vedere con chi sta più in basso. Ma questa è solo la nostra impressione: Dio ci scampi dal dare un giudizio! Per passare dall’altra parte chiediamo a una dipendente del centro sportivo se ci apre una porta chiusa a chiave e ci fa attraversare il self service, poi il bar. Infine riusciamo a raggiungere il corridoio principale, quello elegante e raffinato (che parte dall’ingresso centrale) dove tanti cartelli con su scritto “professionisti” indicano la strada agli elettori. Ci sovviene che invece, ad indicare la strada (piuttosto nascosta e difficoltosa da percorrere) ai pubblicisti, non c’è che un cartello iniziale. Anche in questo il rapporto non è alla pari.
I professionisti sono riuniti in gruppetti, come lo erano i pubblicisti. Ma la differenza è evidente: lì i volti erano contratti e i gruppi chiusi, come sulla difensiva, quasi a volersi distanziare gli uni dagli altri, in una sorta di guerra tra poveri. Qui i gruppi sono aperti, i volti sereni, si scherza e ci si lanciano battute da un gruppo all’altro.
Pubblicisti
Professionisti
L’unico volto un po’ annoiato appartiene a una ragazza ferma in un angolo del viale; mistero subito chiarito: è una pubblicista e sta solo aspettando una persona. Intanto quelli della RAI ridono parlando di Minzolini che non è riuscito a votare. Uno di Repubblica arriva trafelato: forse non ce la farà a porre nell’urna la sua scheda. Chi lo vede passare strilla ridendo: “qui c’è uno di Repubblica che si è perso. Dove sono gli altri?”. Il gruppo del Corriere della Sera si lancia battute con quello di Mediaset. Sembra di stare a una festa. Non ci viene voglia di intervistare alcuno di loro: per cosa dovrebbero battersi? Sono tutti amiconi, ridono, scherzano, giocano: sono lontani anni luce dai problemi dei pubblicisti, i paria della casta dei giornalisti italiani.