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L'antropologia e l'etno-business

Appropriarsi degli spazi e farli propri

L'antropologia e l'etno-business

di VALENTINA ONORI (04 06 2010)
 

Antonella Passani, collaborattrice del corso di Antropologia culturale del professor Canevacci, presso la nostra facoltà di Scienze e tecnologie della comunicazione, anche lei affascinata dalla realtà di Piazza Vittorio, propone una visione del luogo come simbolo.


L’immigrato è sempre meno solo, dipendente, subordinato, subalterno ma sempre più è anche imprenditore. Secondo i dati della Camera di Commercio il tasso di natalità delle aziende italiano è positivo solo grazie al contributo degli immigrati; significa che per tante aziende italiane che chiudono  i battenti ce ne sono altre fatte da immigrati. Ma sono soprattutto aziende di servizi, il terziario, la cura degli anziani, i servizi infermieristici domiciliari, la pulizia. Ma anche nel settore dell’informatica, ad esempio, c’è una buona presenza degli immigrati A p.za Vittorio sono nati i primi, ora molto diffusi negozi che mettono insieme telefonia con money tranfert con videoteca con abbigliamento e con cibo. E l’imprenditoria etno-business ha caratteristiche specifiche: perché offre da una parte sercizi agli immigrati che è stato un settore non còlto dall’imprenditoria italiana, per cui solo il settore alimentare l’Italia è indietro rispetto a quello che è la necessità ad esempio della macellazione secondo i dettami islamici; ma anche sulle verdure il mercato di p.za Vittorio è un po’ questo. Nei grandi paesi europei nella grande distribuzione dei supermercati è molto più facile trovare una serie di prodotti. A pizza Vittorio c’è insieme la questione dell’economia, del consumo della merce più la questione abitativa. Si stanno rivalutando le case molto, così come si è rivalutato il Pigneto dove una certa idea di miscuglio culturale e di sincretismo è una cosa positiva per un certo segmento che non è quello degli anziani. Importanti innovazioni urbanistiche a p.za Vittoiro sono state il rifacimento dei mercati, dei giardini che era una zona di degrado fino a pochi anni fa, il teatro dell’Ambra Jovinelli , l’Università La Sapienza; questa a proposito, in generale non è più da tempo un luogo propulsivo dal punto di vista culturale, politico.

Lo sviluppo antropologico di piazza Vittorio. "Inizialmente era un quartiere piemontese nasce come centro politico delle elités dei piemontesi quando Roma diventa capitale. I vari flussi migratori di africani, marocchini, tunisini, asiatici (non cinesi), o indiani (c’è anche un tempio buddista) e poi il flusso cinese".


La cultura alta e la cultura bassa. "L’Ambra Jovinelli, come l’Università sono luoghi che si sono installati lì dentro ma che non hanno una grande comunicazione con il resto, è un fatto di marketing del comune di dire..ci rifacciamo anche alla cultura quella alta… c’è ancora molto questo distacco tra cultura alta e cultura bassa".

Aspetti politici. "P.za Vittorio è un luogo propulsivo di sincretizzazione e dall’altro un luogo di tensione. Il fatto che la Polverini abbia fatto una delle sue feste dopo la vittoria delle regionali, a p.za Vittorio, ha un significato forte. Il fatto che il sindaco Alemanno abbia spostato da p.za Vittorio l’evento culturale che si chiamava Intermundia, che aveva una forte apertura di valore positivo delle differenze sia per le scuole che per il territorio, e gli sono stati ridotti i fondi è simbolico anche di una certa politica. Dietro p.za Vittorio c’è la stazione Termini che è un'altra questione sui flussi migratori e sulla visibilità degli immigrati, c’è l’associazione per i diritti civili che fa di sera lezioni di italiano  che sta al confine tra stazione termini e p.za Vittorio, c’è poi anche il centro sociale di destra Casa Pound, e ci sono un paio di associazioni di cittadini italiani contro gli immigrati che fanno manifestazioni vestiti da antichi romani, da una parte c’è l’aspetto folkloristico, dall’altra c’è  un pressing forte per tutta una serie di problemi non gestiti nel migliore dei modi. P.za Vittorio è un po’ un laboratorio di ciò che accadrà nei prossimi anni a Roma con la nuova giunta regionale, un potenziale, una cartina di tornasole, perché è un po’ una vetrina come lo è stato per Veltroni, lo sarà per la Polverini".

Per Roma, piazza Vittorio cosa rappresenta? "A differenza di altri luoghi di centrificazione come zona Monti o il Pigneto, p.za Vittorio doveva essere in parte così. E’ una zona trendy, i figli di italiani a scuola a p.za Vittorio ci sono per scelta dei genitori che hanno deciso di far andare i propri figli in un ambiente interculturale; scelta di elitè politicamente orientata. Non è la via Sarpi di Milano, non avverto un odio io una tensione, anzi, anche il mercato è utilizzato da italiani come luogo d’incontro, quindi non un enclave chiusa. 
Mi affascina...
Non è la chinatown, ma il quartiere multiculturale di Roma per antonomasia. P.za Vittorio è la prima isola veramente multiculturale; che sia anche interculturale è ancora da dimostrare, ma mi sembra che la direzione sia quella. Che ci sia un conflitto e la necessità di una politica su quel quartiere per gestire i conflitti è anche vero, ma come tanti altri quartieri di Roma. P.za Vittorio è più correlata al consumo etnico (termine che odio perché molto etnocentrico), non tanto l’abitare, per cui il conflitto si crea più liberamente in un condominio legato alla quotidianità, in un quartiere in cui l’alterità si vede in positivo (nel negozio di frutta e verdura aperto fino alle due di notte mentre quello italiano è sempre chiuso, nei fiori disponibili h24, nel bar gestito dai cinesi che non chiude il 25 di Dicembre, nei negozi indiani, nella videoteca indiana, una delle poche in cui puoi trovare tutti i film di Bollywood a disposizione; e in più nell’associazionismo, il meglio del futuro interculturale della città)".

Call Center: "non c’è il Call center per i bengalesi e per i  marocchini ma è lo status di migrante che crea una cittadinanza specifica e un consumo e uno stile di vita specifico….e questa è la cosa positiva della questione del creare una  cultura interculturale tra i vari migranti o meglio sarebbe se ci fosse una transcultura tra italiani e stranieri stessi. Ho fatto un lavoro con gli adolescenti, figli di immigrati con una scuola sotto il Cies, sotto il Colosseo, dei video, sono andati loro a p.za Vittorio, a chiedere se si può diventare italiani o più stranieri, alcuni favorevoli a diventare italiani, altri salvaguardano la loro identità. La cosa interessante, è che hanno intervistato italiani e hanno chiesto come si trovano con gli stranieri: ed è emerso che il problema cittadinanza è anche un problema per gli italiani, che abitano a p.za Vittorio".

Dati Ong e Caritas: "In generale le statistiche sui  migranti sono scarse e molto poco elaborate, un esempio, fu quando il Ministero istruì un report ogni anno sugli stranieri nelle scuole, ma lì poi ci finisce un pò tutto, i nati in Italia da genitori stranieri, i nati in Italia, gli stranieri da…; già è tanto che c’è. Il comune ha una mappatura degli stranieri per municipio, però p.za Vittoirio è più piccola del municipio".

I ragazzi. "C’è una cultura da teenager che è trasversale e viene prima all’essere italiano, piuttosto che marocchino o filippino. Le differenze ci sono soprattutto nel tempo libero e nel ruolo della famiglia nell’organizzare il tempo libero (piscina, sport, catechismo) il tempo libero dei  figli stranieri invece è più rivolto alla casa, al gioco,  è meno strutturato anche per motivi economici. Un pò più tradizionale, Dentro la scuola c’è una cultura molto simile dell’essere studente di un determinato istituto. In una ricerca a Milano con ragazzi italiani e stranieri dovevano produrre dei video sulla differenza, e vedere quali tipi di conflitti venivano fuori. La divisione vera e propria c’è stata tra studenti del liceo e studenti del professionale. Anche ripensando alla mia esperienza da adolescente, i liceali hanno uno stile politico, di consumo, di analisi, di attività molto specifiche, anche molto snob, rispetto a chi frequenta gli istituti tecnici che a loro volta considerano quelli del liceo pappamolla, rammolliti, secchioni; e quindi gli stranieri venivano in qualche modo inglobati in queste due categorie: stranieri dell’istituto tecnico, e del liceo, e  italiani del liceo e dell’istituto tecnico. Cosa molto positiva. Quando hai 16 anni la cosa più importante è il gruppo dei pari, è il momento in cui tu ti stacchi, o comunque dovresti staccarti dalla famiglia di identificazione e identificarti più coi tuoi coetanei, con la tua quotidianità che è poi quella della scuola di fatto. La direzione è questa. L’unico pericolo che vedo in Italia è che la scuola in cui si struttura naturalmente questa integrazione sta andando verso una divisione tra scuole per italiane e scuole per stranieri, nel senso che molti genitori tendono a togliere i figli da scuola se nella classe ci sono troppi stranieri. Il ministro ha poi fatto la proposta di limitare il tetto di stranieri nelle classi piuttosto che le classi ponte per gli stranieri, cosa che giudico personalmente, etnocentriche, razziste, discriminatorie: questa sarebbe una tragedia. O lo scambio, l’apertura e la differenza come una cosa che arricchisce la fai crescendo dall’asilo, alle elementari alle medie e alle superiori tutti insieme o sennò non la fai più; perché non abbiamo neanche più una struttura del lavoro come poteva essere quella del ‘70 in cui poi ti ritrovavi un pò tutti in fabbrica; il lavoro ora è diffuso, è stratificato".

Alcune chiavi di lettura. "
Alcune delle chiavi di lettura: il marketing degli immigrati, l’etno business, MAS i grandi magazzini in via dello Statuto, e il fattore tempo (p.za Vittorio è abitata da diverse fasce sociali, da diversi gruppi a seconda delle varie ore del giorno,  per cui è interessante vedere come i giardini cambiano di giorno in giorno, io so ad esempio che al mattino presto ci sono la comunità cinese che fa Tai-Chi all’alba, poi invece un giorno alla settimana quello in cui le capoverdiane che fanno di solito le badanti hanno la giornata libera si ritrovano li, le ucraine tagliano i capelli la domenica mattina). Pochi punti, ma punti che cambiano e non sono statici. Marco Berlinguer come responsabile di Transform! Italia" è stato il primo che ha realizzato la prima mappa geopolitica e dei conflitti: uno studio per individuare nel territorio, la diffusione e la localizzazione delle tensioni sociali. A Roma le comunità straniere si stanno riprendendo i luoghi pubblici , proprio perché non hanno  luoghi di aggregazione, spesso non hanno delle case perche vivono presso gli anziani e i bambini di cui si prendono cura, quindi rioccupano quelle piazze che gli italiani hanno abbandonato". 
 
Cittadinanza. "P.za Vittorio è la loro. Loro non sono invisibili e non sono nelle periferie perche se tu vai a colle Oppio, che storicamente è anche una parte di destra,  nei giardini si fa il capodanno ecuadoregno. A Roma c’è stato l’elezione dei consiglieri aggiunti, in cui gli immigrati  votavano un proprio rappresentante per continente, non avevano diritto di voto dentro il comune ma venivano convocati al comune per parlare di determinati problemi che avevano a che fare con le varie comunità; ora nella giunta non ci sono più, però nella giunta di Veltroni, c’era stata questa elezione, sempre a p.za Vittorio c’è la CGIL per i lavoratori emigranti, c’è quindi in qualche modo anche l’istituzione politica rivolta a loro. Ovviamente è uno strumento che è stato usato a livello di propaganda che poi a livello pratico non si sono mai convocati. Veltroni: Intermundia l’ha fatta lui, l’Angelo Mai il centro sociale a Monti. Ha lavorato con i centri sociale, con i flussi migratori, a volte è più di facciata che concreta; nell’elezione del consigliere aggiunto è stato sbagliato da un punto di vista antropologico la decisione di prendere un rappresentate per continente perché il continente è una cosa che non esiste, per cui in Asia, tra un cinese, un indiano un pakistano o un malese non c’è niente che li unisca quindi dovevano forse essere usati altri criteri.  Si rischia sempre di andare nella retorica, uno giallo e uno nero. 

Donne. "E li erano venute fuori anche tante donne come rappresentanti delle comunità, perché spesso poi il fenomeno mediatori è un fenomeno principalmente femminile per cui gli uomini vanno un pò al traino ma sono le donne quelle che portano avanti la famiglia il lavoro, l’economia della casa. Anche questo influirà nei rapporti con la società italiana che è una società per molti versi ancora maschilista; sta cambiando le loro culture di origine nel senso che sempre i sudamericani che vengono da una cultura patriarcale e si ritrovano però con ruoli invertiti per cui molti problemi vengono poi quando il marito viene in Italia, si ritrova senza lavoro, perché magari è più difficile per un uomo trovarlo visto che il lavoro che viene offerto agli stranieri è spesso di cura e quindi c’è il problema dell’alcolismo del disagio maschile".