Registrati | Login

Uno, nessuno, centomila

I volti del quartiere: chi ci lavora, chi ci vive, chi è solo di passaggio

Uno, nessuno, centomila

di MARIA ADAMO, MARIA FLAVIA CARTA, MARTA CASINI, ALESSANDRA DINATOLO, (15 06 2010)

7mila stranieri su 22mila residenti. Un equo mix di interviste su un quartiere che pulsa, che cresce ed è in continuo fermento. Ma che volge ancora uno sguardo al passato.

Ieri – L’Esquilino assume ruolo di prestigio e importanza dopo che Roma diviene Capitale del Regno d’Italia nel 1870.Situato vicino alla stazione Termini, vantava il pregio di essere poco urbanizzato. Zona residenziale di lusso, nonché cuore della nuova politica italiana, nata per ospitare i Piemontesi che si spostavano nella neo Capitale. Centro nevralgico è piazza Vittorio Emanuele II, realizzata all'indomani dell'Unità d'Italia, tra il 1882 e il 1887.

Duecentottanta le colonne dei portici che su quattro lati delimitano la piazza. I palazzi, che su questa si affacciano, si ispirano all’architettura del tardo Rinascimento. Al centro della piazza, l’architetto Carlo Tenerari, creò un giardino molto bello che custodisce ancora le rovine del ninfeo di Alessandro Severo (III secolo) che ricordano l'antica storia del quartiere, popolato sin dal VII secolo a. C. Dal 1902 la Piazza ha ospitato un grande mercato che divenne simbolo caratterizzante della vita popolare del quartiere. Negli anni, sia il giardino che la piazza subirono un forte degrado, che costrinse nel 2001 l’amministrazione capitolina a trasferire il mercato negli spazi dell’ ex caserma Guglielmo Pepe. Vennero così indetti i lavori di rifacimento dei marciapiedi e il ripristino della cancellata ottocentesca che portarono alla risistemazione e rivalutazione del giardino.
 
Oggi – L’Esquilino è sinonimo di multiculturalità. Sono proprio i racconti degli abitanti che ci aprono una finestra sulla reale vita del quartiere. Dal confronto delle varie testimonianze sono emersi diversi punti di vista, a volte anche problematici, accomunati dalla situazione di disagio creatasi nel settore commerciale. Gli abitanti non hanno più i loro commercianti di fiducia e fare la spesa “non è più come una volta”. Gli innumerevoli showroom gestiti dai cinesi hanno spodestato l’intera piazza dei suoi antichi negozi, e la nuova collocazione del mercato, affidato quasi completamente a stranieri, crea in una parte dei residenti un senso di sfiducia.

 
Testimonianze – Il sig. Antonio, che vive a piazza Vittorio da cinquantatre anni, ci confessa “di trovarsi bene”, ma per lui il quartiere è cambiato profondamente: “prima era come una famiglia, ci si conosceva tutti, ora invece non conosco quasi nessuno”. Dalle sue parole traspare una spiccata avversione nei confronti dello straniero e sottolinea che a lui “la mescolanza non piace, perché è italiano”. “Vedo con diffidenza la convivenza con le comunità multietniche perché hanno tolto molti posti di lavoro ai negozianti italiani. Tante famiglie per necessità sono andate via perché non avevano più lavoro”.
Umberto, invece, affronta un problema più dettagliato e parla dei mutamenti che ha subito il tessuto commerciale, soprattutto dal punto di vista della distribuzione. “Gli showroom cinesi hanno preso il posto dei negozi storici vendendo all’ingrosso, gli abitanti sono quindi costretti ad acquistare nei centri commerciali o nei supermercati, dove i prezzi sono sempre in rialzo ed il risparmio viene meno”. E continua, “il rione è in forte degrado e dovrebbe essere migliorato sia dal punto di vista urbanistico che architettonico. Il disordine del traffico crea numerosi disagi, i portici dovrebbero essere rivisti e migliorati creando punti d’incontro e vietando ai venditori abusivi di stabilirvisi. L’arrivo degli stranieri è visto con duplice accezione, da una parte la novità e dall’altra la paura. Questo determina pur sempre una globalizzazione vissuta con sospetto che porta spesso a forme di concorrenza sleale. Altro punto saliente è la situazione demografica: gli italiani al giorno d’oggi fanno pochi figli e la paura è che nell’arco di poche generazioni gli stranieri prendano il nostro posto in casa nostra”.
Per Giorgio gli stranieri non rappresentano un problema, il senso di rifiuto è determinato piuttosto dalle condizioni di degrado in cui questi ultimi sono costretti a vivere. La forte speculazione sugli affitti in nero dei locali commerciali e soprattutto delle abitazioni crea situazioni estreme che generano disagi di convivenza comune. “Le case affollate, le condizioni igieniche precarie e in alcuni casi nulle, fanno vivere male loro e noi”.  Ci spiega che il quartiere è sempre stato molto popolare, “il mercato che circondava in principio la piazza creava disordini e l’avvento dei negozi cinesi ha ristabilito l’assetto civile degli scambi. Ciononostante dal 1930, mentre tutti gli altri quartieri sono stati rivalutati, l’Esquilino ha vissuto e continua a vivere uno spiccato declino”.

Anche la signora Angela vive da tanto tempo a piazza Vittorio, esattamente da quarantasette anni, e come tutti gli altri ricorda con nostalgia la vita di un tempo, quando si poteva scendere sotto casa e trovare a portata di mano qualsiasi tipo di negozio di fiducia. Ora, invece, è costretta a fare la spesa nei supermercati perché non va più al mercato, fatta eccezione per qualche vecchio banco gestito da italiani. La signora Angela continua la sua vita di quartiere ma non nasconde la sua paura.
Il sig. Guido e la sig.ra Aurora vivono invece il quartiere come facevano prima, fanno la spesa al mercato, dove riescono a trovare prezzi convenienti, passeggiano nel giardino della piazza e non hanno timore. Dicono che gli stranieri si sono integrati bene senza dare problemi ma l’economia è cambiata tanto. “I banchi degli stranieri al mercato sono più convenienti di quelli degli italiani e spesso sono molto più onesti. Ci siamo adattati, ma ci mancano i vecchi negozi”. La domanda di fondo che si pongono però è una : “come fanno i cinesi a mantenere tutti quei negozi se non hanno mai clientela?”. L’allusione punta al sospetto di traffici illeciti che incutono in loro timore.
Dunque gli abitanti di piazza Vittorio si sono adeguati alla convivenza con le comunità multietniche senza nascondere però i propri disagi ed i propri sospetti.
Ma gli stranieri invece? Dahni ha 15 anni, è filippino e vive a Piazza Vittorio da nove. Ogni pomeriggio si ritrova con i suoi coetanei all’interno del giardino vicino al campo da basket. Sono tutti ragazzi stranieri che giocano e scherzano fra di loro. Alla domanda “Come ti trovi qui?”, ha risposto sorridendo: “Bene, è un posto tranquillo ed ho molti amici”.
Latika invece è una giovane donna indiana trentenne che vive a Piazza Vittorio da quasi dieci anni. Parla del quartiere con entusiasmo, dice di esser stata fortunata ed aver trovato subito persone simpatiche e conclude dicendo: “Mi sento a casa mia”.

 
Mercato – Si è detto che il mercato è divenuto simbolo caratterizzante del quartiere. Siamo quindi andate ad esplorare questa realtà.
Una pacifica convivenza e convivialità. Migliaia di volti diversi per sesso, età,  nazionalità e cultura che si incontrano e che scorrono gli uni sugli altri, contribuendo a formare questa variopinta cornice che è il Mercato Esquilino. Questa è la nostra impressione, mentre girovaghiamo tra pesce e frutta, carni e spezie, alla ricerca di qualcuno che ci voglia regalare qualche parola in merito. E questo è anche il quadro che ci dipinge Patrizia, torinese di nascita, adottata dalla Capitale, alla gestione di una delle attività più vecchie del mercato Esquilino: “Dal 1927 che c'è questo banco” ci dice con gli occhi che brillano, parlando poi del passaggio dal’aperto (quando il mercato si trovava a piazza Vittorio) all’attuale struttura coperta, attiva dal 2001. Nessuna differenza tra clienti italiani e stranieri, come tra i lavoratori, del resto – “Gli stranieri che lavorano sono come noi, perché lavorano” - continua la signora Patrizia, informandoci di avere tra i collaboratori anche un ragazzo del Bangladesh.




 

Una lunga catena di bandierine di ogni paese pende da sopra un bancone di carne suina, attraendo la nostra attenzione. Una tradizione ormai centenaria la sua, partita con il nonno e continuata dal padre, passata a questo signore e già trasmessa a suo figlio. È dal 1895, ben centoquindici anni, che le generazioni si susseguono e di cose ne sono successe al signor Gianni Esposito, che ci parla orgoglioso della sua attività: “cinesi, filippini, sudamericani...e qualche italiano” sono i suoi principali clienti. Solo gli arabi non frequentano il suo banco, ma per motivi religiosi e non certo di integrazione. Anche Gianni ha dei collaboratori, filippini, dei quali parla con molta soddisfazione ed un pizzico di affetto.


 

 


Negozi
– Spinti dalla curiosità di scoprire la reticenza della comunità cinese a parlare di se stessa, siamo entrate in un negozio. Di che genere? Non l’abbiamo capito. C’era di tutto: bigiotteria, accessori vari, prese elettriche, cosmetici, giocattoli. Chiediamo di poter fare qualche domanda, ma con molta tranquillità ci rispondono che non parlano e non capiscono italiano. Inglese? Neanche. Solo cinese. Insistiamo. Così, Gioia (Jianying, il suo vero nome), padrona dell’esercizio, accetta di rispondere a qualche nostra domanda, quando realizza che non abbiamo nessuna pretesa inquisitoria, e lasciandoci intendere che l’italiano lo capiva eccome. Ci racconta che vivono in Italia da dieci anni, a Piazza Vittorio, e che hanno il negozio da tre anni. I clienti sono sia italiani, sia stranieri. E si vende di tutto. Senza distinzione fra acquirenti. Non nasconde che il loro punto di forza è la convenienza, il rapporto qualità-prezzo e che l’afflusso dei clienti è facilitato dalla posizione: “qui passa molta gente. Tanti stranieri, anche. C’è anche metro vicina. E Mas, che è famoso”. Ci conferma che il rapporto con le altre comunità, compresa quella italiana, è molto buono nonostante i rapporti e le circostanze di contatto e comunione non siano tante. Confermando la autoreferenzialità della comunità cinese.
 
 
 
Parrucchieri – Bravi, veloci, disponibili, economici. È il boom dei parrucchieri cinesi, africani e mediorientali. A Roma se ne contano centinaia, dislocati tra il quartiere Esquilino, il Pigneto, la Prenestina e la Casilina. Sono 1356, secondo Infocamere, le ditte individuali gestite da stranieri nella Capitale. Prezzi bassi ed orari di lavoro interminabili, fino a tredici ore giornaliere e pure la domenica mattina. Il fenomeno dilaga, complice anche la crisi: se prima erano prevalentemente straniere, oggi le clienti dei parrucchieri cinesi sono anche italiane. La qualità dei tagli è piuttosto buona, i parrucchieri sono veloci e disponibili, e tra un taglio e l’altro chiacchierano in cinese. Basta fare un giro a Piazza Vittorio e dintorni per scoprire tra negozi di abbigliamento e cianfrusaglie varie dei veri centri di bellezza. I prezzi si aggirano intorno ai dieci euro per uno shampoo e una messa in piega e venti euro per un colore. L’unica preoccupazione riguarda la scelta dei prodotti, ma come ci rivela la signora Francesca, cliente di parrucchieri cinesi, i prodotti sono gli stessi utilizzati dai parrucchieri italiani, e non di una qualità inferiore.
Non solo cinesi, ma anche mediorientali, come Mustafa, turco, che da dieci anni vive in Italia e gestisce un’attività in via Leopardi. Anche qui i clienti non sono solo stranieri. Infatti il signor Mario si serve spesso di questo barbiere soprattutto per i prezzi modici e per la buona qualità. Mario non abita in zona ma preferisce spostarsi per risparmiare e per la fiducia che ripone nei collaboratori di Mustafa.

 
 
 

 


Non abbiamo dovuto fare molta strada per andare ad intervistare Vanna, regista Rai che abita in via Leopardi, nel cuore del quartiere Esquilino, dal 1984. “Quando sono arrivata qua, in questa via c’era un negozio di borse gestito da cinesi”. Non era così normale visto che i negozi “extra-comunitari” erano allora un’eccezione. Già, un’eccezione. Può sembrare strano dirlo, oggi. Perché la situazione è completamente cambiata. Il commercio è completamente cambiato. Si è diretto verso altre mete, verso oriente, senza possibilità di ritorno. È un quartiere nuovo. Lo storico mercato, il Mercato Esquilino, non c’è più. O meglio, ha perso parte della sua identità da quando nel 2001 è stato trasferito al coperto per riqualificare la piazza. I 490 banchi prima gestiti da italiani, e frequentati anche con gite fuori porta , sono diventati 270 e in netta prevalenza straniera. “Prima c’era il mercato sulla piazza. Occupava tutta la piazza. Era abbastanza carino, c’erano tanti banchi, di tradizione familiare, gestiti da persone anziane. Iniziava ad esserci qualche extra-comunitario che aveva in gestione il banco, oppure era riuscito a crearsi un suo spazio vendendo i primi peperoncini o alcuni spezie strane e legumi particolari”. Spezie che oggi colorano il Mercato e che invadono i banchi dello stesso (foto). Quelle che oggi piacciono tanto, perché “la cucina etnica oggi va anche di moda”. La posizione era strategica, fungeva da crocevia di passaggio. “Da quando occupa gli spazi dell’ex caserma Pepe, non ci sono più andata. Per questione di comodità, più che altro”.
L’intera cornice ha subito dei mutamenti. Colpisce la sequenza ininterrotta di esercizi cinesi, che espongono spogli manichini che ripresentano continuamente lo stesso tipo di merce. Tutti uguali, tutti vuoti, tutti deserti. I vecchi mobilifici, i vecchi negozi tessili, le vecchie drogherie, non ci sono più. Di loro rimangono solo le mura e le insegne italiane, a volte bilingue. Colpisce vedere all’interno di queste mura negozi tutt’altro che italiani. L’esproprio di questi locali è avvenuto in un crescendo continuo. Le responsabilità sono molteplici e le cause anche. “Gli stessi padroni delle attività, ormai divenuti vecchi, hanno iniziato a cedere le loro licenze. A volte, invece, sono stati costretti a cedere dopo ripetuti dispetti”. Vanna continua entusiasta nel raccontarci della comodità del pakistano sotto casa. “Quanto torno tardi dal lavoro lo trovo aperto, anche alle 22:00. E ci trovo di tutto. Mentre gli italiani chiudono presto”. Questa particolarità contraddistingue la maggior parte delle attività alimentari, oltre ai prezzi spesso più convenienti e alla varietà di prodotti esotici che possiamo ritrovare.

 


molto interessante davvero,

molto interessante davvero, soprattutto per chi l'esquilino non lo conosce molto. una fotografia incisiva.