Multietnicità, integrazione e convivenza: questi sono i tre aggettivi usati di solito per descrivere il Rione Esquilino. Ma è vero oppure è solo apparenza? Esiste realmente l’unione tra noi (italiani) e il mondo “altro” (cinesi, indiani, pakistani, ecc…)? Riescono davvero a stare insieme come se appartenessero tutti alla stessa nazione?
Le voci del mercato - Ogni giorno si incontrano e si scontrano tra loro persone di diverse culture, diversi usi e costumi e diversi colori. Vociare indistinto. Profumi, aromi e odori particolari. Banchi di pesce; carne; spezie; prodotti tipici di paesi stranieri e tanto altro. Questo è il “mondo” che ci troviamo davanti varcando la soglia del nuovo mercato al coperto dell’Esquilino.
Mario porta avanti una tradizione di famiglia. Sua mamma fu una delle prime ad avere la licenza per mettere il banco quando il mercato si faceva ancora a Piazza Vittorio. “I miei lavoranti sono stranieri e non ho nessun tipo di problema a relazionarmi con loro – afferma - e, in generale, con gli stranieri che vengono a fare la spesa”. Un giovane italiano, proprio come Mario, lavora al banco di famiglia. “I lavoranti stranieri che abbiamo sono diventati ormai degli amici” dichiara il ragazzo.
Andando avanti incontriamo un pakistano titolare di un banco di spezie. “Il mercato - dice - è frequentato soprattutto da stranieri”. Il giovane prosegue: “io sono in Italia dal 1996 e mi trovo benissimo”.
Abbacchi e Polli di Fioretti. Un banco che si tramanda di generazione in generazione. Esiste, infatti, fin dai primi anni del ‘900. “La clientela è soprattutto straniera e si servono da noi anche molti ristoranti cinesi” dice Bruno. “Il passaggio dall’esterno al coperto – afferma- ha decisamente migliorato le condizioni igieniche”.
“Frequentiamo spesso il mercato” dichiarano tre ragazze di Studi Orientali, che si aggirano tra i banchi. “Il fatto di fare questa facoltà – prosegue una di loro- ovviamente ci aiuta molto”. Concludono: “Ci troviamo molto bene con tutti gli stranieri e non abbiamo alcun tipo di problema”.
L’atmosfera che si respira all’interno del mercato è assolutamente positiva. È una realtà in cui tutti convivono in armonia, senza problemi di integrazione: non importa se sei bianco o nero e non importa se sei cattolico o mussulmano.
Fuori dal mercato - Uscendo da questo “mondo” e percorrendo le vie del Rione Esquilino è facile notare come questo sia laboratorio di mille attività: call center, ristoranti e negozi di diversi generi. Un particolare che risalta subito agli occhi è la presenza dei Carabinieri. Una pattuglia staziona davanti all’entrata del mercato tutti i giorni, 24 ore su 24. Gli agenti girano per sorvegliare sulla tranquillità della vita del Rione. Spesso è anche possibile incontrali all’interno del mercato. Controllano le varie attività e chiedono i documenti agli stranieri per vedere se sono in regola.
“La popolazione del quartiere è per la maggior parte cinese e notiamo che gli italiani vengono qui all’Esquilino solo per fare la spesa, ma non frequentano molto il Rione” dicono gli agenti.
“Il nostro scopo è quello di tenere sottocontrollo la zona per evitare problemi” dichiara uno di loro. “Durante la giornata la situazione è tranquilla – proseguono gli uomini del 112 - le cose si complicano la sera, a causa dell’alcool”.
Conseguentemente alla rilevazione di queste testimonianze sul campo da parte di cittadini, abbiamo cercato di approfondire il tema realizzando un’intervista al Prof. Giuseppe Anzera, dell’università La Sapienza di Roma, in merito al problema all’integrazione della popolazione islamica all’interno della società italiana. Lo scopo principale è stato di cogliere quelli che da un punto di vista sociologico, rappresentano gli ostacoli veri e propri al processo di integrazione.
La comunità islamica rappresenta attualmente in Italia la seconda comunità religiosa per numeri di fedeli. Il sociologo Adel Jabbar ha delineato la categoria dell’ “homo islamicus”: “un’essenza virtuale che non si capisce dove abbia inizio e dove sia diretto. Quando si parla dei musulmani gli strumenti delle scienze sociali spesso declinano, ed è molto raro incontrare analisi che si avvalgono di indicatori socioeconomici, demografici, politici”. L’assenza di un’effettiva conoscenza delle componenti musulmane presenti in Italia, in relazione anche ai paesi di provenienza, può determinare nell’immaginario collettivo la percezione di un Islam unico?
Certamente esiste una forte veicolazione dell’immaginario collettivo non tanto verso un Islam unico quanto verso una serie ben delimitata e specifica di stereotipi; nel suo ottimo libro ‘L’Islam immaginato’ Marco Bruno identifica almeno sei aree di costruzione del pregiudizio presso il pubblico, operate dai mass media: alterità, antimodernità, donna velata, minaccia, religiosità e drammatizzazione costituiscono i punti centrali attorno al quale i mezzi di comunicazione italiani contribuiscono a ‘modellare’ la percezione dell’Islam utilizzando una media logic nella costruzione di articoli e servizi che tende a riproporre le stesse rappresentazioni al di là del contenuto o del significato del pezzo. Non credo che il panorama di pubblicazioni e analisi sulla presenza islamica in Italia sia così disastroso come qualche anno fa. Esistono fonti di informazione diversificate e decisamente migliori rispetto al recente passato; tuttavia la forte distorsione della rappresentazione dell’Islam da parte dei mass media vanifica in gran parte i progressi scientifici e la disseminazione di informazioni fondate presso il grande pubblico.
Secondo un sondaggio condotto da PEOPLESWG, per integrarsi meglio in Italia, gli immigrati musulmani sono disposti a rinunciare:
alle proprie abitudini alimentari (41%);
alle proprie tradizioni (20%);
al tipo di rapporto che hanno con le donne (15%);
alle proprie idee religiose (13%);
altro/non risponde (11%).
Come commenta questi dati?
Non c’è molto da commentare, nel senso che si tratta di dati in linea con quanto già espresso da comunità islamiche in altri contesti occidentali all’inizio; il progressivo adattamento del cosiddetto ‘altro Islam’ (o Islam fuori dall’Islam) viene generalmente percepito da chi lo deve operare.
In Italia si sta sviluppando il fenomeno della conversione all’Islam, per lo più per ragioni legate alle questioni matrimoniali più che alla spiritualità (un non mussulmano non può sposare una donna mussulmana, invece è possibile il contrario). I convertiti italiani all’Islam, non essendo né immigrati né stranieri, possono contribuire alla definizione di un Islam italiano e quindi favorire l’integrazione?
Per quanto il fenomeno dei convertiti sia in pieno sviluppo nel nostro paese, non credo che i numeri siano sufficienti per poter avere un impatto significativo sui processi di integrazione, almeno nel medio periodo; la presenza di un cospicuo numero di migranti stranieri islamici sul nostro territorio, al contrario, designa il reale ‘Islam italiano’ nei cui confronti andrebbe operata una vigorosa politica di integrazione che passa non solo per una riduzione delle visioni stereotipate, ma anche per il miglioramento della qualità della conoscenza degli italiani nei confronti di questa realtà.
La presenza di numerose associazioni islamiche in Italia favorisce l’integrazione oppure spinge gli immigrati a vivere solo tra i propri connazionali (o persone della stessa fede) rendendo più difficoltoso il processo di inserimento nella società italiana?
Secondo me uno dei problemi ‘storici’ del contesto islamico italiano sta proprio nella eccessiva frammentazione degli interlocutori organizzati in associazioni presenti sul nostro territorio. La famigerata ‘intesa mancante’ tra lo Stato italiano e la religione islamica, ad esempio, può essere in buona parte imputata al fatto che le varie associazioni islamiche non sembrano aver raggiunto ancora una piattaforma comune di proposte per iniziare un percorso di “concordato” con le istituzioni italiane. Certo è che, d’altro canto, queste ultime, non sembrano particolarmente ansiose di dover affrontare la questione. Concludendo credo che la riduzione del numero di associazioni potrebbe portare qualche beneficio alle dinamiche di integrazione anche se, conoscendo le dinamiche che hanno portato a questa situazione, non credo che si avrà una riorganizzazione a breve termine.