Esquilino: melting pot culturale
Esquilino: melting pot culturale

Diciamolo subito: a piazza Vittorio e dintorni si respira aria globale. Ebbene si. La parola che fa pensare a multinazionali, a mercati finanziari impazziti nei 4 angoli del mondo e a qualsiasi altri vattelapesca di significato, a Roma vuol dire cino-turco-bengalese-rumeno-italiano-indiano-ecc-ecc. Lo dimostra, tra le altre cose, tutto ciò che è stato pubblicato su Comuniclab.it da diverso tempo a questa parte.
Insomma, uno "spot" educativo: gli immigrati della Capitale d'italia fanno più che bene al nostro paese.
“Ecco, c’avemo pure er Bangladesh frocio!”: veniamo accolti da questa battuta al nostro ingresso nel bar “Caffè Romano”, nel pieno del quartiere Esquilino. A parlare è Andrea, il proprietario; si rivolge in questo modo a un suo cliente, evidentemente bengalese. Non fatevi ingannare dall’apparenza però: Andrea formula la frase con un largo sorriso sulle labbra, e il suo interlocutore straniero sembra gradire la battuta (ride sonoramente, poi simula una voce femminea). Chi frequenta questo bar, sa che certe scene sono all’ordine del giorno, e Andrea coordina il tutto come se fosse in cabina di regia. Da dietro il bancone osserva tutti i giorni persone provenienti da tutto il mondo, unite nel sacro rito tutto italico della colazione: per cui, non è strano trovare un cinese gustare cornetto e cappuccino mentre chiacchera con un arabo che fa la stessa cosa. Vi chiederete: perché ci state dicendo tutto questo? Ovvio: quale miglior modo ci può essere per parlare dell’integrazione all’Esquilino, se non quella di carpire le impressioni di chi il quartiere lo vive da trenta anni? Parliamo proprio di Andrea.
Intervista Andrea bar "Romano"
Non il quartiere sporco e malfamato che parecchi immaginano, secondo il proprietario del “Caffè Romano”, il quale non esclude di aver avuto in passato alcuni problemi (con teste calde straniere, ma anche italiane). Una zona dove invece si vive una vita tranquilla, e nella quale sempre più persone decidono di stabilirsi. Off-record, Andrea ci racconta un avvenimento interessante: qualche tempo fa alcuni giornalisti di un noto quotidiano di centro-destra gli hanno fatto alcune domande riguardanti lo stesso tema affrontato in questo articolo. Vedendo il suo atteggiamento favorevole nei confronti dell’integrazione e della mescolanza delle etnie e delle culture, gli intervistatori se ne sono andati senza nemmeno terminare le loro domande.
L’intervista ci ricorda inoltre quanto sia stato importante l’arrivo dell’università nel quartiere. Studenti di comunicazione e di lingue orientali non possono che arricchirsi di fronte alla possibilità di interazione con le diverse culture. Ed ecco che l’ex Caserma Sani, la quale da anni ospita sia il mercato che le aule universitarie, diventa punto di incontro per residenti e studenti, sia italiani che stranieri.
Il mercato appunto, vero cuore pulsante dell’esquilino. Moderna torre di Babele. Se dovessimo giudicare la questione integrazione osservando ciò che succede al suo interno probabilmente ne daremmo un responso entusiastico. Camminare tra in banconi è un po’ come fare un viaggio in luoghi lontani. E quando si incontra la vecchietta che scherza col “fruttarolo” indiano, raccomandandogli di scegliere solo le mele migliori, ci si rende conto che, in fondo, questi mondi non sono poi così lontani. Che forse l’unione delle culture è cosa più semplice di quanto si pensi. Ma non è così per tutti: c’è chi prova forte entusiasmo nei confronti della vita nel quartiere:
Intervista positiva_1 Intervista positiva_2
C’è chi giudica l’integrazione in maniera positiva, ma ritiene che il processo debba essere accompagnato da alcune politiche sociali che non sfavoriscano la presenza di attività commerciali gestite da italiani nella zona:
Intervista n. 3Chi, invece, scorge solo aspetti negativi del fenomeno, nonostante abbia un’attività redditizia (a giudicare dal numero di clienti) proprio all’interno del mercato:
Intervista bancone italiane mercato Esquilino
E che anche chi ricorda, a ben vedere, quali sono i problemi che noi italiani potremmo incontrare trasferendoci in un paese estero:
Ma, allora, l’immigrazione all’Esquilino c’è o no c’è? Il quadro sembra un po’ confuso. E’ indubbio che il terreno più importante dove si gioca la battaglia della vicinanza culturale è la comunicazione. Ancora una volta ritorna preziosa l’intervista ad Andrea: parlando dei cinesi, afferma che dietro il loro comportamento apparentemente diffidente, si cela un’ovvia carenza linguistica. “Non ci puoi scherzare con chi non capisce la tua lingua”, afferma. A questo proposito assume un ruolo cruciale la Scuola d’Italiano per immigrati presente nel quartiere. Emilia e Davide, in questi mesi, hanno aiutato tanti immigrati, regolari e irregolari, non solo a imparare la lingua, ma anche a orientarsi nella città.
“Senza lingua i diritti non sono esercitati” è lo slogan della scuola. Lo sanno gli istruttori, e lo sanno gli stranieri che ogni giorno affollano la scuola, desiderosi di apprendere la lingua per rimanere nel paese e per lavorare onestamente.
Intervista Davide scuola d'italiano per immigratiParlavamo prima degli studenti. Sono tanti quelli che frequentano la caserma Sani per frequentare le lezioni. Ma ce ne sono alcuni che nel quartiere ci abitano, e lo vivono ogni giono da anni. Matteo è uno di questi.
Le parole di Matteo sembrano ricalcare quelle di Andrea: parla di un quartiere tranquillo, in cui vi è un costante controllo da parte delle forze dell’ordine e in cui non vi sono particolari problemi di integrazione, a parte con alcune frange di estrema destra che qui hanno sede.
Bisogna sottolineare, per dovere di cronaca, che tante sono le persone, italiane e straniere, che non hanno voluto rilasciarci dichiarazioni. Se è per timidezza, per il poco tempo a disposizione o per paura questo non siamo in grado di stabilirlo.
Il nostro reportage ha messo in luce che l’obiettivo integrazione non è così lontano, e per raggiungerlo c’è la disponibilità di tanti che nella multiculturalità vedono un’occasione di crescita e non di scontro o degrado. C’è bisogno che la politica tutta, da destra a sinistra, converga verso l’obiettivo della multiculturalità, proponendo politiche sociali solide e convinte. Solo così sarà possibile creare un clima non solo di tolleranza, ma anche di scambio e di crescita culturale.
di Annalisa Iaconantonio, Marco Iorio, Raffaele Meo, Valentina Moro, Michele Pisani, Umberto Pizzigallo, Graziano Rossi