"La Rete è il Paese"
"La Rete è il Paese"

Abbiamo intervistato i quattro scrittori del collettivo letterario Wu Ming. Dall'esperienza del Luther Blisset Project alle pubblicazioni letterarie degli anni duemila, storia di un gruppo che ha fatto del connettivo il suo punto di forza: "Attraverso la narrazione raccontiamo il ritorno dei marginalizzati, dei senza potere. Un ritorno che li investe della luce di nuovi eroi".
Siamo nella prima metà degli anni ’90, e un nuovo eroe popolare sta per far breccia nell’immaginario collettivo. Il suo nome?
Luther Blisset, pseudonimo collettivo, una sorta di “reputazione aperta” , usato da un numero indefinito di artisti e attivisti che scelgono di adottare la stessa identità per perseguire un medesimo obiettivo: denunciare la fatuità e inattendibilità del sistema mediatico grazie ad una serie di beffe organizzate ad arte e rivolte ai mass media. Il tutto fa parte di un piano quinquennale che prevede anche una profonda critica ai concetti del diritto d’autore e della proprietà intellettuale. Nel 1999 quattro membri appartenenti alla sezione bolognese del Luther Blisset Project pubblicano “Q”, romanzo di enorme successo che costituisce il contributo finale al Piano. L’anno dopo un quinto scrittore si unisce al gruppo di autori dando vita ai Wu Ming, espressione cinese dal duplice significato: “senza nome” o “cinque nomi”. A differenza del primo pseudonimo, Wu Ming indica un preciso gruppo di persone, attivo e presente sugli scenari dell’industria culturale, promotore di un progetto maggiormente concentrato sulla letteratura e sulla narrazione, ma non per questo meno destabilizzante del precedente. Ne abbiamo parlato con loro: letteratura, attivismo politico, interconnessione multimediale. Numerosi stimoli che ci conducono a rielaborare le nostre pratiche collettive e connettive. on e off line.
Era il 1994. Come ha fatto Luther Blisset a coordinare un così ampio numero di persone senza la definitiva diffusione di internet?
Il Luther Blisset Project sbarcò in Italia, prendendo il via da Bologna. La diffusione avvenne fin da subito tramite BBS, acronimo di Bulletin Board System, un computer che utilizza un software che permette a utenti esterni l’accesso attraverso la linea telefonica. Era una sorta di “internet amatoriale”, col quale tutti i movimenti, come il nostro, che si opponevano a certe concezioni di diritto d’autore dialogavano fra loro.
Proprio riguardo questo argomento del diritto d'autore, le vostre posizioni sono del tutto particolari...
Nella prima metà degli anni ’90 nacque un grande interesse, in Occidente e soprattutto in Italia, riguardo il concetto di “no copyright”. diventò subito una specie di piovra, un fitto intreccio di tendenze differenti, a partire dalla cultura “do it yourself” del punk rock. Come non ricordare le copertine dei dischi hardcore-punk italiani con lo slogan “Fucking SIAE?". E poi il mondo delle autoproduzioni e delle fanzine, il networking dell’arte underground, della mail art, del neoismo. Il Luther Blisset Project nasce all’interno di questa cultura, con suggestioni che risalgono ancora più indietro, addirittura alla cultura popolare d’epoca feudale. A prima che esistessero gli istituti della proprietà intellettuale.
Da queste prospettive generiche è poi nato il vostro progetto letterario, a cominciare da Q.
Il nostro primo romanzo, Q, è semplicemente il nostro contributo finale al progetto. Ci piace commentare quest’esperienza, che ripeto è direttamente connessa al progetto, con le parole di McKenzie Wark, che conclude la recensione su Q con queste note: “La narrazione rende ancora possibile il ritorno dei marginalizzati e dei senza potere. Un ritorno non in veste di vittime ma come nuovo genere di eroi. Il genere di eroi che lavora nelle situazioni, fa quello che è possibile e poi riparte. Un Luther Blisset”. Questo è lo spirito che ha mosso la realizzazione del libro: tradurre in forma di romanzo storico tutto quello che negli anni ha spinto l’azione del Luther Blisset Project.
Parliamo ora del vostro ultimo romanzo, Altai. Opera che ha risentito anche dell'abbandono di uno dei membri del gruppo, Wu Ming 3 alias Luca Di Meo.
È stato un conflitto depurativo, durante la gestazione e stesura di Altai abbiamo deciso di sputare tutti i rospi, i non detti, tutte quelle tensioni generatesi fra noi. Tutto ciò ha alimentato il romanzo, ci sono venute molte piè idee confliggendo che andando d’amore e d’accordo. E poi alla fine di quel percorso ci siamo accorti di aver superato quel momento di stallo e di crisi, eravamo temprati. Per noi Altai rappresenta questo, nonostante non sia un libro dove raccontiamo i cazzi nostri. Rimane un romanzo di spionaggio, avventura e di introspezione psicologica non nostra, ma dei personaggi. C’è un percorso di crisi allegorica, un personaggio che si vede mancare la terra sotto i piedi e deve reinventarsi. Questo eravamo noi in quel periodo.
Che influenza avete avuto nel complesso del movimento? Il progetto Wu Ming vi ha in un certo qual modo elevato al rango di portavoce di migliaia di persone.
Abbiamo commesso grossi errori di alleanze e comunicazione. Ci fu data una delega spontanea e operativa, forse anche per arroganza intellettuale dopo il successo di Q. Un incarico di specialisti della comunicazione, quelli che sarebbero andati a manipolare l’immaginario di cui il movimento si è sempre fatto portatore. Questo è stato l’errore. A parte che noi non avevamo le spalle abbastanza larghe per sorreggere questa responsabilità, ma era proprio sbagliato il concetto. È il collettivo tutto che deve prendersi in carico anche l’aspetto della comunicazione, non può essere un corpo separato al suo interno, perché dopo si rischia anche una sorta di burocratizzazione della fantasia.
Sia come sia, che ne pensate di internet? Strumento di intelligenza o idiozia collettiva?
Internet ci offre dispositivi che sono potenzialmente interessanti per l’uso della pratica della libertà, ma anche potenzialmente livellanti e omologanti, come Facebook, che ha questo problema: è molto invasivo, le comunicazioni di tutti tendono ad assomigliarsi. E si fa anche fatica ad aprire account collettivi, perché sono visti con molto sospetto dall’amministrazione perché tu devi avere nome, cognome e volto. Noi, per come siamo fatti, per la filosofia che informa le nostre mosse, abbiamo deciso di non starci. È un dispositivo che non si adatta ai nostri obiettivi. Se c’è qualcuno che vuole usare questo dispositivo per scopi per i quali non è stato creato ben venga, non saremo noi ad opporci. Ma è difficile, perché appena sgarri ti bannano. Non vuol dire che sia impossibile, ma sono altri a doverci provare. Noi usiamo altri social network, più flessibili ma certo non più liberi. La rete non è un paese libero. La rete è il Paese. Ormai non c’è più una differenza fra quello che avviene on line e off line. Ora ci sono tutti su internet, ci sono le stesse dinamiche che trovi fuori, identiche. Non è come una volta, che ci andavano solo smanettoni e poeti.