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L'abito non fa il Partito

L'abito non fa il Partito

di NICOLETTA AMICO (17 07 2010)

Nuovo look e vecchia politica per il PD. Tra la distruzione del simbolo e la tentazione delle nuove tecnologie, Bersani si prepara alla svolta d'autunno.

 Il Partito Democratico è in cerca di un restyling. Sarà l’arrivo dell’estate, l’ascesa di Nichi Vendola o la propria costante emorragia di voti; fatto sta che il PD ha in cantiere due iniziative che potrebbero sensibilmente cambiare il volto del secondo partito italiano.
 

La più incisiva è sicuramente l’idea del segretario Bersani (rilanciata dalla giovane eurodeputata Serracchiani: www.unita.it/news/italia/99571/simbolo_pd_asettico_marchiologo_cambiarlo) di modificare il simbolo, perché “non è caldo, è spigoloso sulla scheda elettorale e ricorda l’Ulivo”.  Effettivamente, l’idea non è tanto bislacca: secondo alcuni guru della pubblicità (www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-06-04/guru-pubblicita-bocciano-simbolo-152700.shtml), si tratta di un simbolo incompleto, freddo, asettico, che rivela uno scarso investimento in comunicazione (il simbolo fu opera di uno sconosciuto 25enne, spinningnews.wordpress.com/2010/07/02/simbolo-pd/). Ma soprattutto, è una scelta grafica che rivela la tendenza a non fare scelte precise, nello sforzo di piacere a tutti: il rosso ricorda la tradizione comunista, il bianco i cattolici moderati e il verde la cultura ambientalista e laica. Un minestrone che fortunatamente richiama i colori della bandiera nazionale, unica giustificazione per questo logo.
 
Ovviamente, alle motivazioni prettamente stilistiche e comunicative si affiancano le ragioni più spiccatamente politiche: il simbolo è un chiaro retaggio veltroniano (fu il primo segretario a sceglierlo) e porta la firma inequivocabile del ramoscello d’ulivo, riprodotto esattamente dal tempo di Prodi.
Nessuna sorpresa quindi se Bersani è deciso a dare una nuova impronta identitaria al partito a cominciare da quel simbolo, con l’intento di stabilire una sua forte leadership nella formazione politica che più di ogni altra soffre di simpatie e antipatie passeggere.
La discussione è aperta in attesa dell’assemblea nazionale prevista per i prossimi 8 e 9 ottobre, dove pare si porrà, tra i documenti programmatici, anche la questione del nuovo look. Il logo potrebbe essere totalmente cambiato oppure subire un leggero ritocco.
 
Poi, c’è la trovata dei codici QR su manifesti, volantini e brochure. “Più che un codice, un nuovo modo di comunicare”, come si legge sul sito ufficiale (www.partitodemocratico.it/qrcode/), che dovrebbe sfruttare le opportunità offerte dalle nuove tecnologie per integrare i tradizionali sistemi di comunicazione politica ed elettorale. È curioso che proprio sul sito si legga: “Non si tratta di un cambio di simbolo del PD […], ma del QR Code […] e siamo il primo partito ad utilizzarlo.” Come dire, il QR Code ovviamente non è il nuovo simbolo, però quel simbolo presto sparirà.
 
Non serve essere professionisti di marketing politico per immaginare la confusione che potrebbe generarsi dalla combinazione QR Code + nuovo simbolo. Già la semplice introduzione di un nuovo logo è fortemente rischiosa in una fase delicata come quella che attraversa il Partito Democratico: è risaputo che un partito deve poter essere identificato da “un’etichetta ufficiale” ben consolidata e facilmente riconoscibile nella cabina di voto. Se si aggiunge la scarsa definizione di identità di cui soffre il PD (praticamente dalla nascita, oserei dire), sempre impegnato a barcamenarsi tra varie “anime” e fondazioni, si comprende il rischio di rendere ancora più ripida la curva di discesa del consenso.
 
Un’impressione confermata anche dal basso: ho posto la questione al segretario di circolo del mio paese d’origine (solo cinquemila abitanti nel basso Salento). “Gli elettori seguono il simbolo: se non lo riconoscono sulla scheda elettorale, è finita”. E i codici QR? “Una bella iniziativa, bisogna rimodernarsi ogni tanto. Certo, li sapranno usare solo i più giovani. E comunque noi a livello locale non possiamo riprodurre la scelta: non ci sono i soldi”. In effetti, qui al massimo ci si può permettere di stampare volantini nella locale tipografia. Autofinanziandosi, ovviamente.
 
Il restyling certamente è necessario: la letteratura in materia di comunicazione politica è ricca di esempi di soggetti politici premiati da una certa audacia comunicativa. Ma il presupposto fondamentale resta sempre l’identità: l’involucro non vale nulla senza un prodotto. Pur l’unicità della definizione di “Partito”, che non ha eguali in un Paese dove si scontrano le più generaliste nozioni di “Popolo” (PDL), “Unione” (UDC), “Movimento”, il PD fatica a trovare una sua autentica dimensione politica che lo legittimi agli occhi degli elettori del centrosinistra come punto di riferimento. Sarebbe auspicabile che l’obiettivo della prossima assemblea nazionale fosse principalmente questo: porre le basi per una più profonda penetrazione nella società e una maggiore definizione identitaria a partire dai contenuti che legittimano un pur accattivante involucro.