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Cnc: alla guerra col soft power

La Cina in televisione

Cnc: alla guerra col soft power

di ENRICO NOCERA (26 07 2010)
www.ansa.it

Nasce il canale all news controllato direttamente dal governo di Pechino. Obiettivo ufficiale: "Offrire a Europa, Nord America e Africa una visione del mondo dal nostro punto di vista, bilanciando i pregiudizi internazionali". Operazione immensa partita con un finanziamento di 4 miliardi e mezzo di euro. Il giornalista Vigna: "Ma i soldi non bastano, il punto centrale è la credibilità giornalistica"

Che la guerra non si combatta più solamente sui campi di battaglia, ma anche nei salotti dei telespettatori di tutto il mondo, è convinzione ormai radicata fin dalla guerra in Vietnam. Un conflitto molto più sottile, quello che gli analisti e politologi internazionali definiscono del soft power: strategia volta a conquistare l'assenso dell'opinione pubblica mondiale, che passa per la mente e non per la canna di un fucile, che agisce sulla cultura più che sulla coercizione. E cosa c'è di meglio, per un'efficace strategia di soft power, che un canale televisivo all news gestito da un'agenzia di Stato?

Domanda che ora, anche in Cina, ha trovato la sua risposta di sole tre lettere: Cnc. Anche Pechino avrà così il suo canale dedicato al mare magnum dell'opinione pubblica internazionale, in diretta competizione con l'americana Cnn e l'araba Al Jazeera. Progetto che può contare su una solida base economica: lo scorso anno il governo di Pechino ha versato nelle casse della Xinhua, l'agenzia di Stato a cui fa capo la Cnc, oltre 4 miliardi e mezzo di euro. Una cifra mostruosa dedicata, secondo la versione ufficiale del governo cinese, "A offrire agli spettatori di Europa, Nord America e Africa una visione del mondo dal punto di vista della Cina, bilanciando i pregiudizi internazionali". Significativo anche il luogo scelto per la redazione: il 44esimo piano di un grattacielo di Times Square, a pochi metri dagli uffici della Reuters e della Condè Nast, nel cuore di New York. Un disegno mediatico che pare, quindi, non lasciare davvero nulla al caso, compresa la lingua di trasmissione del network, quella più parlata al mondo: l'inglese.

Dai "cyberpoliziotti" alla comunicazione integrata
- L'esigenza di una comunicazione internazionale che rispecchiasse gli interessi di quella che si avviava a diventare una delle maggiori potenze mondiali, era già stata indicata nel 2009 da Liu Yunshan, capo della propaganda: "E' necessario e urgente un compito strategico per rendere la nostra capacità di comunicazione adeguata al nostro livello internazionale. Le nazioni che hanno capacità più avanzata e migliori professionalità nelle comunicazioni, saranno più influenti nel mondo e potranno meglio diffondere i propri valori". Lo scopo è quindi dichiarato. A fronte delle numerose critiche della comunità internazionale sulla mancata garanzia di diritti civili, il governo di Pechino è corso ai ripari con una strategia multimiliardaria. D'altronde la pressione dei media esteri sulla violenta repressione della rivolta in Tibet nel marzo 2008 e le contestazioni durante il viaggio della fiamma olimpica per le Olimpiadi dello stesso anno, avevano messo in notevole imbarazzo l'estabilishment cinese. Reazione che si è concretizzata nella censura capillare di ogni forma di dissenso, fino alle imponenti limitazioni imposte ai server internet presenti nel Paese, fino a creare perfino delle squadre di "cyberpoliziotti" che controllassero i contenuti web e pattugliassero gli internet cafè alla ricerca di potenziali "sovversivi". Un'immagine che, dalla mente della popolazione occidentale, è bene venga cancellata al più presto. Per tale motivo Wu Jincai, presidente della Cnc World, e Li Congjun, presidente dell'agenzia di stato Xinhua, hanno annunciato di volersi rivolgere ad un'audience potenziale di oltre 130 milioni di spettatori, attraverso una strategia di comunicazione integrata che preveda anche telefoni cellulari e il tanto temuto internet.

Chi scommette sulla Cina?
- Un percorso, quello cinese, che è l'ideale prosecuzione delle strategie comunicative ideate dagli altri Paesi: Al Jazeera in Qatar, France 24 in Francia, con doppia versione in francese e inglese, l'esperimento della Bbc in lingua araba. Le tv all news hanno sempre rappresentato, e continuano a rappresentare, lo strumento principale del soft power internazionale. A questo punto la domanda pare lecita. Può un Paese dalla fama così sinistra, almeno in campo comunicativo, rendersi interlocutore credibile nella trasmissione di notizie? Secondo Edoardo Vigna, giornalista e blogger del Corrieredellasera.it, il punto focale è proprio questo: la credibilità giornalistica. "I soldi servono ma non bastano - scrive Vigna - il punto centrale è la credibilità giornalistica. Può la Cina guadagnarsi questo tipo di galloni?". Secondo Vigna il rischio è tutto racchiuso in quella parolina che è stata insieme fortuna, ossessione e nemesi per tutti i maggiori governi mondiali nel corso del '900: propaganda. "Il rischio è sempre quello. Nemmeno Al Jazeera, che ha fior di professionisti lungi dall'essere strumenti di propaganda, è riuscita dopo quattro anni a sfondare da questo punto di vista". Insomma, come tutte le grandi scommesse, il ragionamento si conclude con una domanda che dà il via all'apertura dei più svariati scenari internazionali: "Chi vuole scommettere sulla Cina? Sarà solo una scelta di bandiera o dietro c'è la reale convinzione di poter ribaltare la percezione di tutto il mondo verso la libertà di informazione in quel Paese?".