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Un'università più equa

Politiche pubbliche

Un'università più equa

di ENRICA BOLOGNESE E CHIARA RIBALDO (10 08 2010)
 

 L’università è, nelle parole di Vittadini e Agasisti, una spesa sociale che non si può pensare di comprimere a piacere “senza alcun effetto sulla società e l’economia”, una risorsa non residuale che è l’anima stessa di un paese (T. Agasisti, G. Vittadini, Autonomia, verità, università). Tuttavia, l’intervento delle politiche pubbliche sembra seguire una direzione contraria, sottoponendo il sistema dell’istruzione terziaria pubblica a continui e indiscriminati tagli alle risorse. Inoltre, la rappresentazione mediale del mondo accademico restituisce un’immagine negativa in cui a dominare è la casta e un familismo amorale che ne diventa la cifra interpretativa più attendibile.

Le classifiche internazionali – sulle quali è tuttavia aperto il dibattito per la visione parziale che rischiano di promuovere, nonché per la varietà di criteri e indicatori impiegati, non facilmente comparabili - sembrano dare ragione a politici e giornalisti. Se, infatti, si analizza l’Academy Ranking delle università mondiali, nella lista delle 500 migliori università, si intravede solo verso il settore 201 – 302 l’università di Bologna, la più antica del mondo occidentale. Per George Psacharopoulos, professore di economia presso la University of Illinois, l’ateneo italiano è l’esempio più evidente di un sistema che va necessariamente svecchiato. Il rischio è quello di avere atenei che assomiglino a dei musei, sorretti solamente dal prestigio della loro tradizione e incapaci di dialogare con la società.
 
Per incrementare la qualità e l’efficienza di un’università si guarda allora al di là dell’oceano, agli Stati Uniti - che occupano con i loro atenei i primi posti della classifica mondiale appena citata - e alle fonti private di finanziamento. Il risultato suona paradossale: “un sistema universitario finanziato privatamente è più equo” (G. Psacharopoulos, 2010, p. 52). È equo nella misura in cui la distribuzione degli oneri economici è diseguale in base al reddito, in altre parole borse di studio per gli studenti in difficoltà e rette più alte per i più ricchi. Ma non basta: secondo il professore Psacharopoulos, l’equità deriverebbe anche da un affrancamento del sistema universitario dallo Stato, che si limiterebbe a sostenere gli studenti più bisognosi, lasciando loro maggiore libertà di scegliere buone università e generando un circolo virtuoso che premierebbe il merito.
 
La situazione del nostro sistema universitario sembra oggi caratterizzata da punti di forza ma anche di debolezza. Rispetto ai parametri utilizzati per classificare le università da THES (Times Higher Education Supplement), a favore degli atenei italiani si trova la qualità dei percorsi formativi e la qualificazione scientifica, mentre i punti critici riguardano l’internazionalizzazione e soprattutto il rapporto numerico tra docenti e studenti. I criteri di ripartizione dei finanziamenti statali sono tra le possibili motivazioni adottate per spiegare un contesto caratterizzato da una qualità media buona ma anche dall’assenza di poli di eccellenza (Azzone, 2010). I finanziamenti statali, già modesti, sono infatti spesso assegnati ai diversi atenei senza essere associati a obiettivi predefiniti e, in particolare, non sono investiti nel miglioramento di quelle condizioni che garantirebbero un posizionamento più favorevole nelle graduatorie internazionali. In sostanza, sembra che a penalizzare le università italiane sia la gestione centralizzata delle risorse.
 
Ma ciò che rischia di abbassare gradualmente la qualità del sistema universitario italiano non è tanto la distribuzione indifferenziata delle risorse agli atenei quanto, piuttosto, la loro sottrazione indiscriminata. Invece di puntare al miglioramento di quegli aspetti che risultano ancora critici, la riduzione progressiva dei finanziamenti potrebbe compromettere anche quegli elementi che rappresentano oggi i punti di forza dell’università italiana.
 
La promessa del ’68 di “un’università per tutti” non è mai stata davvero mantenuta e anche oggi viene costantemente disattesa perché schiacciata dalle voci di bilancio e da continue riforme politiche che, rispondendo al principio di gattopardiana memoria, tutto cambiano perché tutto rimanga uguale. E di certo il sistema pubblico attuale va ripensato se non si vuole dare ragione a Psacharopouolos che trova nella sopravvivenza degli atenei pubblici uno spirito populista: “si guadagnano voti se si dice all’elettorato che, per un principio di equità, l’educazione superiore è gratuita” (G. Psacharopoulos, 2010, p. 53).
 
Non crediamo che la soluzione alle università-museo siano le università-aziende. Piuttosto, bisognerebbe riflettere sulla mancata consapevolezza del ruolo che l’università pubblica oggi più che in altri periodi storici è chiamata a ricoprire e dei valori che essa può e deve trasmettere.
 
 
 
Bibliografia
 
Giovanni Azzone, “Tra centralizzazione e autonomia”, in Atlantide, anno VI, n. 19, Guerini e Associati, Milano, 2010.
George Psacharopouolos, “Gli atenei in Europa: pezzi da museo?”, in Atlantide, anno VI, n. 19, Guerini e Associati, Milano, 2010.